The Project Gutenberg EBook of Una notte fatale, by R. A. Porati This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org Title: Una notte fatale ovvero il racconto dell'esiliato / bozzetti milanesi Author: R. A. Porati Release Date: March 24, 2006 [EBook #18046] Language: Italian Character set encoding: ISO-8859-1 *** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK UNA NOTTE FATALE *** Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at http://www.braidense.it/dire.html) UNA NOTTE FATALE --Amore è Dio, tel dissi, Erminia, perchè Dio non è che amore. Cap. VII, pag. 72. UNA NOTTE FATALE OVVERO IL RITORNO DELL'ESILIATO BOZZETTI MILANESI PEL R. A. P. VOLUME UNICO MILANO 1872 PRESSO CARLO BARBINI EDIT.-LIBRAJO via Chiaravalle N.9 Sotto la protezione della legge 25 giugno 1865 N. 2337. essendosi adempito a quanto essa prescrive. Tip. Ditta Wilmant. CAPITOLO PRIMO Era Lina un'ingenua verginella Che ai sedici anni non toccava ancor, Era bionda, era pallida, era bella, Nè ancor sapea che cosa fosse amor. FUSINATO. Siamo nel 1778 in un dopopranzo del mese di maggio. Il sole compie la luminosa curva sul sereno orizzonte; la primavera brilla splendida nel suo clima temperato, ne' suoi balsamici effluvii. I corsi di Milano presentano un aspetto lieto, pressochè festevole; notasi un movimento tranquillo di gente e di carrozze che sembrano convenire tutte in un punto solo. Sono i felici del nostro mondo elegante che recansi a diporto nei pubblici giardini ove un corpo di musica saluta con melodiosi concenti lo schiudersi della stagione dei fiori. Là si respira un'aria fragrante che porta la salute nei petti ed una grata armonia alle orecchie. Allorquando il zeffiro che scherza dolcemente infra le fronde degli alberi si muta a poco a poco in vento freddo e molesto. Una nube nerastra si avanza minacciosa e dilatandosi e moltiplicandosi con ispaventevole rapidità sembra invadere l'azzurro del firmamento. Il sole scompare; le piante agitate mandano un mormorio stridente. Il cupo del cielo si riflette sulla terra, l'aria diventa oscura; la luce, sinistra del lampo non tarda a fendere ripetutamente le nubi che già si accavallano come le onde in un mare in tempesta. È uno di quei rapidi cambiamenti della natura che non ci meravigliano punto nel mese di maggio. I passeggianti colti all'improvviso si affrettano a ricondursi alle loro case, ma il tuono li sorprende sordo dapprima, indi fragoroso e col tuono un acquazzone fitto, infuriato, continuo. È un correre, un affannarsi a riparare sotto l'atrio delle case ed in pubblici alberghi; le vie di Milano così tranquille dianzi, ora offrono uno spettacolo quasi di confusione. Solo l'operaio mal tardandogli l'ora di riabbracciare la famiglia cui lo tenne diviso per l'intera giornata le esigenze dell'officina, affronta indifferente la pioggia sorridendo alle dolci premure che si vedrà fatto scopo dalla madre de' suoi figli. In breve la notte cade avvolgendo il creato nel suo manto tenebroso; la città si fa deserta e silenziosa... presentando solo un'eccezione nella via di San Paolo. Chiudevasi colà nientemeno che uno dei più rinomati magazzeni di mode ed erano circa venti giovinette vispe ed allegre che venivano messe in libertà. Lascio immaginare che rumore assordante di voci, di risa, di urli e poverine non si poteva fargliene carico se sfogavansi in quel momento della soggezione che loro imponeva una maestra vecchia, brontolona e severa. La natura non si può vincere, talvolta si riesce a soffocare un istante, indi bisogna che segga regina all'impero del mondo; ed è appunto in forza d'un'ineluttabile legge di questa natura che la lingua delle donne... debba sciogliere la questione del moto perpetuo. --Guarda che brutto tempaccio, diceva una bella brunetta con un tuono di voce tale da soperchiare il cicaleccio delle compagne--ed a dire che stamattina c'era fuora tanto di sole! --È proprio vero che in questo mese la costanza del tempo assomiglia molto a quella degli amanti; osservò sorridendo una fanciulla dallo sguardo maliziosetto. --Già, degli amanti del giorno d'oggi. --E di quelli ancora dei miei tempi; sospirava una vecchia zitella incaricata dalla maestra a sorvegliare la partenza delle sartine. --Vale a dire, s'udì una voce, che i giovani del nostro secolo sono ancora quelli del secolo scorso. --Ih, mi credete tanto vecchia! E qui una risata generale. --Un momento, saltò su una bella giovinetta dagli occhi azzurri e dai capelli d'oro, io protesto contro questa taccia d'incostanza; vi potrebbero essere delle eccezioni. --Una protesta in questo caso è una rivelazione. --Certamente. La biondina vuol difendere qualcuno. --È chiaro. --Qualcuno che si trova nella categoria degli amanti. --Sarà il suo. --Tò, tò, la biondina ha l'amoroso? --Sicuro. --Che furba! --E noi l'ignoravamo. --Io però lo sapeva da un pezzo e lo conosco anche. --Sentite? la Martina lo conosce; è giovane? --È ricco? --È biondo? --È nero? --Adagio, adagio, altrimenti non parlo più; dirò prima di tutto ch'egli è molto bello. --Ma brava! --È giovane e l'ama poi alla follia. --Ohe biondina, si palesano i segreti. --Non m'importa; rispose la giovinetta con ingenuo sorriso. --Tanto meglio. E di', Martina, come si chiama l'innamorato? --Sì, sì, parla. --Si chiama... Miccio. --Miccio! Oh, che brutto nome, gridarono tutte in coro. --Ed appartiene alla famiglia rispettabile dei... quadrupedi. --Burlona! --Sissignore, giacchè l'amante in questione al quale voi prendete sì grande interesse non è altro che un bel gatto soriano, domestico e affezionatissimo alla nostra biondina. --Questo alle curiose! Un altra sonora risata fu ripetuta dagli echi della via. --Ih, che fracasso Madonna santa, borbottava Agata la vecchia zitella, ma che diranno i vicini, che direbbe la maestra se mai vi udisse! La prenderà con me, già son sempre io che porto la pena delle vostre bardassate. Tutte le sere allorquando torno di sopra, Agata, Agata, la mi brontola sempre, le ragazze fanno troppo strepito, ne parleranno tutti, verranno dei lamenti e tu che fai in mezzo ad esse? Gli è che non sei capace di tenerle al dovere oppure ti associ anche tu alle loro pazzie? In ogni modo bada bene poichè io non sono al caso di mantenere una donna che mi sia utile a nulla.--Capite? per causa vostra arrischio di essere cacciata di casa, d'essere abbandonata sulla strada ed alla mia età non si trova facilmente di che guadagnarsi la vita. Andiamo adunque, da brave, il tempo va acquietandosi, cogliete l'occasione e ritornate tranquille alle vostre case; avreste forse paura d'un po' d'acqua? Facili ad arrendersi ad amorevoli parole le nostre sartine si fecero sul limitare della porta, sotto l'atrio della quale stavano raccolte ed involontariamente quasi tulle guardarono il cielo. --È vero, s'udì una voce, la pioggia pare che cessi. --Agata ha ragione, è tempo che ce n'andiamo. Incomincierò io a dar il buon esempio; buona notte a tutte. E ratta staccatasi dalle compagne una bella giovinetta, rasente al muro perdevasi nel bujo della via. --E non avere uno straccio d'ombrello, prorompeva indispettita un'altra, ed a dire che stamattina mi va proprio a saltare in mente d'indossare il mio abito più bello; chissà come lo sciupo! --Te ne farai regalare un altro. --Uh, linguaccia! Ed una terza risata non meno universale delle precedenti sovrastò di gran lunga il rumore del temporale. Se qualcuno mi osservasse ch'io faccio ridere per troppo poco risponderei che i miei personaggi presentemente son tutte donne. La sartina del bell'abito forse per non lasciar scorgere un certo vermiglio che suo malgrado le saliva le guancie senza darsi per inteso se la svignò chetamente. Così continuando a cinguettare or su questa, or su quella cosa, ad una ad una, riparandosi alla meglio sotto l'ombrello dei privati, ritornavano tutte alle loro case con grandissima soddisfazione della vecchia Agata. La biondina, l'amante del miccio, non fu tra le ultime a partire. Ell'era una fanciulla di circa diciott'anni; i capelli del color dell'oro e la regolarità inappuntabile de' suoi lineamenti le avevano guadagnato l'appellativo di bella bionda e nessuno, neppur le più intime di lei amiche la conoscevano sotto altro nome. Orfana della madre conviveva felice col vecchio genitore, il quale affranto dagli anni e da lunghe infermità doveva la sua vita ai sudori della figliuola e ad uno scarso compenso mensile che gli fruttava il suo modesto impiego. Egli era portinajo d'una casa di nobile famiglia situata sul corso di Porta Nuova. Povera ma ricca di cuore e di generosi sentimenti la biondina consumava i suoi giorni nel lavoro e nelle cure che esigeva il cadente padre suo--e quantunque spesse volte si vedesse costretta a dure privazioni non bastando i tenui guadagni a supplire ai tanti bisogni, pure nella sua povertà ell'era felice ed il volto, riflettendo la pace dell'anima era sempre sereno e sorridente. Si alzava col sole alla mattina ed accudite le domestiche faccende e dato un bacio al padre ed un abbraccio ad un gatto che colla sua domestichezza e fedeltà erasi guadagnato la tolleranza dell'infermo e tutto l'amore della fanciulla, volava lieta al magazzeno, ove amata dalla maestra per l'assiduità al lavoro e dalle compagne pel carattere schietto e la bontà dell'anima passava contenta l'intiera giornata. Beata allorquando gli era data trascorrere la sera in dolce ozio col miccio in grembo, seduta ai piedi del padre suo, non era perciò dolente allorchè i bisogni della maestra e più ancora i suoi propri l'obbligavano a spendere parte della notte al tavolino da lavoro. La compagnia del gatto le svaniva dalla mente ogni superstizioso timore e l'idea di migliorare l'esistenza del vecchio sofferente le allontanava il sonno allorchè s'aggradava pesante sulle di lei pupille. Il padre superbo di tal figliuola soleva chiamarla il suo angelo e coloro che conoscevano la bella biondina approvavano unanimi la tenerezza paterna. Fatti appena alcuni passi la biondina s'incontrò in un elegante giovinotto che percorreva da qualche tempo la via di S. Paolo nell'attitudine di chi aspetta qualcuno. Vestiva egli con quella femminea ricercatezza che esigeva la moda de' suoi tempi. I capelli portava incipriati e annodati indietro; indossava un lungo pastrano verde ricco di merletti e guarnizioni d'ogni sorta; il panciotto gli scendeva sin oltre le anche ed i pantaloni di stoffa rossa allacciati alle ginocchia lasciavano vedere il contorno di due gambe aggraziate e coperte da calze di seta. Vide la fanciulla e cedendole cortesemente il marciapiedi si fermò a contemplarla, indi come colui che si risolve dopo un'istante d'indecisione le si porta al di lei fianco. --Bella fanciulla, le disse in tuono garbato, io non voglio lasciarvi esposta a quest'acqua che cade a rovesci, degnate d'appoggiarvi al mio braccio e permettete che vi accompagni coll'ombrello. La biondina per tutta risposta chinò il capo e mosse più ratta i suoi passi. --Si tratta di voi, ribattè il damerino, si tratta della vostra preziosissima salute che potrebbe soffrire affrontando quest'ostinato temporale; siate adunque discreta e fatemi l'onore in questa sera d'essere il vostro cavaliere servente. «Voi non rispondete? ah, capisco, gli è che sperate di incontrare _lui_ non vero? il fortunato mortale che possiede il vostro cuore e che per combinazione quest'oggi è in ritardo. «Oh, ma se io fossi al suo posto, se spettasse a me l'alta fortuna di chiamarmi... vostro amico, certamente vi sarei più assiduo, apprezzerei meglio il mio _biondo_ tesoro. «Ebbene io vi offro il mezzo di vendicarvi di _lui_ se lo volete, appoggiatevi al mio braccio e se avremo la disgrazia d'incontrarlo rispondetegli che non è più in tempo; accettate?» --Signore, rispose ingenuamente la biondina, non potendo trattenere un sorriso, io non devo incontrare nessuno. --Davvero? --Ho sempre preferito far la mia strada da sola; vi prego adunque di lasciarmi. --Voi non avete amanti? --No. --Tanto meglio.... cioè volevo dire che fate molto male; vi mettete in contraddizione con tutte le fanciulle della vostra età. --Mi congratulo della bella opinione che avete delle donne. --Ma chi non ha l'amoroso? È una regola generale. --Io ne sarò l'eccezione. --Non ve lo darei per parere, disse il giovinetto, tanto più voi, che costretta a ritornare dal magazzeno ad ora tarda, la compagnia d'un amico sincero e fedele vi sarebbe altrettanto utile.... che piacevole. --Ma come sapete voi ch'io ritorno tardi? domandò meravigliata la biondina. --Son varie sere che vi seguo senza aver mai avuto il coraggio d'avvicinarvi; cosa volete di più ingenuo? Oh! io devo essere molto riconoscente a questo temporale! --Signore, vi prego, lasciatemi. --Via, non sentite come piove? bramate proprio inzupparvi tutta? --Non ne avrei il tempo perchè abito qui vicino. --Lo so, sul corso di Porta Nuova. --Avete fatto molto male a seguirmi, disse la biondina in tuono di dolce rimprovero. --Ebbene, se ciò vi dispiace, non lo farò più, ma stassera è inutile che insistiate, vostro malgrado vi accompagnerò coll'ombrello. --Oh, siete pur ostinato; e la biondina per la prima volta alzò gli occhi in volto allo sconosciuto. Era un bel giovinotto. --Sono sempre ostinato quando si tratta di esser utile a qualcheduno; diss'egli cortesemente. --In allora, se volete proprio.... --Ebbene? --Se volete proprio accompagnarmi, datemi il vostro braccio. --Ah, così va bene; ora eccomi ad un posto che invidieranno certamente tutti quelli che incontreremo. --Non ne incontreremo molti, state certo. --E voi non temete far sempre sola queste vie così deserte? --Che volete si faccia ad una povera tosa che corre da suo padre? --E perchè non v'accompagna vostro padre? le domandò il damerino. --Poveretto.... è vecchio ed infermo. --Ebbene, farò io quel che non può far lui. --Cioè? --Tutte le sere, se voi me lo permettete, verrò a prendervi al magazzeno e vi restituirò nelle sue braccia. --Nossignore, nol permetterò. --Voi non avete amanti, mi diceste. --E non ne avrò mai. --Non fate così; sentite, voi siete molto bella, vedervi chi ha un cuore in petto, bisogna che v'ami; ebbene, io l'ho questo cuore, vi vidi e v'amai. Sareste voi tanto cattiva da respingere l'amor mio? Noi ci vedremo tutti i giorni, pensate alla felicità di quei momenti che passeremo insieme uniti coi dolci legami di un puro affetto. --Ma mio Dio, bisogna lasciar fare all'amore chi ne ha il tempo; noi ragazze del popolo non possiamo. È vero che per prendere marito è necessario farsi l'amante, ma però non andiamo per le lunghe, noi; s'egli è bello, s'egli è buono, se ci conviene insomma ce lo sposiamo e buona notte, altrimenti alle sue prime dichiarazioni gli si fa capire che non fa per noi, ed in tal modo, vedete, schiviamo quegl'infiniti dispiaceri, che come si legge sui libri, colgono sempre chi ha troppa fiducia nell'amore. --Ebbene, insistè nuovamente il damerino, ditemi una parola, ed io domani, questa sera istessa vengo da vostro padre e vi chiedo in isposa. «Noi compereremo una casetta in campagna, poichè io amo molto l'aria pura e la vita semplice dei campi; abbandoneremo la città, ed i giorni scorreranno per noi felici, la vita priva di lagrime e di dolori ci farà credere d'anticipare quella del cielo. «Avremo una famiglia; oh! qual gioia in allora veder i nostri figli correr leggieri pei prati, condurli alla mattina sulla vicina collinetta ad assistere allo spettacolo sublime del sole nascente, divider con loro le innocenti gioie, i loro stessi trastulli ed alla sera mentre dormiranno il sonno degli angeli, sull'agile barchetta, solcando le argentine onde del lago, ai pallidi raggi d'una mesta luna, stretti in ineffabili amplessi vagheremo per quelle incantate regioni ove per qualche momento è dato trasportarsi nei lieti giorni della vita a quei fortunati amanti che il propizio fato ha riuniti. «Tutto ciò, vedete, dipende da voi, una vostra parola può cangiare questo sogno nelle più ridente realtà. «Suvvia adunque, a che state pensosa? Non vi garba forse la campagna? Ebbene, noi vivremo in città, e voi farete invidia a tutte le eleganti signorine di Milano. «Come l'ape coglie l'etere svolazzando di fiore in fiore, così noi godremo di tutti quegl'infiniti piaceri che offre di continuo la bella capitale; teatri, salons, feste, tutto sarà per voi; sarete un astro così fulgido di luce che eclisserà in passando anco i soli più superbi del nostro mondo elegante.» Vedremo se queste parole gli partivano sincere dal cuore, oppure se erano frutto della più bassa perfidia. Come qualunque altra fanciulla, la biondina si sentì travolta, incantata, affascinata dal lusinghevole linguaggio del giovine; buon per lei che ebbe ancora il coraggio d'ascoltare una voce che le rammentava il dovere. Assumendo quindi un contegno assai grave si volse allo sconosciuto e rispose: --Voi mi parlaste franco, o signore, e voglio credere anche seriamente, permettete che ancor io faccia lo stesso: ascoltate. «Due anni or sono, colpita da improvviso malore, io perdeva mia madre. «Nella breve ora della sua agonia, mentre al capezzale io disfogava in lagrime il dolore dell'imminente perdita, la moribonda dopo d'avermi dato quei saggi consigli che l'esperienza le suggeriva, mi disse con voce solenne: «--Datti pace, figlia mia, poichè se la morte inesorabile ti toglie la madre, ti rimane però sempre il padre tuo, che t'ama tanto. Egli giace infermo, ma rammentati che quel miserando stato lo deve ai disagi sofferti ed alle ferite ond'è crivellalo il suo corpo, toccate sul campo della gloria. Tu lo sai, egli è veterano dell'armata di Pasquale Paoli, fu compagno a quel valoroso principe tanto nella prospera come nell'avversa fortuna, combattè con lui tutte le battaglie dell'indipendenza della Corsica; onde tu vedi ch'egli è degno di tutto il tuo rispetto. Io era l'unico sostegno della mia famiglia, e fra pochi momenti non sarò più; guai se tuo padre si vedesse perciò costretto a rivolgersi alla pubblica compassione; tu non sai qual'anima altera racchiude il suo corpo malaticcio; a te adunque il sacro obbligo di vegliare al suo soccorso, soddisfare con onesti guadagni i suoi molti bisogni, e far in modo ch'egli non abbia a rimpiangermi troppo sovente. Dall'alto del cielo io veglierò su te, pregherò Iddio onde ti guardi da ogni sciagura, ed allorquando lassù ci rivedremo, fa ch'io possa dire abbracciandoti: figlia mia, tu hai compiti saggiamente i tuoi doveri. «Commossa dalla solennità del momento, io giurai sagrificarmi tutta intera alla felicità di mio padre, ed onde nessuno mi togliesse quell'affetto che a lui solo voleva consacrare, feci voto di vivere fanciulla al di lui fianco, sin che a Dio piacesse chiudere i suoi occhi al sonno eterno. «Voi vedete adunque, mio signore, ch'io non posso accettare la vostra proposta; manterrò i miei giuramenti, poichè mi fu detto che È la sventura Retaggio eterno della spergiura. «Ora, continuò la giovinetta fermandosi vicina ai Portoni di Porta Nuova, permettete ch'io vi ringrazi del disturbo che vi siete preso; io abito in questa casa, mio padre n'è il portinaio, ed egli mi attende; dunque, buona notte!» E fatto un grazioso inchino, leggera come una silfide mezza donna e mezza nube, senza neppur dar tempo all'incipriato ganimede di rispondere una parola, ratta fuggì sotto l'atrio della porta. Ma il giovinetto, che quell'addio così asciutto non gli andava troppo a sangue, sperando inoltre di vincere con altri argomenti i sensi troppo severamente onesti della leggiadra fanciulla, la seguì correndo, e cintole colle braccia l'esile corpicino, stava per deporre un bacio su quella candida fronte; ma la ritrosa dibattendosi stizzita, svincolossi con qualche sforzo dall'amplesso ardito, lesta aprì l'uscio che metteva al portinaio, e lo rinchiuse sul naso del giovinotto. Egli la vide gettarsi nelle braccia d'un vecchio adagiato immobile sur un ampio seggiolone, e baciarlo ripetutamente in volto. Con occhio invido contemplò quella scena d'amore; che non avrebbe dato per uno di quei baci? Indi comprendendo che nulla più aveva a sperare, si tolse di là molestato da mille diversi pensieri. --Davvero che s'io credessi nella virtù delle donne, pensava il deluso dandy, giurerei d'averne incontrata una onesta. Tanta fermezza non la so comprendere e sì che non tralasciai di blandire in mille modi quella vanità che le donne possedono in buona dose ed alla quale noi dobbiamo i nostri più bei trionfi. «Oh, ma perchè si fu respinti in un primo attacco si dovrebbe forse rinunciare avviliti all'impresa? Se ne tenti un secondo, un terzo se fa duopo; eppoi una buona volontà trova infiniti mezzi per conseguire il suo intento. «Quella biondina è troppo bella perch'io la possa incontrare per via, guardarla indifferente e passare avanti; quegli occhi celesti promettono un amore ardente! un amore di fuoco; quel corpo modellato su forme divine... oh, essa dev'esser mia; io solo debbo cogliere quel fiore ancor rorido di rugiada e dimenticato per avventura sul suo gracile stelo. «S'io lo rispettassi, un'altra mano s'avanzerebbe verso di lui, perchè adunque rifuggirò dal fare in oggi quello che altri farebbero domani? «Sarà d'uopo di costanza ma io l'avrò e giacchè sembra superiore ad ogni seduzione continuerò ad infingere intenzioni rette, la domanderò a suo padre in moglie, gli giurerò di farla felice e vorrei vedere che quel miserabile vecchione me la rifiutasse. «Marco, il mio fedele, indosserà i suoi abiti da prete e celebrerà il matrimonio... «Domani la vedrò ancora, mi troverà dappertutto, in tutti i suoi passi io sarò al di lei fianco, non le parlerò che d'una cosa sola, del mio amore e se la bella ostinata persisterà in un capriccioso rifiuto si ricordi ch'io non son uomo d'abbandonare i miei progetti qualunque sieno gli ostacoli che mi si parassero davanti.» E continuando l'acqua a cadere a diluvi, riuscendogli nojosa la povertà delle vie, entrò in un caffè cui dal giocondo schiamazzare comprendevasi come non dividesse punto la tristezza della natura. CAPITOLO II. Io vorrei che stendesser le nubi Sull'Italia un mestissimo velo; Perchè tanto sorriso di cielo Sulla terra del vile dolor! NICOLINI. Fu nel 1714 in forza dei trattati di Utrecht e di Rastadt che la nostra Lombardia da lunghi anni soggetta agli Spagnuoli passò sotto il dominio dell'Austria; e gl'italiani credendo mutar destino col mutar di padrone applaudivano al nuovo signore. Povera Italia, che dopo d'aver tracciati fasti luminosi sul libro della storia, dopo d'aver tenuto per lunga stagione in suo pugno i destini del mondo intero, or si vedeva avvinta in mille diverse catene, doveva ubbidire sommessa a mille diversi padroni. L'Austria voleva unire per sempre la nuova terra all'impero ed a questo scopo tentò ogni mezzo per legarsela con vincoli d'amore; incominciò quel gran lavoro di assimilazione che se gli riuscì in Ungheria ed in altri paesi gli doveva fallire completamente in Italia. Abolì balzelli immorali, frutti dell'ingordo dispotismo spagnuolo, che colpivano il povero nei bisogni più urgenti della vita; stese una mano protettrice alla snervata industria, alla languente agricoltura tentando risorgere la Lombardia a quell'importanza industriale ed agricola che sempre aveva goduta in Europa--e seminando benefici l'Austria ne raccoglieva frutti di riconoscenza. Ma non mancavano però coloro che comprendevano come la tigre pe' suoi feroci fini abbia facoltà di rendere la sua branca gentile quanto la mano d'una vergine, che comprendevano insomma come non si cercasse che di renderci leggiere le catena del più ignominioso servaggio. Erano coloro che dovevano tenere accesa la sacra fiamma di libertà in quegli anni di schiavitù. Fra questi nobili patrioti era il conte Sampieri. Amantissimo della patria, di carattere energico ed intraprendente, di bello ingegno si era fatto nel 1764 iniziatore d'un comitato segreto scopo del quale far pratiche con Carlo Emanuele III Duca di Piemonte, onde unire colla rivoluzione la Lombardia a quella provincia. Il sommo pensiero del conte Sampieri era l'unità d'Italia sotto lo scettro d'un re italiano; nobile aspirazione che doveva costare più tardi immensi sacrifici. Il comitato erasi guadagnato molti giovani milanesi ardenti sempre e volonterosi quando trattasi della patria. Carlo Emanuele nobilissimo principe, cui ne fu in ogni tempo feconda la stirpe di Savoja, non aspettava che un moto per muovere alla testa de' suoi piemontesi in ajuto ai fratelli lombardi, ma sventuratamente alla vigilia del gran giorno la congiura venne scoperta e soffocata nel sangue. Sampieri fuggì in Corsica; fu nel 1765. In quell'isola già da molti anni combattevasi per la libertà. Soggetta alla Repubblica di Genova la Corsica mal potendo sopportare il modo tirannico ond'era governata si sollevò. La vacillante Repubblica di Genova con improvvido consiglio domandò l'aiuto dell'Austria, indi della Francia, ma i Corsi stretti intorno a Pasquale Paoli, uomo di forte ed elevato carattere lottavano intrepidi contro gli stranieri invasori. Il conte Sampieri istrutto nelle discipline militari ed amico personale di Pasquale Paoli che seppe apprezzare l'esule patriota, occupò un posto importante nella sollevazione della Corsica; ma sconsideratamente Genova con turpe mercato cedette l'isola al governo di Francia e gl'insorti non poterono allora resistere alle preponderanti forze francesi. Pasquale Paoli esigliò in Inghilterra nel 1769 e Sampieri trovò una morte gloriosa sui campi di battaglia. Il conte milanese morendo abbandonava per sempre una moglie adorata e due figli ancor di giovane età; Renato ed Alberto. Renato il maggiore contava all'incirca diciott'anni. Di carattere dolce, d'indole mite egli era la delizia della madre sua; amante della pace e d'una vita tranquilla non poteva comprendere come suo padre avesse volontariamente corsi tanti pericoli--morendo vittima del suo coraggio. Guai se il destino provava con fortunosi avvenimenti quella debole natura; simile alla canna del deserto si sarebbe spezzata al primo vento che l'avvolgeva ne' suoi turbini. Adorava sua madre per un forte bisogno d'essere amato, divideva seco lei le sue gioje, versava sul di lei seno le sue lagrime--non volendo conoscere altri piaceri che quelli dello studio, altre affezioni che quelle pure, ineffabili della famiglia. Alberto invece era l'antitesi del fratello. D'animo virile, di natura energica, inquieta, attiva, possedeva tali qualità che ben regolate l'avrebbero fatto degno del nome di suo padre, ma che invece il mal'esempio di cattivi compagni le guastò. Trascurava gli studi per la ginnastica, la scherma ed il cavallo e crescendo di forze crescevano in lui i germi della corruzione. Troppo debole era il freno che poteva imporgli la madre perchè egli non lo rompesse e si facesse arbitro delle sue azioni. Passarono otto anni. La vedova contessa Sampieri affranta dalle infermità d'una costituzione viziosa rendeva santamente l'anima a Dio. Renato ne pianse la perdita ed allorquando il tempo ebbogli guarito il lutto del cuore, seguendo le proprie inclinazioni s'unì in matrimonio con una giovinetta di nobile casato milanese e stabilissi nella casa de' suoi parenti. Alberto invece divenuto coll'età superbo e malvagio chiese al fratello la parte spettantegli dell'asse paterno e ricco di vari milioni ritirossi in un palazzotto sul corso di Porta Tosa* ove circondato da servi corrotti menava una vita dissoluta e libertina rotto ad ogni eccesso, ad ogni turpe nefandità. * Ora Porta Vittoria. CAPITOLO III. Ahi, misero! t'han guasto e scolorito Lascivia, ambizion, ira ed orgoglio Che alla colpa ti fero il turpe invito! MONTI. Siamo a Porta Tosa precisamente nel palazzo del giovine conte Alberto Sampieri. È quasi mezzanotte. In un'ampia stanza che serve nel tempo istesso di anticamera e di sala d'arme stanno raccolti intorno ad un tavolino quattro uomini che con un mazzo di carte ed un fiasco di vino passano il loro tempo giuocando e bevendo allegramente. Vestono tutti la livrea e dalla sua uniformità si comprende come appartengano ad un medesimo padrone. Sono i quattro servi di casa Sampieri. Se si dovesse giudicarli dal volto non si potrebbe al certo dar di loro un giudizio lusinghiero; sebben giovani ancora portano scolpite in fronte le traccie del vizio, del disonore, del delitto. Il maggiore di essi, conta all'incirca trent'anni. È piccolo e robusto di corpo; una folta barba gli nasconde quasi tutto il volto, un volto da patibolo, due occhi neri pieni di malizia brillano sotto la fronte ampia, sede d'un ingegno svegliato al male e fecondo d'abominii. Egli è Marco, il servo di confidenza del conte Sampieri e siccome avvi una misteriosa simpatia che lega fra loro i buoni quanto gli uomini cattivi, così Marco ama svisceratamente il suo padrone e n'è da lui riamato. Superbo di tale affezione, come avviene quasi sempre nei servi prediletti, Marco vorrebbe sollevarsi un gradino dal livello degli altri suoi compagni di servizio ed arrogarsi diritti e privilegi di padrone, ciò che mal comportano questi; ma finiscono quasi sempre a chiudere un occhio visti gl'intimi accordi che esistono realmente fra Marco ed il conte. Seduto dicontro a Marco e suo compagno di giuoco è un giovinetto i cui stivali che gli arrivano sin oltre il ginocchio, il frustino che costantemente gira fra le dita ed il bonetto ad ala tesa che di tempo in tempo si calca in testa, lo fanno il vero tipo del cocchiere. Franz è inglese, e conoscendo mediocremente l'italiano, parla poco, sebbene di carattere allegro e _sans souci_. Professa una specie di culto pei cavalli, è felice allorquando impalato sul ricco palafreno guida per le spaziose vie di Milano i suoi puledri puro sangue, ed è ancora più lieto quando solo nella scuderia può abbandonarsi con loro nell'idioma patrio in mille cordiali tenerezze. Sono l'unico oggetto che gli rammentino la patria, e li ama come s'ama la patria. Del resto, d'indole fredda come quasi tutti i suoi compaesani, Franz ha un'anima incapace al bene come pure al male; è una di quelle creature la cui vita è una landa sterile d'ogni utile germoglio, ma che non è per anco sbattuta da turbinose tempeste. Colla massima indifferenza canticchiando l'usato ritornello inglese, egli avrebbe condotto il suo padrone tanto ad una semplice passeggiata lungo il corso, quanto al ratto d'una vergine, tanto in chiesa che al lupanare; sordo ad ogni voce di coscienza, egli fa il suo mestiere; riprovevole apatia che pur troppo si riscontra sovente nel cuore dell'uomo. Gli altri due, Tonio e Piero, giovani poco più che ventenni e capaci d'ogni vilissima azione, trovano alloggio e nutrimento presso il conte Sampieri, servendolo in ogni suo delittuoso capriccio. --Quà i bicchieri, vuotiamone un altro gotto, indi alla rivincita, disse Marco afferrando l'ampio fiasco che s'ergeva maestoso in mezzo alla tavola; animo, Franz, son due partite di seguito che perdiamo stassera; e che! ci lasceremo noi forse soperchiare da due sbarbatelli che mi farei ballare in sulle dita come il saltimbanco fa ballare le marionette? Franz, la nostra fortuna è in fondo a questo fiasco; suvvia adunque, peschiamola colle labbra. E portatosi il colmo bicchiere alla bocca, lo vuotò d'un fiato. L'esempio fu seguito da tutti. --Ah yes! altro bicchiere, gridò l'inglese facendo scoppiettare il suo frustino, altro ancora, eppoi vincere. --Vèh, vèh, l'inglese s'infiamma! osservò Piero con un po' d'ironia. --To', è vero, aggiunse Tonio. --Yes! e perchè non m'infiammare? Non avere forse puledro inglese più nobile sangue che non italiano? Non valere cavallo inglese tre volte cavallo italiano? --Guarda Franz, disse Marco ridendo, che te la lascio passare perchè hai avuta la prudenza di limitare il confronto ai soli cavalli delle due razze, ma se mi facevi una questione d'uomini, t'avrei provato che avevi torto. --Ah, io non conoscere che vostri cavalli, uomini non ancora. --Sta sempre a te se vuoi farne la conoscenza, notò Piero con malizia. --Ed io la fare molto volontieri, anche subito; e Franz balzava in piedi scoppiettando bruscamente il suo frustino. Piero, giovinetto molto ardito, d'un salto fu davanti all'inglese e si preparava a rispondere alla sfida, se non che la voce amorevole di Marco tuonò: --Ma sì, fatemi delle scene adesso; diavolo, che non si sappia reggere ad uno scherzo? Giù, Franz, al tuo posto; io non voglio andar a dormire col peso di due partite in sulle spalle; qua il mazzo adunque e giuochiamo. --È vero, brontolò l'inglese tornandosi a sedere, non perdiamo tempo inutilmente. --Già, perchè a momenti tornerà il padrone, aggiunse Tonio. --Oh, per questo, disse Marco, possiamo star certi che il padrone non lo vedremo tanto presto. Oggi è sabato, ed in questo giorno le sartine sogliono guadagnarsi di notte le ore di riposo dell'indomani, e fra il padrone e le sartine corrono adesso certi rapporti... --Ah sì?... --Tien dietro forse ad una di loro? --E che bella tosa, aggiunse Marco. --Ecco un'avventura che il padrone incomincierà, e che noi come al solito dovremo terminare. --Sicuro, lui fiuta la preda, a noi acchiapparla e mettergliela nel carniere. --Diventate conti e milionari, eppoi farete lo stesso. --Bravo Marco, hai ragione. --Scommetto che tutto finire come altre volte con un viaggio a Magenta, osservò Franz; miei cavalli oramai sapere a memoria la strada. --Tanto meglio, la faranno più in fretta. A por fine a questa enigmatica conversazione si fece sentire il passo d'un uomo salire lentamente lo scalone. Tutti tesero attenti l'orecchio. --È lui, esclamarono in coro i quattro servi, e balzarono in piedi. --Va adagio, brutto segno, congetturò Marco accendendo un lume. Infatti poco dopo entrò il conte Sampieri e girando attorno uno sguardo bieco senza neppur curarsi degli ossequiosi inchini dei suoi servi s'internò negli appartamenti. Marco lo seguì. Arrivato il conte nel suo salotto si gettò senza profferire parola sur una sedia ed appoggiati i gomiti alle ginocchia si nascose il volto nelle mani. Marco si fermò rispettosamente davanti al conte aspettando i suoi ordini. Passò qualche minuto, alla fine Marco vedendo che il padrone non sembrava accorgersi di lui, non osando parlare pel primo sapendo quanto veemente ed impetuoso egli fosse, si pose a passeggiare per la camera movendo or questo or quell'altro mobile, fingendo porli in assetto, ma in sostanza al puro scopo di far un po' di rumore. Infatti Sampieri alzò la fronte; vi si scorgeva impresse le traccie d'una lotta crudele combattuta internamente. --Che fai Marco, gridò dispettoso, ritirati e non mi seccare più oltre. --Signor conte, belò umile il servo... --Vattene in tua malora, urlò Sampieri. --Gli è... --E che, non obbedisci? bada Marco...--I suoi occhi scintillavano di rabbia. --Ebbene me ne vado, lo lascerò solo...--Ed il servo mosse verso la porta. Il conte lo accompagnava con lo sguardo ed allorquando lo vide uscire quasi pentitosi del suo piglio troppo severo: --Marco! chiamò con voce più dolce. Il servo rientrò. --Dove vai adesso? --A dormire, signor conte, non me n'ha ella data licenza? --E mi abbandoni qui soletto come un cane mentre ne ho tanto bisogno di compagnia? Il conte sembrava commosso. --Ma non è forse quello ch'io bramo di rimanere con lei? Oh ma senta, signor padrone, proruppe il servo con espressione assai risoluta, se è una vendetta incompiuta, un odio non soddisfatto, un insulto patito, quello che lo rende così triste, si ricordi ch'io sono sempre pronto a farmi fare in mille pezzi per lei, comandi, io non verrei meno di fronte a qualsiasi pericolo, fossa anche di provare al boia che so fare il suo mestiere. --Lo credo, Marco, esclamò il conte rabbonito, tu mi sei affezionato e fedele, lo credo, ma ora non mi puoi far nulla. Ho l'inferno nel cuore, la confusione nella testa, sono malato. --Ma di una malattia non incurabile signor conte: disse Marco moderando la voce, penso io a guarirla. Lei ha bisogno di cambiare un po' d'aria, d'abbandonare per esempio Milano e fare una gita al suo castello di Magenta. L'aria di quel paese gli ha sempre fatto bene lo neghi se lo può, gli ha sempre portata la salute in mezzo ad un nembo di gioie, di voluttuosi piaceri... Magenta, ecco la ricetta infallibile. Il conte alzò gli occhi ed incontrò lo sguardo di Marco. Servo e padrone si compresero pienamente, un sorriso malizioso sfiorava le loro labbra. --E bisognerà risolversi a questa gita, proruppe Sampieri, non ci sono vie di mezzo, sono stanco io di sopportare più oltre questi ardori veementi, questi desideri di fuoco che mi tormentano giorno e notte e che mi fanno imbecillire. Figurati, stassera le parola d'una donna mi spaventarono, mi ammutolirono confuso. --Forse una gran dama? --Bah, una semplice femminetta. --È la sartina, pensò Marco.--Ch'ella ama forse? --Che io amo da impazzire, esclamò il conte; oh ma dev'essere mia ad ogni costo. Senti Marco io ti ho sempre tenuto in conto d'uomo destro e coraggioso, di uomo che tutto può ciò che vuole, ora tocca a te non mentirmi. --Eccomi quà tutto orecchi, signor conte, parli pure liberamente e più l'avventura è arrischiata più mi ci metto con gusto. Era appunto un po' di tempo che mi lasciava in riposo ed io non son nato per dormire tutto il giorno in un'anticamera, io; mi piace la vita attiva, nei pericoli, nell'imprese azzardose, fra nemici, fra le risse, in mezzo ai pugnali, là perdio è il mio posto. Un misfatto più o meno non è quello oramai che mi manda all'inferno lo stesso. --Bravo Marco ed a cosa finita tu sai ch'io non sono spilorcio. Dammi ascolto adunque. Son circa quindici giorni ch'io tento invano d'affezionarmi una fanciulla che incontrai per la prima volta nella via di San Paolo. --Lo so, disse Marco. --In che modo? gli chiese il conte sorridendo. --Una sera lo vidi passeggiare a piccoli passi davanti ad un certo magazzeno di mode. In quel mentre vi usciva schiamazzando una turba di giovinette e senza aver l'intenzione di spiarlo lo sorpresi nell'atto d'offrire il braccio alla più bella, alla più degna di lei. --Ebbene, riprese Sampieri, son quindici giorni ch'io l'avvicino ma che getto il mio tempo inutilmente. Più che ritrosa ell'è ostinata e non sa d'altro parlarmi che di doveri, d'onore... che so io, pregiudizi da femminetta. Stassera mi disse chiaro e netto ch'io cessassi dall'inseguirla o che non si sarebbe più mossa di casa. Ed io l'amo, sento di non poter vivere senza di lei... ma l'avrò, tu me ne sei mallevadore Marco, e guai s'io mal ripongo la mia fiducia. Ti do otto giorni; Sabato venturo mi reco a Magenta, ella ritornerà dal magazzino a mezzanotte, due ore dopo voglio averla nelle mie braccia, m'intendi? --Perfettamente, rispose Marco sottovoce e girando attorno gli occhi sospettoso come tutti coloro che tramano un delitto; a mezzanotte quella via è affatto deserta, muta, e tenebrosa; io faccio appostare una carrozza e mi ci acquatto dentro; Tonio e Piero attendono la bella al varco, ella giunge ed in men che non lo pensa con la bocca imbavagliata l'accomodo in vettura e le uso la cortesia di condurla in campagna. Oh, è un affare semplicissimo e non dev'essere il primo ch'io conduco a buon fine... se non isbaglio. --È vero. --Ed ai parenti mo', ci ha ella pensato? --È sola con suo padre; questi è vecchio e povero ci chiuderemo la bocca con una manciata d'oro. D'altronde non lo vogliamo privare per sempre della sua cara figliuola. Gli dirai che stanca dal lavoro ha voluto recarsi un po' a diporto, che si trova in un luogo ove non le manca nulla, che vive da signora e che fa conto anzi d'inviargli settimanalmente il frutto de' suoi risparmi che sorpasserà al certo i tenui guadagni del magazzeno. Anche questo è affar tuo, penserai ad accomodarla col vecchio a quei patti ch'egli vuole. Sopra tutto non profferire il mio nome, ne indicare il mio castello. --Eh, sono una volpe vecchia io, ed ho un'abilità speciale nel piantar carote in terreno altrui. Ma--quì Marco abbassò ancora più la voce--e se il padre s'incaponisse e mi mettesse di mezzo la polizia? Capirà bene una fanciulla sparita merita che se ne occupi e questi demoni di tedeschi, che ci venga a tutti il malanno, hanno le braccia lunghe, saprebbero scoprire l'ovile ove sta rinchiusa la pecorella. E lei deve ancora il saldo di certe vecchie partite... --La polizia tedesca, Marco, io la sfido; d'altronde ella è più venale d'una femmina da partito e sebbene abbi dei motivi di odiare la mia famiglia, odio che in fin dei conti mi fa molto onore, sono ricco abbastanza per comperare i di lei favori. Ciò non toglie che tu debba comporla amichevolmente col vecchio. --Farò del mio meglio. Ora a lei a farmi conoscere la fanciulla. --Ecco, rispose il conte un po' imbarazzato, il suo vero nome l'ignoro, vien chiamata da tutti biondina ed abita sul corso di Porta Nuova. Suo padre è il portinaio di quel bel palazzo vicino ai portoni... dopo la bettola all'insegna dell'Aquila. --Che! proruppe Marco, ha detto la biondina di Porta Nuova? Oh guardi la combinazione! --La conosci forse, rispondi, sai qualche cosa sul di lei conto? --Altro che sapere, nientemeno che stiamo per cogliere due piccioni ad una fava. --Non t'intendo, suvvia spiegati, disse Sampieri impazientito. --Si tratta di far restare con tanto di naso un piccolo bellimbusto tedesco che mena tanto ruzzo perchè veste la divisa d'ufficiale. --In che modo? --Ecco quà, incominciò Marco assumendo una cert'aria d'importanza: la bettola all'insegna dell'Aquila a Porta Nuova è l'unico sito ch'io conosca in Milano ove se ne possa bere un boccale di quel buono e per questo, allorquando i miei doveri lo permettono, mi compiaccio passarvi qualche oretta giuocando una partita con mastro Andrea il degnissimo oste. «Uno dei più fedeli frequentatori della bettola è un buon diavolo di croato che questi ladri tedeschi ci hanno menato giù da quelle parti dove usano farla da padroni come qui da noi. «Parla abbastanza bene l'italiano e non essendo totalmente sciocco scambio con lui volontieri qualche ciarla, anzi mi tien luogo di mastro Andrea nella solita partita, allorquando questi è occupato altrove. «Un giorno, era domenica mi ricordo bene, e la bettola piena, zeppa di gente. «Io ci entro, do un'occhiata intorno e non trovo neppure un amico, tranne il mio croato che soletto in un canto trinca la sua caraffa. «Piuttosto che rimanermi solo mi reco da lui. Bisognava che in quel giorno ne avesse bevuto qualche bicchiere più del consueto poichè non l'ho mai trovato così aperto e voglioso di far confidenze. «--Oggi esser festa per me, mi dice tutto contento. «--Lo credo, rispondo io, oggi è domenica per tutti. «--Mia patrona, riprende lui, afermi tonata pel recalo e lasciala in libertà tutta giornata; oggi essere il suo... nomo... nomo... come dite foi... ah, suo nomastico. «Povero diavolo si spiega come può. «--Ma come avviene che tu abbi un padrone, gli domando io. «Egli allora mi racconta essere lo staffiere d'un officiale polacco ed abitare il palazzo dirimpetto all'osteria. «--Oh bella, non sapevo, dico io; e così come ti trovi col tuo padrone, non ti mancheranno certo bastonate, eh? «--Mia patrona non esser catifo, mi risponde il croato, esser stata sempre pona con me, ma atesso che star innamorata difenire un po' pricante. «--Ah, il tuo padrone è innamorato? diavolo, bisogna che la sua bella non sia troppo del suo parere se l'amore gli fa passare dei brutti quarti d'ora. «Il croato parve d'un tratto pentirsi d'aver condotta la conversazione su questo punto e tentò deviarla; io allora insisto. Finalmente dopo d'averne ingollati ancora un paio di bicchieri egli mi spiffera tutto quanto sa sul conto del suo padrone. «Ed è questo. «Una mattina l'ufficiale vide la biondina recarsi al magazzeno; bisogna che quella fanciulla sia ben leggiadra di volto e di forme, poichè il polacco, come lei signor conte, se ne invaghì. «Da quel giorno la bionda non mosse passo fuor di casa senza trovarsi al fianco la figura attillata del giovine ufficiale che la seguiva dovunque, tentando ogni mezzo per vincere quella ritrosia più o meno comune a tutte le donne. «Non ci fu verso; la bionda che ora incomincio a credere un portento di virtù non fece mai mostra d'accorgersi di nulla, finchè lui vedendo che non era carne per i suoi denti abbandonò l'idea di sedurla, non certo io credo, la brama di possederla. «S'immagini adunque come dovrà restare il nostro polacco allorquando saprà che quel fiore ch'egli non seppe cogliere ornò il petto d'un altro più felice mortale, lasciandovi tutti i tesori de' suoi olezzanti profumi.» --Sta bene, esclamò il conte con soddisfazione; gli proveremo che le nostre donne le sappiamo tener per noi. --E che volere è potere. --Adunque la cosa è combinata, proseguì Sampieri col tuono di chi non ammette repliche. Sabato alle due di notte la fanciulla nel mio castello di Magenta, qualunque sieno i mezzi, anche i meno prudenti. Guai s'io dovessi attenderla invano.... E gli occhi del conte ebbero un lampo terribile. --Per tutti i diavoli dell'inferno, signor padrone, ella sarà ubbidito, o ch'io non son più Marco. CAPITOLO IV. Se Giuda pel suo tradimento fu tormentato settanta volte, tu lo sarai settanta volte sette. GUERRAZZI. Aspettato con ansia indicibile dal conte Alberto Sampieri, arrivò finalmente quel sabato fatale che doveva portare la disperazione nel cuore d'una povera creatura. Sono appena suonate lo undici e mezza di notte; le stelle brillano sul firmamento; solo un grosso nuvolone contende il luminoso cammino della luna, nascondendone di tanto in tanto i pallidi raggi. Le vie di Milano incominciano già a farsi deserte, le botteghe si chiudono con alternato battere d'imposte, i pubblici convegni scioglionsi a poco a poco, ed il buio della notte avvolgendo l'intera città nel suo manto tenebroso, sembra tutti invitare ad un dolce e tranquillo riposo. Una carrozza signorile, trascinata da due vigorosi destrieri, cui esperto cocchiere mal frena gl'impetuosi slanci, muove da Porta Tosa, e percorrendo la via del Durino e attraversando il corso di Porta Renza*, entra nella via di S. Paolo. * Porta Venezia. Si avanza circospetta sin oltre la piazza Belgioioso, e approfittando da una curva disegnata dalla via, si ferma in tal punto dove la luce delle due opposte lampade non potendo efficacemente pervenirvi, lascia in completa oscurità. In allora dalla carrozza fa capolino un uomo, che guardando attentamente d'ambo i lati della via, apre la portiera e lascia scendere due robusti giovinotti. --Animo, lesti--disse poi rinchiudendosi di nuovo nella vettura e parlando dallo sportello;--tu, Piero, passeggia là in fondo vicino al magazzino; appena la scorgi, ricordati del segnale convenuto; sopratutto non dar sospetti. E Piero, fatto un segno col capo, s'avvia al luogo indicato. --Tu, Tonio, fermati per intanto davanti ai cavalli, indi ti nasconderai nel vano di quella porta; prudenza e sollecitudine. Marco diede codesti ordini sottovoce. Passa una mezz'ora senza che nulla di nuovo succeda. È tanto frequente il caso in Milano di vedere una carrozza fermata lungo la via, che niuno dei passanti concepisce il più piccolo sospetto; mille supposizioni d'altronde possono ampiamente giustificare quella sosta in un punto il più abitato della città. Marco, sbadigliando come uomo annoiato, osserva l'orologio. Mezzanotte sta per battere. --Ancora un momento, dice in cuor suo, eppoi ci poniamo in viaggio. Povera biondina, chissà come è lontana dall'immaginarsi la bella sorpresa che le abbiamo preparata. Un viaggetto in carrozza!... Eppure, Dio sa quante smanie; sarò costretto tenermela sempre nelle braccia, che non vorrei mi giuocasse qualche brutto tiro. Sarà un peso dolce, diavolo.... incomincio a credere che il padrone abbia voluto fidarsi un po' troppo di me; fortuna che Marco non abusa mai della confidenza in lui riposta, e che in mezzo ai suoi difetti non si sente capace di fare il minimo torto a colui cui mangia del suo pane. «Mezzanotte è suonata, ed il segnale non si sente ancora. Non vorrei che il diavolo ci mettesse la coda e mi mandasse tutto a monte. Non ci mancherebbe altro. Eppure la cosa è facilissima; le potrebbe per esempio saltar il grillo di cambiar strada; potrebbe essere accompagnata, oppure fermarsi al magazzeno tutta notte. E come si fa aver un rimedio pronto a tutto quello che può succedere? Ma bisogna dirle al conte queste belle cose, a lui che ciò che vuole, vuole. Guai se gli manco, mi strozzerebbe colle sue mani, ne son certo. «E non si sente nulla ancora, corpo di tutti i demonii.--E guardava un'altra volta l'orologio.--Dodici e un quarto.» Sbuffando di collera si affaccia allo sportello. In questo punto si ode un lontano mormorio di voci e nello stesso tempo un fischio acuto partire dalla medesima direzione. Marco trasale di gioia. Tonio senza far motto si toglie dai cavalli e si nasconde nell'angolo d'una porta internamente chiusa ed alquanto discosta dalle spalle di pietra. Il cocchiere quasi per avvertire che ancor lui ha udito il segnale dondola un istante sui cuscini ed affranca nelle mani le guide dei cavalli. Marco vide tutto questo, soddisfatto apre lo sportello e si tiene pronto, l'orecchio teso. A poco a poco le voci lontane cessano e tutto ritornando nel primitivo silenzio si può intendere il rumore di due passi che ratti s'avanzano battendo il lastrico. Il cuore di Marco batte d'impazienza, sporge avanti la testa, ma Tonio è sempre là immobile al suo posto con qualche cosa di bianco in mano simile ad un fazzoletto. Intanto i passi si fanno sempre più distinti e già nella penombra si disegna una bella figura di donna. --È lei, pensa Marco, stavolta non mi scappa, povera tosa! Ed infatti la bella biondina di Porta Nuova con quella tranquillità e sicurezza che è sempre compagna d'una coscienza pura ed innocente, affrettava i passi verso casa, lieta all'idea di riabbracciare suo padre dopo un giorno intero di lontananza. Vide la carrozza e lungi quell'alma vergine di concepire dubbi sinistri, gode invece in cuor suo, che qualche cosa gli rompi la mesta solitudine della via. E ratta s'avanza, s'avanza sempre. In questo punto la luna liberandosi dal nero nuvolone, che fin allora la tenne ostinatamente imprigionata piove un'onda di luce pallida. La bionda allora può scorgere l'ombra d'un uomo lentamente disegnarsi sulla terra, ma mentre intimorita girando attorno lo sguardo, cerca il corpo di quell'ombra vien afferrata da due braccia di ferro. La misera apre la bocca per gettare un grido, ma la bocca le vien imbavagliata; si dibatte un istante in disperati sforzi, indi Marco la riceve svenuta nelle sue braccia. --Avanti, grida Tonio ai cocchiere; e mentre i cavalli si rimettono in via, il servo dandosi contento una fregatina di mani raggiunse Piero che seguiva la biondina a qualche tratto di cammino. --È riuscita? chiese Piero. --A meraviglia, rispose l'altro con brutale cinismo. --Neppur un grido? --Nulla. Ed ambedue entrarono nella vicina bettola a gozzovigliare il vil prezzo del loro vilissimo delitto. La vettura attraversa la città e sorte da P. Vercellina. Franz allorquando si trovò all'aperto sulla bella strada che corre diritta a Novara sferzò i cavalli e questi pieni di brio si slanciarono nitrendo a generosa carriera. La povera biondina, ancora svenuta, giaceva pallida nelle braccia di Marco che posandole una mano sul cuore e non sentendolo battere che pochi e deboli palpiti, incominciava sul serio a temere. Infatti lo spavento provato dalla misera fu tale che per poco non l'uccise. Ella comprese il triste significato di quel ratto, e ne fremette inorridita. Molte volte sotto i panni del povero battono tali cuori che mai si cercano in petti patrizi; sovente la coscienza più delicata dell'onore, i sentimenti più nobilmente generosi, fuggendo i sontuosi palazzi erigono il loro santuario nel popolo; povero popolo, che se talfiata tralignando si gettò sui lubrici sentieri del delitto, vi venne spinto da quella miseria, da quella grettezza che pur troppo fu sempre il suo retaggio. Finalmente l'aria percossa, entrando fredda nella vettura e battendo sulla fronte della svenuta, a poco a poco le ridonava i sensi. Aperti gli occhi, li fissò immobili in volto a Marco che vedendola riaversi le sorrise benignamente; le fitte tenebre della notte non permisero alla giovinetta di conoscere quel volto, ma un raggio di luce ne illuminò il sorriso che avvezza a vagheggiarlo sovente sulle labbra dell'amato genitore, tratta in un dolce inganno, chinando mesta il capo mormorò: --Padre mio, che brutto sogno! e rinchiuse spaventata gli occhi. Ma il rumore dello zampe ferrate dei cavalli ripercosse sordamente sul terreno, i frequenti sbalzi della carrozza, la notte che buia regnava all'intorno, ridestarono la sventurata dal suo assopimento; passò una mano sulla fronte quasi per sperdere la nebbia ond'era avvolta la mente, e ritornò alla triste realtà. --Ah, non è dunque un sogno codesto, gridò con voce straziante svincolandosi d'un tratto dalle braccia del servo e rannicchiandosi tremebonda in un angolo della carrozza; oh, perchè non sono morta, perchè mai riedere alla vita in un momento cui l'abbandonarla è un beneficio, una grazia del cielo?... Ma che volete voi da me?... No non voglio seguirvi... lasciatemi precipitare da questa carrozza o ch'io empio l'aria de' miei gridi. Deh! in nome della Vergine santa, in nome di quanto avete di più sacro al mondo, in nome di vostra madre, fate ch'io ritorni al povero padre mio. Egli, vedete, vecchio e malato non ha altro appoggio che il mio, altra vita che la mia; togliermi da lui vuol dire ucciderlo, vuoi dire spezzare l'unico filo che ancora lo trattiene al mondo... ed in allora voi dovreste rendere conto a Dio di due esistenze poichè con mio padre uccidereste me pure. Oh! se il vostro cuore ha sensi di umanità, s'egli non è quello della fiera, lasciatemi fuggire; guardate io vi prego qui in ginocchio, colle lagrime agli occhi, così come si prega Dio ed i santi... ma che cosa vi ho fatto mai per farmi tanto male?... E soffocata dai singhiozzi, soffuso il volto di lagrime, coi capelli disciolti, abbracciava le ginocchia di Marco. Avrebbe commosso un cuore di pietra, ma non quello del malvagio sgherro. --Via, calmatevi una volta, andava egli ripetendo in tuono di ghiaccio, verrà un giorno che mi rammenterete questa notte col sorriso sulle labbra, allorquando io, diventato vostro servo umilissimo, verrò da voi a chiedere i vostri ordini. Voi siete degna d'una sorte migliore da quella che avete corsa fin qui; credete che la natura vi sia stata tanto prodiga di bellezze perchè voi spietatamente le sciupiate con una vita di lavoro, di privazioni, di stenti? Non si chiama questo far buon uso dei doni ricevuti. Infine poi io vi conduco in un bel palazzo, in una reggia nella quale sederete regina, un paradiso cui voi sarete il nume regnante. Ora ditemi se questi vostri lamenti hanno una ragione al mondo! Via adunque alzatevi, la mia bella fanciulla, sedete qui vicino a me ed abbiate pazienza. Ancora poche miglia, eppoi ci siamo. E Marco stendeva le braccia per aiutarla ad alzarsi. La biondina dopo quel primo sfogo del suo dolore era caduta in un morale assopimento; nulla aveva udito di ciò che Marco le disse; nell'inerzia dello spirito guardava senza vedere, ascoltava senza intendere, viveva senza sentire l'esistenza. Allorquando però le mani del servo la toccarono si ridestò rabbrividendo e facendosi da lui il più lontano possibile. --Non mi toccate, gridò non mi toccate; le vostre mani contaminano, le vostre mani sono quelle del carnefice, fanno delle vittime, danno la morie. --Che morte! vi conduco alla vita, io! --Sì, ad una vita vituperata, d'infamia e di disonore. Deh, fate ch'io non vi supplichi invano, lasciatemi libera, rendetemi a mio padre. Non troncate l'agonia del misero vecchio se non volete che la sua maledizione vi rombi fatale eternamente sul capo. Rendetemi a lui, noi vi benediremo, voi avrete due cuori che quotidianamente si rivolgeranno a Dio invocando su di voi il tesoro della sua infinita misericordia. Ma non capite che vi prestate al più iniquo tradimento, che un perfido vi brama complice di tale infamia che marchio indelebile lascerà sulla di lui coscenza e sulla vostra?... --Oh, ma cessate una volta, interruppe Marco con dispetto, son parole codeste gettate ai vento, querele inutili, lamenti perduti! Diavolo, in fin dei conti non vi meno all'inferno! Anzi è un bel giovinotto che vi aspetta, galante quanto ricco, ricco quanto generoso. Egli vi ama e non cercherà altro che la vostra felicità. Diverrete sua moglie, sarete contessa, giacchè egli è conte, che volete di più? Eppoi a sentir voi si commette un delitto! Ma se v'ha delitto in questo caso è dal lato vostro, la mia fanciulla, che così ostinatamente vi rifiutate a migliorare la sorte di vostro padre che voi dite d'amare tanto. Ma immaginate la gioia del vecchio nel sapervi così superbamente collocata; egli finirà i suoi giorni tranquilli, benedicendo a sua figlia che ha saputo soccorrere i suoi anni cadenti e sollevarlo dalla miseria. Non è forse questa una bella soddisfazione per una brava figliuola? Oh ma lamentatevi ancora eppoi vi dirò che codesto amore per vostro padre è malinteso o che è semplice egoismo che voi fate giuocare a vostro capriccio. --Credete pure ciò che volete ma lasciatemi in nome di Dio, supplicava la giovinetta disperata, lasciatemi, o vi ripeto, io grido al soccorso. --Non griderete nulla, altrimenti il fazzoletto ritornerà donde l'ho tratto. E protendendo le braccia minacciava d'imbavagliarle la bocca. --Dio mio, Dio mio, tu mi hai abbandonato!--E la misera giovinetta comprendendo come pur troppo non potesse isfuggire all'inesorabilità del destino dava sfogo all'immenso affanno in versando silenziosa lagrime amare. Nulla oramai le riusciva sperare, ella aveva tentata ogni via, aveva esaurito tutti i mezzi suggeritile dal cuore per scongiurare l'avverso fatto, ora non le rimaneva che abbandonarvisi rassegnata. Crudele necessità per chi ha tutta la coscenza dell'abisso nel quale irremissibilmente lo si vuol travolgere! Intanto i generosi destrieri colle narici dilatate e penosamente respirando avevano divorato in men d'un'ora i venti chilometri che separano Milano da Magenta. Batteva un'ora di notte ed il paese era affatto deserto. I buoni villici riposavano nei loro tuguri le fatiche d'una giornata trascorsa nei rustici lavori dei campi. La vettura attraversò Magenta e si fermò davanti ad un castello fabbricato sopra una sensibile elevazione di terreno, a circa mezzo chilometro dal paese; ora non rimane più di quell'edificio nessuna traccia, ma in quel tempo, le sue alte torri, il fossato che lo girava intorno, ed il ponte levatoio che si ergeva davanti all'ampio portone, richiamava alla memoria quegl'antichi castelli del Medio Evo la cui vista faceva fremere i vassalli del superbo Feudatario. Fermata la vettura, Franz gettò un fischio che fu ripetuto da tutti gli echi della campagna. In allora si intesero nell'interno del castello delle voci chiamarsi e rispondersi; dei lumi vanno e vengono rompendo l'oscurità; finalmente il portone girando con fracasso sui cardini si spalanca, il ponte levatoio s'abbassa e manda un cupo suono sotto il peso della vettura. Franz si ferma davanti ad un ampio scalone dal quale scendono frettolosi due uomini muniti di torcie accese; d'un salto si fanno allo sportello; un sorriso malizioso si disegna sulle loro labbra e ricevono dalle braccia di Marco la giovinetta svenuta; indi senza profferir parola ritornano d'onde sono venuti. La povera biondina sulla soglia del castello era ricaduta, per la seconda volta priva di sensi. Venne portata in una elegante cameretta il cui recente assetto dava a vedere che l'ospite gentile non era punto inaspettato. Era illuminata da una ricca lucerna che posava nel mezzo d'un tavolo rotondo, su cui stava inoltre in un bacile d'argento una coppa d'acqua limpida; all'intorno elegantemente disposte eranvi sedie coperte di rosso damasco e la finestra, che guardava nel cortile, cinta da splendide cortine di seta. La bionda fu adagiata sopra un letto e lasciata sola. Rinvenne dopo qualche momento. Nella disperazione dello spirito balzò dal letto e si spinse verso la porta. Era chiusa. Allora un orribile pensiero le balena nella mente, si slancia alla finestra, tenta sforzarne i serramenti ma questi pure resistono alle sue deboli forze. Affranta dall'angoscia s'abbandona sopra una sedia, posando il capo sulle braccia e le braccia sul tavolo. Le violenti commozioni di quella notte le avevano causata una febbre ardente; il sangue infiammato le correva rapido al cuore, e dal cuore al cervello, i suoi polsi battevano a rompersi e la di lei fronte era madida di sudore. Arsa dalla sete agendo più per istinto che per forza di volontà afferrò la coppa che stavale davanti e sentendosi ristorare dalla frescura dell'acqua la trangugiò d'un fiato, indi girando smarrita lo sguardo intorno a sè. --Oh, dove mai sono, proruppe con accento lamentevole, dove m'hanno condotta i crudeli persecutori della mia pace! Santo Iddio, qual colpa ho commessa mai per meritarmi sì crudeli angoscie, per aggravarmi sì pesante la tua mano sul capo! Non viveva rassegnata la vita del povero col vecchio padre mio! Non gli guadagnavo forse co' miei sudori un'onesta esistenza! Perchè adunque strapparmi dal suo fianco, per ucciderlo colla mia vergogna? Dio, tu non sei giusto, tu non sei quaggiù la guida della debole innocenza, tu non sei il consolatore degli afflitti, tu... Oh no, perdono... io bestemmio............... ................................................................... «Ma la mia mente si smarrisce, una folta nebbia mi avvolge lo spirito, non posso più pensare, la ragione mi si offusca, le forze mi abbandonano... ma che è mai questo? Quale strano spossamento invade il mio corpo? le gambe rifiutano di sorreggermi, le braccia mi si fanno di ferro, le pupille pesanti, io non posso più camminare, non ci vedo più... tradimento... tradimento!» E facendosi barcollante verso il letto vi si abbandonava inerte. --È un sonno terribile che investe tutti i miei sensi, che mi uccide la volontà e mi annienta le forze; ma non mi lascierò vincere, no non voglio dormire, mi sarebbe un sonno troppo funesto, me lo predice il cuore... Oh, ma è impossibile, io sono sotto l'incubo d'una mano di piombo, ho il veleno in corpo, quell'acqua, ah! fu quell'acqua... tutto, tutto contro me... oh, è troppo Dio mio... In questo punto una testa fa capolino dall'uscio; è il conte Alberto Sampieri. L'infame per meglio riuscire nel suo tradimento aveva mescolato all'acqua trangugiata dalla biondina dell'oppio e delirante di gioia spiava dalla serratura i repentini ed ineluttabili effetti del narcotico. Protendendo le mani tremanti muove verso la bella giacente che apre la bocca per gettare un grido, ma la voce le si spegne nella gola. CAPITOLO V. Ai deboli io soccorro, è la mia destra Schermo dei fiacchi. OSSIAN. All'epoca del nostro racconto sull'angolo della via del Pontaccio verso piazza Castello prosperava l'albergo all'insegna dell'Ussero. Era un vasto caseggiato alto due piani. Nelle sale terrene il povero operajo di ritorno dall'officina chiedeva al generoso liquore un po' di sollievo alle forze abbattute. Al piano superiore salivano i schifiltosi del contatto del popolo: agiati cittadini di quei contorni i quali ad un lauto banchetto solevano rompere la monotonia d'una vita sfaccendata ed inoperosa. Le eleganti camerette del secondo piano poi, non venivano occupati che da qualche coppia amante desiosa d'abbandonarsi alla dolcezze d'intimi colloqui lontana dai rumori, dal mondo e da ogni sguardo indiscreto;--oppure qualche faccia sinistra che aveva i suoi giusti motivi per isfuggire il consorzio degli uomini. L'albergo dell'Ussero era assai frequentato poichè tutti vi si trovavano comodamente ed a loro agio; la vicinanza inoltre del Castello e la numerosa guarnigione che in quei tempi di turbolenze l'Austria manteneva in Milano l'avevano fatto pure il geniale convegno di soldati d'orni arma e d'ogni grado. Due giorni dopo i fatti da noi narrati tre ufficiali entrano nell'albergo e prendendo posto al primo piano comanda da cena. Quantunque tutti e tre vestino l'uniforme e parlino l'idioma alemanno pure non appartengono alla istessa nazione; ciò non ostante compagni di reggimento s'amavano di vera amicizia forse in causa dei loro caratteri affatto diversi, cosa che per quanto strana ci sembra noi vediamo verificarsi spesso nelle affezioni degli uomini. Il più giovane d'essi conta all'incirca venticinque anni; è polacco. Educato in un'accademia militare della Germania era da quattro anni incorporato nell'esercito. Bello di corpo e di cuore, si vedeva il sospiro delle donne e l'amore di tutti i suoi soldati, chè egli molto bene sapeva conciliare la rigadezza della disciplina coi sensi dell'umanità. Caldo ancora d'entusiasmo giovanile era ammiratore ardente d'ogni fatto che sapesse di coraggio o di virtù ed animato pur lui d'un coraggio temerario in un momento d'esaltazione avrebbe affrontato impavido i più inauditi pericoli, purchè credesse di compiere un dovere o di far una bella azione. È insomma polacco per eroismo, per generosità di sentimenti, per nobiltà d'animo. Povera Polonia! Quantunque la tua terra sia sempre stata feconda d'eroi, Iddio ti diede troppo angusti recinti perchè tu possa rialzare superba la fronte e scuotere le catene del tuo duro servaggio. Gli altri due ufficiali uno è francese, il secondo tedesco. Il francese costretto da politici avvenimenti ad esiliare dalla patria sua erasi arruolato volontario nell'esercito austriaco. Ha circa trentacinque anni e possiede tutti quei vizi e virtù che caratterizzano i figli di Francia. D'indole impetuosa s'accende facilmente ed in allora bestemmiando tutti i dei dell'olimpo guai a coloro che osano opporsi a' suoi principii; è un vulcano in eruzione, se non che trovò sempre una certa difficoltà nel passare, dalle parole alle vie di fatto e ritornato in calma ritornava il più buon diavolo del mondo. Il tedesco invece più avanzato di tutti in età, lo si conosceva per un uomo calmo, prudente e di poche parole, aveva però un difetto quello d'essere un po' troppo proclive ai piaceri della mensa e del vino. Amava il polacco per le sue nobili aspirazioni, il francese pel suo carattere originale ed era da entrambi riamato per la di lui natura severa e nello stesso tempo flessibile ed affettuosa. --Terremoto! proruppe il francese ponendosi il mantile sulle ginocchia ed accingendosi a divorare una bomba di fumante risotto. Non c'è che dire, allorquando si vuol essere prontamente serviti e serviti _comme il faut_ bisogna proprio venire all'Ussero. È l'albergo migliore ch'io conosca in Milano. E che vino; si direbbe che Bacco ha degnato d'un suo sorriso la cantina dell'oste. E sì che di vini credo intendermene io! Quando si è nati in Francia, quando si sono percorsi i suoi dipartimenti vinicoli, si ha il diritto di crearsi giudice. Eppure guardate, se i vini italiani assomigliassero tutti a quelli che si bevono all'Ussero, sarei il primo a confessare che le viti d'Italia potrebbero gareggiare colle nostre, le prime del mondo. All'Ussero mi sento in patria, evviva l'Ussero! Ed afferrando il colmo bicchiere lo vuotava avidamente d'un fiato. --Havvi un fiume, amico mio, rispose pacificamente il tedesco fra una cucchiajata e l'altra di risotto, che nasce nel seno della Svizzera e che serpeggiando rapido fra fertili pianure e fioriti declivi forma colle sue acque un lago che, la natura rivestì de' più ridenti panorama. Quel fiume ne sorte dippoi più limpido, più maestosamente bello, corre la Prussia, l'Olanda e va a gettarsi in mare sempre lasciando dietro di sè la più variata vegetazione... --Tu parli del Reno! --Appunto. Ebbene il Reno presta il suo nome a certi vini che, caro mio, io bevo più volentieri del tuo Champagne e del tuo Bordeaux. --Padronissimo; ciò non toglie che i vini del Reno stieno a quelli di Francia precisamente come un tedesco sta ad un francese. L'uno calmo, freddo e d'una vita penosa, l'altro invece pieno di brio, di slancio, di fuoco. Terremoto! giudica tu stesso se il confronto ci può lasciare in dubbio. --Scioglierò io la grave questione, siccome colui alieno d'ogni spirito di parte, disse sorridendo il giovine polacco. Il paragone che tu hai fatto dei due vini è giustissimo; l'uno difatti è spirito, l'altro direi che è corpo, ambedue però egualmente squisiti. La questione adunque è puramente di gusto, chi preferisce l'uno e chi l'altro, perchè il mondo cammina per antitesi, cammina con inclinazioni, con gusti opposti. Bacco creò quei vini in due momenti diversi. Fiacco, spossato, volendo rinvigorire le sue forze e porre un po' di fuoco nelle vene, creò quelli del Reno. Già ubbriaco, bramando porre al colmo la misura, creò i spumanti francesi. Ambedue però sono perfetta opera della sua divina sapienza. Dunque in segno d'un'imparziale ammirazione, io propongo d'assaggiarli entrambi, ma dopo cena s'intende, vale a dire dopo d'aver rinnovato un paio di volte questo fiasco che pur cammina al suo fine con una rapidità incredibile. --Evviva Bacco! fu la risposta dei due amici, e d'un fiato vuotarono i bicchieri. Ma però un attento osservatore avrebbe notato che l'evviva del francese non era punto cordiale come quello dell'amico; scuotendo leggermente testa egli dava a vedere come la conclusione del polacco sui due vini non le andasse troppo a genio, e che avrebbe preferito sostenere all'ultimo sangue la sua opinione. Quando un'altra cosa venne a toglierlo dalle sue meditazioni. Egli s'accorse come la marmitta del risotto fosse vuota, e che pure il fiasco versasse in deplorabile stato. --Terremoto! gridò allora con tutto il calore dell'anima; guardate, non abbiamo più niente, è scomparso tutto. Ehi, cameriere, il campo è sprovveduto, presto delle munizioni, che non venga meno l'ardore dei combattenti.... «Eh! ma io sento che ci vorrebbe qualche cosa d'altro per conservarci più validamente questo nostro ardore;--e guardò i compagni con aria maliziosa;--ci vorrebbe per esempio qui seduta in mezzo a noi una bella donnina, dagli occhietti furbi, dalle guancie di porpora e dalle forme rotonde.... Che ne dite, eh?» --Oh la donna! proruppe il polacco con entusiasmo; creatura aerea, sorriso della natura, stilla di rugiada sul calice inaridito del cuore dell'uomo. Figlia primogenita di Dio, la donna fu creata per ispargere di rose l'arido cammino della vita, per mostrare all'uomo che la felicità non è solamente un nome, ma ch'essa ne possiede l'arcano. --Verissimo, la donna possiede l'arcano della felicità! --Sì, e lo trovi nella dolcezza del suo sguardo, nella poesia delle sue parole, nell'affetto d'un'alma tenera, sensitiva, ardente.... --Tutte cose ch'io ti cedo volontieri per una bottiglia di quel buono! interruppe il tedesco colmando il bicchiere. --Tu diserti adunque la bandiera di Venere? --E mi rifugio sotto quella di Bacco. --Amico, te l'ho già detto, se dimenticassi il tuo nome chiamerei: chi vuol bere? e son certo che risponderesti: presente. --Presente, presentissimo ai bacchici appelli. --Eh, ma una donnina la ci voleva proprio, continuò il francese ritornando alla prima idea, ed a dire ch'io avrei potuto condurre la mia vezzosa Melitta, che si pone tanto volentieri a tavola. Ma guardate che peccato! Ecco cosa vuol dire combinar le cene sui due piedi, senza riflessioni di sorta! E non sono molti giorni che in un momento di confidenza quella cara fanciulla la mi diceva: Guarda il mio Adone,--la mi chiama sempre il suo Adone; dev'essere un nome che ha appreso allorquando in casa d'un certo dottore in teologia esercitava le funzioni di... governante.--Guarda, la mi diceva adunque, io porto alla cena un'affezione particolare, affezione che è in ragione diretta colla sua lautezza. E pur troppo in ragione inversa, le risposi, coll'esile complessione della mia borsa. Tuttavia la mia Melitta è una bella ragazzotta, piena di brio e di spirito, e che ci avrebbe divertiti moltissimo in questa sera.... --In allora un brindisi alla sua salute, disse il polacco. --Evviva! gridarono in coro i convitati, e portarono le tazze alle labbra. Il tedesco aveva impiegato meglio d'ogni altro il suo tempo. Il corpo chino sulla mensa, gli occhi fissi nel piatto, mangiava e beveva di buonissimo appettito, se non che le troppo frequenti libazioni gli avevano diffuso sulle guancie una tinta vermiglia, la quale per un fenomeno bacchico notevolissimo s'innalzava a poco a poco, minacciando invadergli la fronte e la parte calva della testa. Il polacco fu il primo ad accorgersene e gli disse: --Amico all'erta! la marea del vino s'innalza! --Terremoto, è vero, proruppe il francese, quando ne avrà fin sopra il capo sarà bell'e affogato. --In allora calerò a fondo; e guardò sotto la tavola. --Già, sempre così; cogli uomini taciturno, chiuso, severo; col vino il più gioviale compagnone del mondo. È questione di gusto. --Vuol dire che il vino gl'inspira maggior confidenza degli uomini. Il tedesco forse per fuorviare i compagni da considerazioni che non gli andavano troppo a verso rivoltosi al polacco come se afferrasse un'idea che in quel momento gli cadesse in mente domandò: --A proposito, non ci racconti nulla della tua impresa amorosa? E sì che a quest'ora dev'essere a buon termine a meno che non abbia fatto fiasco. Il polacco si morse le labbra. --Terremoto! saltò su il francese, un'avventura amorosa? nulla di più interessante conoscendosi l'eroe. E tu volevi tenerci all'oscuro? Suvvia racconta, noi vogliamo saper tutto. --Ha ragione, lo vogliamo! Questa volta è il polacco che pensa al modo di deviare possibilmente la conversazione. Bisognava che quella domanda lo molestasse alquanto. Ma i fumi del vino salendogli alla testa gli avevano offuscate le facoltà dello spirito e per quanto si affaticasse non seppe trovare un mezzo qualunque, una scappatoja per sottrarsi al molesto invito. Bisogna adunque improvvisare una favola, ma _in vino veritas_, dice il proverbio, ed il buon polacco di lieto umore preferì raccontare ingenuamente la verità, lasciar da parte le delicatezze e volgere tutto in riso. --Ecco quà la mia impresa, incominciò, ma prima permettete che ne vuoti un'altro bicchiere, servirà a riscaldarmi vieppiù l'immaginazione ed a farmi più buon narratore. Ecco, la cosa è semplicissima ed io non ve n'ho mai parlato estesamente perchè credeva non ne valesse la pena. Incomincierò adunque dal principio quantunque tu lo conosci diggià. E queste parole erano dirette al tedesco. --Va bene, dal principio. --Proprio di contro al mio alloggio, vale a dire sul corso di Porta Nuova, viveva una fanciulla dai capelli biondi e dal volto d'angelo. Notate ch'io non ho detto viveva a caso. Sebbene di oscuri natali, giacchè essa era la figlia d'un semplice portinajo, possedeva un'anima aperta ad ogni tesoro di virtù ed appariva poi così modesta, così santamente bella che bastava conoscerla appena per sentirsi preso da irresistibile simpatia. --Terremoto, era una fata! --Nella grotta d'un portinajo? --Cosa volete, ne fui sedotto. La vedeva tutte le mattine recarsi al magazzeno ove povera ragazza vi rimaneva il giorno intero a lavorare per suo padre; qualche volta mio malgrado mi trovava sulla via allorquando di notte ritornava soletta a casa e... ed a dirvela in poche parole mi decisi tentarle il cuore. Eppure, quantunque io ne conti già qualcuna in vita mia di trionfi e pare che ne debba avere un po' di pratica, allorquando le era vicino non sapeva dirle una parola, mi sentiva confuso, imbarazzato come mi fanciullo e qualche volta credeva perfino di sentire rimorso a turbare la tranquillità d'un'anima che doveva essere tanto pura. Era insomma la prima donna che mi facesse soggezione. --Oh, l'ingenuo! --Continuai così per tre sere, cioè camminandole dietro timido e senza aprire la bocca. Diavolo, io dissi poi fra me, s'io seguito in questo modo finirà col credermi un'imbecille, e mi farà soggetto di risa nelle sue conversazioni colle amiche di magazzeno. Davvero che non la sarebbe una figura invidiabile. Infine non è che una povera fanciulla che si recherà ne son certo ad onore la mia preferenza a suo riguardo. Mi faccio adunque coraggio e risoluto mi ci porto al di lei fianco. «--Bella fanciulla, lo dico io, è molto bujo stassera, le vie sono deserte e voi tutta sola; mi permettete d'accompagnarvi? La notte apparisce sempre ad una giovinetta, piena di timori, di vaghe apprensioni; di natura debole ella ha sempre bisogno d'un fedele protettore, ebbene io sarò il vostro, accettatemi come amico. D'altronde voi dovete conoscermi, almeno di vista. Sono tre sere che vi seguo, non ho mai osato avvicinarvi e parlarvi, voi m'avete fatto così timido... «E credendo che chinato il capo non avrebbe aperto bocca in tutta la sera, mi era preparato a parlare un bel pezzo. Quando invece fissandomi in volto due occhioni azzurri come il cielo mi rispose: «--Oh mi sono accorta che voi mi seguivate e ne aveva sommo dolore; io sarei stata costretta a non ritornare più alla sera dal povero padre mio, ma lavorando una parte della notte ottenere il permesso di vederlo di giorno. Vedete adunque che non poteva esservene grata. «Quelle parole pronunciate con un'ingenuità infantile e in tuono melanconico mi commossero profondamente. Credetti d'essere al cospetto d'una creatura celeste.» --Che ti fossi imbattuto davvero in una donna onesta? --Pare impossibile, mormorò il tedesco. Ella continuò: «Ora però sono contenta d'avervi parlato perchè voi mi sembrate molto buono. Vi prego adunque non seguirmi più oltre, io ritorno da mio padre, non mi può succedere nulla per via.--Allora le dissi che le mie intenzioni erano rette, che nessun pensiero disonesto mi spingeva verso lei, ma bensì la pura felicità di possedere un sì bel cuore, di possedere tanta virtù. E diceva il vero; ma non ci fu verso; ella fu irremovibile. Mi sembrava un sacrilegio il resisterle più oltre, ed alla bell'e meglio mi ritirai, Eppure quella fanciulla io non posso mai cancellarla dalla mente; mi è causa di dolci emozioni e sconosciute. Insomma, ridete pure, ma con lei sarei stato completamente felice. «Passarono circa tre settimane, quando una mattina non la vedo uscire di casa all'ora consueta. Credendo che mi fosse casualmente sfuggita, aspetto ansioso l'indomani e non la scorgo ancora. Passano altri giorni, sempre nulla; infine, bramando averne una spiegazione, mando il mio servo dal di lei padre. Trovò il povero uomo, vecchio soldato invalido, concentrato nella più crudele angoscia. Sapete che cos'eragli accaduto? Gli avevano rapita la figlia. --Un ratto! gridò il tedesco. --La cosa è seria, terremoto! Il polacco colmò la tazza e la trangugiò d'un fiato. --Ma si conosce almeno l'autore d'un sì vile rapimento? chiese il tedesco. --È un cotal conte Alberto Sampieri, che la fece condurre nel suo castello di Magenta. --Allora non resta che denunciarlo all'autorità: ella farà il suo dovere. --Denunziarlo? proruppe il polacco sdegnosamente; e che, siamo noi soldati o poliziotti? --Non esageriamo, amico; è dovere d'ogni cittadino domandare l'intervento della legge laddove si scorgono tradimenti e delitti.... Havvi una giustizia le cui orecchie sono aperte per tutti; ella non aspetta che una parola per compiere inesorabilmente il suo dovere.... Pronunciamola codesta parola, e non vadi impunita un'azione infame... Che la giustizia sia per il conte la vendetta di Dio; la tua non arriverebbe infino a lui, o vi giungerebbe inefficace.... Queste parole venivano pronunciate a stento dal tedesco; il vino le aveva ingrossato la lingua, l'ubbriachezza stendeva su di lui il suo manto di piombo e vano riuscivagli ogni sforzo contro la potenza invincibile del generoso liquore. Arso dalla sete dell'ebbro egli portò con mano tremante il fiasco alle labbra. Fu il suo colpo di grazia; gli occhi gli si fecero di vetro, il volto di fuoco. --Terremoto! gridò il francese alla sua volta mezzo brillo, che bell'idea! Oh, la mirabile fecondità della mia immaginazione! Sentite, noi siamo qui tre cavalieri, tre soldati d'onore e come tali pronti sempre a porgere ii nostro soccorso, la nostra vita, all'innocente perseguitato, al debole oppresso. Possiamo adunque sentire indifferenti il racconto d'una giovinetta rapita senza mandare al conte rapitore un cartello di sfida ed armati di scudo e lancia invitarlo a provarci in giostra s'egli è altrettanto fiero nel vincere uomini? Sarò io il primo a misurarmi con lui, voglio aver io l'onore di liberare la fanciulla dai capelli d'oro e dagli occhi azzurri. Corpo di mille terremoti, scommetto di mandar quel furfante in pochi colpi a mordere la polvere. Orsù compagni, in pellegrinaggio fino a Magenta, che ci preceda un araldo apportatore dell'ostile cartello e domani la bella rapita sarà ricoverata ancora sotto il tetto paterno. Beviamo adunque all'esito felice dell'impresa! --Tu hai ragione per Iddio, esclamò il polacco con nobile entusiasmo, liberare la fanciulla ecco la nostra missione... voglio dire, ecco la mia missione. --Tu vuoi scendere pel primo in lizza? soggiunse il francese, è giusto, sei la parte più impegnata. Ebbene, noi ti saremo di scorta, oh se foss'io il chiamato a fare al conte un'occhiello nel ventre!... --Un momento, balbettò il tedesco ch'era riuscito a comprendere qualche cosa, pensate... un duello... --Bevi, bevi amico, la tua prudenza questa volta devi spegnerla nel vino; gridò il polacco. Un duello, un duello a morte col conte Sampieri; egli ha rapito la donna de' miei pensieri, ha rapito una fanciulla ingenua, onesta, innocente; io le farò giustizia, ma io solo, è un affare che mi riguarda ed i miei affari soglio farli da me. Amico, continuò rivolgendosi al francese, ti ringrazio del consiglio, la mia mente fu tanto dappoca da non suggerirmi un dovere sacrosanto; ringrazio pure la tua generosità nell'offrirmi una destra invitta ma non posso accettarla; contro un uomo basta un uomo ed io ho troppa fiducia nella mia spada per aver paura. Domani mi recherò a Magenta e domani a sera, amici, beveremo alla salute della bella liberata ed all'eterna dannazione d'un'anima esecranda. --Ebbene, se non mi vuoi compagno nella lotta mi avrai tuo padrino. --Niente; al suo castello il conte è solo, non deve credere ch'io voglia intimidirlo presentandomi accompagnato. Te lo domando in favore, lasciami partir solo, è mio dovere; io vado ad arrestare, a punire un delitto, l'impresa è troppo nobile perchè non riesca secondo i miei voti. --Il conte è traditore, terremoto! --Il conte non lo temo. --Sia fatta la tua volontà, già ne' tuoi panni farei lo stesso anch'io. L'avventura non può essere più bella, più degna d'un gentiluomo, più feconda di gloria. Noi ci rivedremo adunque domani qui, in questo istesso luogo e ci congratuleremo col giovine eroe. L'ultimo bicchiere alla tua salute! --E tu non bevi? domandò il polacco sorridendo al tedesco ubbriaco fradicio. Questi tentennò la testa, aprì la bocca per parlare ma non le uscirono che parole interrotte ed incomprensibili. Era la mattina del 24 giugno 1778. Il sole appariva luminoso sull'orizzonte ed i tremolanti raggi stavano per stringere il creato in un dolce ed amoroso amplesso. Un giovine ufficiale vestito dalla divisa austriaca percorreva in una vettura da nolo lo stradone di Magenta. Il suo volto era bello; un esame attento vi avrebbe scorto un leggiero sorriso di soddisfazione posarsi di tanto in tanto sulle di lui la labbra ed una ineffabile serenità diffondersi sui suoi lineamenti. Era insomma il volto di colui che spinto da un'animo nobile e da generosi sentimenti credeva correre al compimento d'un sacro dovere. Quel giovine è il nostro polacco; di natura ardente ed entusiasta si era lasciato vincere da una dolce simpatia verso la bella biondina, simpatia che col tempo sarebbesi cambiata in sincero amore. La notizia del di lei ratto e dell'avvenire d'infamia che le si preparava, fu per lui un colpo terribile; si sentiva ferito, offeso nel profondo del cuore, poichè la persona amata fa parte di noi stessi; le sue gioie, le sue sventure sono gioie e sventure nostre. Noi l'abbiamo veduto come accolse l'idea d'un duello; ora lo vediamo come pronto corre all'arrischiata impresa, e se gli leggessimo nel cuore vedremmo ancora con quanta abnegazione, con quanta gioia egli avrebbe data la sua vita purchè potesse giovare alla povera infelice. Dopo due ore di viaggio entrava in Magenta. La vettura si fermò ad un albergo, e l'ufficiale, tratta una lettera e consegnatala al cocchiere, gli disse in tuono pressochè solenne: --Io deggio partire per alcuni affari. Qualora però entro due ore non fossi di ritorno, tu riederai prontamente a Milano e porterai questo foglio al suo indirizzo. Hai capito? fra due ore. La lettera era diretta all'ufficiale francese suo amico. Subito dopo il giovine polacco mosse verso il castello Sampieri. Sebbene fosse di buonissima ora, pura nell'interno del castello tutti erano ritornati ai loro uffici consueti; i servi, sommessi schiavi, ad ubbidire; il conte, dispotico padrone, a comandare. Il polacco passò il ponte levatoio, e si diresse a Tonio, che in quel giorno gli spettavano le funzioni di guardiano. Tonio non potè trattenere un moto di stupore alla domanda dell'ufficiale d'un colloquio col conte; lo fece entrare in un salotto terreno e pregollo ad attendere finchè l'avesse annunziato. Il giovane polacco rimase solo pochi minuti; il cuore gli batteva con violenza, non già per debolezza, ma per la brama impaziente di agire. Tonio ritornò; un sogghigno malizioso gli errava sulle labbra; inchinossi forse con un po' d'ironia all'ufficiale, ed invitollo a seguirlo. Attraversando un labirinto d'appartamenti, lo condusse in una magnifica sala d'arme, ove il conte Sampieri stava intento ad esaminare e provare le mille armature diverse che pendevano dalle pareti. --Le domando perdono, disse il conte all'ufficiale con affettata noncuranza, se non lo ricevo in un luogo più degno dell'alta devozione ch'io professo sempre ai miei ospiti. Cosa vuole? io sono schiavo delle mie abitudini, e la più prepotente si è appunto quella di consacrare le ore mattutine alla mia sala d'arme, nella quale, guardi, ho tutto l'occorrente per divertirmi a mio bell'agio. Qui, lei vede, per esempio, un piccolo bersaglio e pistole d'ogni modello, le quali, non faccio per dire, ma di rado mi fanno il torto di non colpire a dovere. Qui appese stanno pure sciabole d'ogni specie, fioretti, guanti, maschere, che so io, mi servono a meraviglia ne' miei assalti di punta e sciabola che rinnovo spessissimo con un certo marchese mio amico. Oh, alle armi io ho sempre portata un'affezione ardentissima, e una prova appunto di questo, si è che per parlarne io la dimenticava lì in piedi senza neppur pregarla d'accomodarsi e spiegarmi il motivo della sua cara visita. Il signore mi vorrà compatire, spero. L'ufficiale, che in questo tempo era rimasto in atto severo e contegnoso, s'inchinò leggermente alle ultime parole del conte ed incominciò: --L'oggetto della mia visita è importante quanto egli è sacro; ascolti. Un povero padre, vecchio soldato invalido, viveva felice coll'unica figlia. Egli l'amava codesta figlia, perchè era il sostegno della sua tarda età, perchè col continuo lavoro teneva lontano dall'umile tugurio gli orrori della miseria; l'amava perchè, bella d'un'anima pura e d'un vergine cuore sapeva co' suoi sorrisi mitigare i dolori delle onorate sue ferite, colle sue consolanti parole spargere il conforto nell'animo triste; era insomma il suo angelo sfolgorante di celestiali virtù. Ebbene, una notte il padre infermo attese invano sua figlia, la fanciulla venne rapita. Signore, egli è da lei ch'io mi faccio a reclamarla. --Non comprendo, rispose il conte ostentando meraviglia; se lei vuole ch'io unisca a' suoi i miei deboli sforzi per venire in aiuto alla povera giovinetta, allora non ha che pronunziarmi il nome dell'infame seduttore. L'opera è troppo degna d'un onesto gentiluomo perch'io rifugga d'associarmi volonteroso. --Il nome dell'infame seduttore, conte, è il vostro, tuonò l'ufficiale spogliandosi d'ogni riguardo. Giù, giù una volta quel manto ipocrita sollo al quale volete nascondere le vostre enormezze, abbiate almeno il coraggio del delitto, e confessate lealmente quello che con tanta viltà sapete commettere. Conte, la fanciulla venne rapita da voi, voi l'avete in questo castello; in nome dell'umanità, in nome delle leggi sacre, dell'onore, restituitela al padre suo. Il conte fissò l'ufficiale con sogghigno beffardo e continuò con fredda calma: --Signor Paladino! con qual diritto mai v'introducete nelle case degli altri per immischiarvi in quello che non vi riguarda? Con qual diritto vi compiacete di controllare le azioni altrui per venir poi a dire in tuono più o meno comico: Non mi garbano, non voglio che facciate così, fate quello che dico... --Col diritto della giustizia, coi diritto di colui che vuol prevenire una colpa o vendicarla. --Ebbene sentiamo, s'io vi dicessi: la fanciulla che voi vi siete messo a proteggere non per sentimento generoso, disinteressato ma forse chissà, par qualche altro motivo più intimo, come per esempio, per vedervi prevenuto in una meta che invano tentaste di raggiungere... --Signore! --Se io vi dicessi adunque codesta fanciulla è mia, io la tengo nel mio castello, passo con lei i momenti più belli della vita, cosa mi rispondereste, sentiamo! --Conte, vi pregherei ancora una volta di restituirla al tetto paterno, di non volere l'infamia d'una donna onesta, innocente. --E se le vostre preghiere non valessero? --Chi non ascolta la parola dell'onestà e della giustizia o che diventa infame o ch'egli lo è diggià. Voi Conte io conosco già per infame, non mi resterebbe che di trovarvi vigliacco ed allora vi chiamerei l'uomo il più esecrabile che l'inferno abbia vomitato in sulla terra. Suvvia ladro d'onore, assassino di deboli fanciulle, restituite la vostra vittima o difendetela col ferro... Le guancie del giovane ufficiale erano vivamente infiammate, lo sguardo feroce, e la destra stringeva convulsa l'elsa della spada. --Miserabile, proruppe il conte lasciando irrompere lo sdegno che a stento aveva fin'allora represso; miserabile! saprò ben io ammutolire quella lingua che incauto tu meni con troppa arroganza. È la morte che cerchi? Ebbene, l'avrai. Possa il tuo sangue ricadere sul capo a tutti quelli della tua schiatta, che nel delirio della temerità, dopo d'essere entrati padroni in terra altrui, si fanno diritto di violarne le case e dettarvi legge. E furibondo, staccata dalle pareti una spada, a sbalzi proruppe dalla sala, percorse un lungo corritoio, ed aperto una porticina che metteva fuori del castello in un vicino bosco, vi s'internò pochi passi. Cieco d'ira e smanioso di vendetta, il polacco lo seguiva fremendo. Arrivati in un punto in cui la larga disposizione della piante concedeva uno spazio libero di terra, i due nemici si fermarono, e l'ufficiale, sguainata la spada, fu il primo a mettersi in guardia. Qui succede una scena orribile. Sono due uomini che, armati di ferro e d'indomabile sdegno si disputano a vicenda la vita. È un continuo incalzarsi, retrocedere, rincalzarsi di nuovo e di nuovo ripiegare; i colpi cadono fitti e pesanti, e le lame accozzantesi aspramente gettano scintille. Il volto dei combattenti è acceso, lo sguardo fiero, l'anelito affannoso; ambedue sono animati da un eguale pensiero, pensiero di sangue, e questo sangue colla destra vigorosa roteando la sciabola lo cercano in ogni colpo. Ma il ferro vien sempre respinto dal ferro, pronto a colpire è prontissimo a parare. E la natura par sorridere a codesta lotta accanita fra la vita e la morte. Il sole, abbassando a poco a poco i suoi raggi, sembra piovere sulle piante una pioggia di luce, e queste, agitandosi dolcemente nel loro lieto mormorio, salutano l'astro del cielo. Gli uccelli gorgheggiano soavi melodie, e la lucida serenità del cielo e l'aura pura e fragrante di primavera richiama in ogni cuore pensieri d'amore. Ma le passioni degli uomini talvolta sono sorde alla voce affascinante della natura. La lotta si protrae già d'alcuni minuti, feroce sempre; la fronte degl'avversari gronda sudore e sangue; prostrati di forze li sostiene lo sdegno diventato furore. Abili spadaccini ambedue e di valore pressochè eguale, il combattimento saria continuato buona pezza indeciso, se il destino risparmiava il suo fatale intervento. Un raggio di sole, rompendo a poco a poco le folte frondi delle piante, venne a battere sul volto dell'ufficiale, che in quel punto stava rivolto a levante. Percosso all'improvviso e non potendo sostenerne la fulgida luce, tentò rimuoversi dal posto spingendo l'avversario; questi s'accorse e tenne fermo. Il sole gli abbarbagliava la vista; ciò nullostante l'ufficiale provò vincerne la molestia e tentare disperati sforzi sopra il conte; ma fu invano. Bentosto il suo sguardo si smarrì in mezzo a miriadi di stelle; credeva fissare un oceano di fuoco che gli ardesse le pupille. Lo assale allora una dolorosa sensazione agli occhi, che gli si empiono di lagrime; incauto li chiude un'istante, un'istante solo... ma in questo mentre la spada del conte s'avanza rapida e gli trapassa il cuore. Il giovane ufficiale stramazza a terra, spalanca due volte la bocca emettendo rivi di atro sangue, indi si ricompone come corpo morto. Prorompendo in orribili bestemmie il conte getta il brando insanguinato e come spinto da furie infernali fugge precipitoso al castello. Il polacco non era peranco spirato. Risospinto sulla soglia dell'eternità Iddio si compiacque arrestarlo un momento, non per rendergli più angoscioso il trapasso ma per dargli tempo di compiere un'opera che la divina prescienza comprese di quanta importanza doveva giungere un giorno nelle tempestose peripezie d'un'innocente creatura. Infatti il ferito riaprendo gli occhi li girò attorno inquieto quasi molestato da un interno pensiero; tentò facendosi puntello colle mani risollevarsi sulla persona, ma l'estrema debolezza del corpo non glielo permise. Ricadde gemendo. L'idea di dover morire solo, lungi da' suoi cari senza il conforto d'uno sguardo pietoso, d'una parola amica, senza neppur soddisfare un certo desiderio che l'anima leale gli aveva in quell'estremo momento suggerita, richiamò sul suo ciglio una lagrima, su quel ciglio che sarebbe rimasto asciutto ai soli tormenti d'una dolorosa agonia. Quand'ecco lo sguardo fissa in un pezzo di carta che giace a pochi passi da lui discosta; un lampo di mesta gioja brilla ne' suoi occhi; vincendo dolori atroci con sforzi inauditi si trascina verso il foglio e lo ghermisce con mano tremante; indi con un legno ch'egli intinge nel proprio sangue vi scrive sopra poche parole. Le forze lo abbandonano e si lascia cadere spossato. Si diffonde sul suo volto una tinta verdastra, le labbra gli divengono paonazze, gli occhi di piombo ed uno scrollo convulso commuove le di lui membra. Era l'anima che gli usciva dal corpo. Un giovane contadino cantarellando l'usata canzone attraversa il bosco recandosi allegro al lavoro del campo. Il sentiero ch'ei percorre lo conduce sul luogo funestato dal terribile duello ed egli vede l'ufficiale in terra immerso in un lago di sangue. S'arresta inorridito il contadino. Il suo primo moto è di paura, indi di compassione; getta allora i rustici arnesi che porta in ispalla e si china sul cadavere. È confuso, incerto sul partito da appigliarsi, allorquando una carta segnata di rosso che stretta tiene il morto fra le mani attira la di lui attenzione. Fa per impadronirsene ma un senso di ribrezzo e fors'anco di timore lo arresta; mal si sa risolvere, finalmente la curiosità lo vince e protendendo risolutamente le mani strappa dalle dita contratte la carta desiderata. La spiega e la legge. La fina malizia che in gran copia possiede il villano e che talvolta gli giova nella notte della sua completa ignoranza, gli fece comprendere di quanto valore poteva essere un giorno quel foglio e cautamente se lo nascose in seno. Indi gettato un ultimo sguardo al cadavere ritorna correndo a Magenta, a riferire l'incontro avuto. Due giorni dopo si leggeva sui giornali di Milano: «In un piccolo bosco poco lungi da Magenta venne trovato da un contadino il cadavere assassinato d'un nostro ufficiale, giovine polacco di distinta famiglia e di moltissimi meriti. «Da una spada insanguinata rinvenuta sul luogo del delitto e su cui stava inciso un nome, la Giustizia potè riconoscere autore del misfatto il conte Alberto Sampieri di Milano, proprietario del bosco e d'un castello attiguo. «Si procedette tosto al di lui arresto ma, il conte erasi già fatto latitante. «Altamente commossa S. M. l'Imperatore, nell'intento di dare un esempio solenne della severità colla quale egli vuol punire ogni colpa di atroce natura, considerando pur anco gli antecedenti disonorevoli di tutto il casato Sampieri, condannò il conte Alberto alla pena di morte, bandì in perpetuo esiglio suo fratello Renato, confiscando in favore dell'impero gli aviti beni. «Noi non possiamo che approvare la sentenza dell'augusto nostro Sovrano.» CAPITOLO VI. On parlera de sa gloire Sous le chaume bien longtemps; L'humble toit, dans cinquante ans Ne connaitra plus d'autre histoire. BÉRANGER. Scorsero diciott'anni dall'epoca dei nostri avvenimenti; siamo nel 1796. In questo tempo le ingiustizie perpetuate da secoli, le ineguaglianze sociali, il mal governo, prepararono in Francia quella grande rivoluzionaria di cui tutta Europa ne avrebbe sentite le conseguenze. Il popolo illuminato dalle nuove idee che una schiera di eminenti scrittori avevano diffuse, affascinato dalle parole: _libertà_, _eguaglianza_, _fraternità_, non poteva più tollerare gli odiosi privilegi dell'aristocrazia e del clero. Egli voleva sollevarsi da quel fango in cui lo avevano gettato, voleva che si riconoscesse in lui pure una mente ed un cuore. Gli uffici più importanti alla milizia, nella magistratura, nell'amministrazione erano riserbati alla nobiltà e molti trasmessi di padre in figlio. I Nobili ed il Clero possedevano due terzi dei terreni ed erano immuni da contribuzioni; il popolo invece pagava imposte all'erario, tributi feudali ai nobili, decime al clero. Scoppiò la grande rivoluzione; quella rivoluzione che sebbene abbia fatte molte vittime, sebben si fosse contaminata in sanguinosi eccessi pure scolpiva quei solenni principi che sono il fondamento dei diritti e delle franchigie dei popoli: eguaglianza di tutti in faccia alla legge, inviolabilità delle persone, libertà di coscienza e di stampa. Ma i progressi di questa rivoluzione avevano spaventate le potenze d'Europa alle quali premeva d'impedire che le nuove idee di libertà penetrassero nei loro stati e perciò Germania, Russia, Inghilterra, Olanda, Belgio, si confederarono contro la Francia e minacciarono d'invaderla. Ecco l'Europa in guerra contro la civiltà; ma fu tanto l'accanimento con cui la Francia seppe lottare in difesa de' suoi principi che riportò da sola le due memorabili vittorie di Valmy e di Jammapes. Pure un poderoso esercito tedesco passa il Reno allo scopo di ristabilire in Francia la monarchia assoluta; allora si proclama la Repubblica e Luigi XIV è condannato a morte. Tutta l'Europa monarchica si leva in armi e nella Vandea scoppia la guerra civile. Si ordina la leva in massa ed un prestito forzato di un miliardo sui ricchi. Contro i pericoli interni si pubblica la _legge dei sospetti_; Maria Antonietta d'Austria, vedova di Luigi XIV, Filippo Egalité duca d'Orleans cugino del re e molti altri insigni personaggi sono mandati alla ghigliottina, indi si muove risoluti contro i nemici. La patria mercè una memorabile eroica difesa è salva dall'invasione straniera. Si pone l'assedio a Tolone che si è ribellata ed è appunto in questo assedio che si distingue un giovine corso, ufficiale d'artiglieria. Egli è Napoleone Bonaparte, quell'_uomo fatale_ che alla testa d'un invincibile armata doveva correre vittorioso il mondo intiero. Pacificata la Vandea e riordinata la Repubblica questa volendo vendicare l'invasione tentata, nominò Napoleone comandante supremo d'un esercito e lo mandò alla conquista d'Italia. Napoleone rompe gli Austriaci e i Piemontesi collegati, a Montenotte, a Dego, a Millesino e conchiuse con Vittorio Amedeo III un armistizio che a Parigi fu tramutato in pace; indi prosegue la gloriosa campagna. Si getta sugli austriaci, sforza il passo dell'Adda a Lodi ed il 14 Maggio 1796 in mezzo ad una folla plaudente entrava in Milano. Napoleone si fermò qualche tempo a Milano e si occupò nel dare una forma provvisoria di governo alla Lombardia. Un giorno gli venne consegnato un plicco; era un ricorso firmato dalla principale nobiltà de Milano, ricorso che essendo importantissimo al nostro racconto, essendo anzi il perno su cui si devono svolgere quei fatti che andremo narrando lo trascriviamo per intero. Eccolo: «_Al Generale Napoleone Bonaparte_ «I sottoscritti appellandosi a quei sensi di equità dei quali già ci deste prove reiterate e che formano una sì bella aureola sulla fronte d'un eroe, osano chiedervi giustizia sopra uno dei mille abusi commessi dal cessato Governo Austriaco nel lungo tempo del suo dispotico dominio in Lombardia. «Dicott'anni or sono il casato dei conti Sampieri era uno dei più illustri, per nobiltà e censo, della nostra Milano, ma per sentimenti patriottici che come una nobile tradizione passavano in quella famiglia di padre in figlio, fu sempre cordialmente odiata dall'Austria. «Morto il vecchio conte Sampieri in Corsica, ove fu costretto esigliarsi per isfuggire a politiche persecuzioni, lasciava due figli superstiti, soli eredi del nome e delle ricchezze avite: Renato ed Alberto. «Avvenne che Alberto, il minore dei fratelli, giovane poco più che ventenne e di carattere ardente ebbe un duello, vuolsi per una donna, con un ufficiale tedesco, in cui questi rimase ucciso. «Sfortunatamente il duello avvenne senza testimoni e questo bastò perchè la _clemenza_ di S. M. l'Imperatore dichiarasse il conte Alberto Sampieri assassino, lo condannasse senza processo a morte ed i suoi beni confiscati a favore dell'Impero. «Ma non ancora contento il _generosissimo_ Sovrano si scagliò pure sul fratello Renato che nessuna parte aveva avuta nell'infausto duello, lo bandì in un colla famiglia in perenne esiglio, confiscandogli ancora le immerse ricchezze. «Egli è in vedendo un nobile membro di nobilissima stirpe andar ramingo senza pane, senza Letto, povero, in suolo straniero, di non altro colpevole che d'essere fratello a chi non commise infine che un perdonabile trascorso giovanile,--egli è in vedendo questo che i sottoscritti commossi si rivolgono a voi per averne giustizia. «Il conte Renato Sampieri fu vittima innocente d'un odio implacabile che da lunghi anni si maturava su di lui; stendetegli adunque quella destra che già benefica porgeste al nostro paese e nella vostra munificenza restituitegli quell'onore e quei beni che tanto ingiustamente gli furono rapiti. «Ch'egli ritorni in patria, ch'egli riposi i patimenti sofferti nella casa de' suoi padri; è quello che ossequiosi noi tutti imploriamo. «E se voi credete, o Generale, che diciott'anni d'agonia possano espiare una colpa, perdonate ancora al fratello Alberto Sampieri. «Voi siete munito d'ampi poteri, voi potete compiere i voti di tutti i nobili cuori milanesi, fatelo, voi--e con voi la Francia--avrete la benedizione d'una famiglia e l'eterna riconoscenza d'una nobile città.» Seguivano le firme. Tutti i giornali di Milano riprodussero questo ricorso e tutti ebbero lusinghiere parole per i poveri esigliati. S'invocava dovunque la giustizia del Generale francese. Napoleone comprese che quest'era un'opportunissima occasione per rinfrancarsi la simpatia degl'italiani. S'egli venne accolto in Milano colle acclamazioni d'un liberatore, alcune città lombarde invece, instigate da segreti agenti tedeschi si erano sollevate ed imbrandite le armi contro i francesi. Dall'Italia Napoleone doveva incominciare la sua marcia gloriosa per l'Europa ed aveva perciò bisogno di lasciar dietro di sè popoli amici. Alcuni giorni dopo fra gli applausi di tutta Milano sortiva un decreto firmato da Napoleone a nome della Repubblica Francese, col quale: considerando l'ingiusta condanna del conte Renato Sampieri e sua famiglia, non credendo di compiere che un'atto di giustizia, gli si ritirava il bando d'esiglio a lui spiccato dal Governo Austriaco nel 1778, rimettendolo ancora nel pieno possesso di tutti i suoi beni. S'aggiungeva inoltro che in quanto al fratello di lui Alberto Sampieri giacendo tuttavia sotto la grave accusa di omicida e non lo potendosi assolvere senza ledere quelle leggi la di cui maestà dev'essere sempre rigidamente rispettata, si permetteva di dar corso ad un regolare processo, qualora venisse chiesto dal delinquente col mettersi a disposizione dei tribunali. Si obbligava poi il governo di passare ad una esatta restituzione dei beni confiscatigli allorquando venisse emanata sentenza favorevole; in ogni modo si doveva tener conto degli anni scontati in esiglio. CAPITOLO VII. Dubita pur che brillino Degli astri le carole, Dubita pur che il sole Fulga, e che sulla rorida Zolla germogli il fior; Dubita delle lagrime, Dubita del sorriso, E dubita degli angioli Che sono in paradiso, Ma credi nell'amor. BOITO. Godeva di moltissima fama in quel tempo il Collegio Femminile di Monza. Grazie ad una completa istruzione che da valenti istitutrici vi s'impartiva, era divenuto il ricovero delle fanciulli appartenenti alle più illustri famiglie lombarde per nobiltà e ricchezze. Nell'alta società si credeva che una giovinetta non potesse mai possedere quelle cognizioni, quella compitezza di maniere, quella squisita educazione insomma necessaria a chi veniva chiamata a vivere fra le sublimi sfere sociali, se non usciva dal Collegio di Monza. Esso occupava un ricchissimo palazzo, i di cui ampi locali capivano a meraviglia le innumerevoli educande; eravi annesso un delizioso giardino, in cui nelle ore destinate al sollievo si lasciavano libere ricrearsi quelle giovinette avide sempre di moto e d'aria. Suona appunto l'ora della ricreazione; soffermiamoci un'istante e godremo d'un quadro che la gioventù, la vita e l'innocenza rendono aggradevole più che mai. Da molte sale sortono in buon ordine schiere di educande, che percorrendo forse con una certa impazienza gli ampi corritoi, si raccolgono tutte nel cortile di fronte al cancello del giardino. I loro occhi sono fissi in volto alla Direttrice, donna di molto sapere, di rigidi costumi e che ama le sue allieve d'amore materno; ed allorquando questa di propria mano, spalancando il cancello con dolce gesto le invita a ricrearsi, in allora la gioia prorompe, a sbalzi, quale gentili gazzelle, si disperdono pei verdeggianti prati. E tutte corrono, ridono, folleggiano. Chi con azzurra reticella insegue anelante la vispa farfalletta, finchè questa posando sul fiore, si lascia dolcemente cogliere al laccio di seta. Chi scende, sale, ridiscende l'erbosa china colla leggerezza d'una Silfide mozza donna e mezza nube. Chi con agile piede corre pei lunghi viali in traccia dell'amica, che raggiunta le concede nascondersi ancora per ancora raggiungerla correndo. Chi disposte in cerchia fanno a gara a raccorre la palla per lanciarsela poi con colpi gentili. Chi con una benda agli occhi, le mani prostese in avanti s'ingegna afferrare la compagna, che colle compagne le fanno corona intorno martoriando con infantili sorprese la povera cieca. E sempre correndo non s'arrestano neppure allorchè il piede incespicando, mal sa sostenere il gracile corpo, che cade sull'erba e sui fiori. --Oh, come sono stanca! diceva affannata una vezzosa fanciullina di circa dieci anni. Sapete, care mie, cosa dobbiamo fare adesso? Coglieremo insieme margheritine e viole, e comporremo un bel serto. Che ve ne pare? --Brava, brava, esclamarono in coro le amiche; quattro angioletti che parevano staccati da un quadro di Raffaello. E girando pel prato empirono ben presto di vaghi fiorelli il loro grembiule, e liete le bambine s'assisero sotto l'ombra di annosa quercia. --Ecco, deponiamo qui la nostra raccolta, tornò ancora la piccina, voi mi farete tanti piccoli mazzolini, ed io intrecciandoli insieme comporrò la corona. Vi piace? --Sì, sì! E tutte si misero all'opera. --Oh quanti bei fiori! --E come sono olezzanti! --Più di tutti le viole. --Come piacciono a me le viole! --Io ne vado pazza. --Continuerei tutto il giorno a coglierne. --Io pure. --Non capisco perchè la violetta, che è un fiore così gentile se ne sta tutta timida nascosa in mezzo all'erba e non si mostra altera al nostro sguardo come la rosa ed il garofano. --Sarei curiosa anch'io di saperlo. E sì che il suo profumo non la cede per fragranza a quello di nessun fiore. Non è vero? --Sicuro, ripeterono tutte in coro. --Imparate da lei, le mie bambine, disse con voce amorevole la Direttrice che nascosta dalla quercia aveva udito il dialogo di quelle innocenti; imparate dalla viola ad essere umili e modeste. Non vi lasciate mai sedurre dall'ambizione e dall'orgoglio; non vi lasciate mai vincere dalla funesta tentazione di distinguervi, di far sfoggio in faccia a tutti di quelle doti, di quei privilegi che il Signore vi ha donati; ma vivete sempre semplici e virtuose. Quel soave olezzo che tradisce la viola in mezzo all'erba additerà pur voi agli occhi del mondo; e tutti vi ameranno, tutti faranno plauso alla vostra virtù. E dato un bacio a quelle carine che religiosamente avevano ascoltato le sue parole tentando di comprenderle, la Direttrice s'allontanò. --Come ci vuoi bene la signora Direttrice! --È tanto buona! --Tieni; il mazzetto l'ho terminato. Va bene così! --Va benissimo, brava. --Ma ditemi un poco, a chi daremo poi questa bella corona? --Ah è vero, bisogna pensarci! --Se potessi mandargliela alla mamma che ci piacciono tanto i fiori! --Vorremmo tutte fare lo stesso, ma... siamo in quattro e la corona è una sola. --Sicuro! --Bene, gliel'offriremo alla signora Direttrice che qui in collegio ci tien luogo a tutte della mamma. Che ve ne pare? --Ma brava, faremo così. E quelle ingenue creaturine intrecciando viole continuavano liete i loro infantili ragionamenti. Oh la bell'età dell'innocenza! Or avviciniamoci a quelle tre giovinette che strette famigliarmente al braccio passeggiano insieme i viali del giardino. Hanno circa sedici anni, vale a dire quell'età in cui la donna comincia a sentire il bisogno di nuove aspirazioni, in cui l'affetto dei parenti e delle amiche pare che più non basti alle esigenze del cuore sensitivo, in cui insomma l'amore germogliandole in seno vi suscita molte volle l'ambizione e la civetteria. Eccone una prova. --Oh se mi sono divertita in queste vacanze in casa de' miei parenti! diceva una bella brunotta dagli occhi vivi e maliziosetti. --Già è pur bella la nostra Milano, ci offre pur molti divertimenti! aggiungeva un'altra. --Gli è per questo che sospiro il momento di lasciare il collegio che mi diventa odioso tutti i giorni; saltava su la terza. Dover vivere qui rinchiusa fra quattro mura, vestire così male, non sortire mai che per andare in chiesa, è una cosa insopportabile. E la dispettosa batteva i piedi dalla collera. --Grazie al cielo per me è l'ultimo anno codesto, tornava ancora la brunetta; l'ho pregata tanto la mamma che finalmente ha acconsentito a levarmi di qui. D'altronde voi sapete ch'io sono fidanzata e bisogna bene che abbia un po' di pratica del mondo prima d'entrarvi col bel nome di _signora_. --Sei fortunata, tu. --E chi è il tuo sposo? --Un mio cugino. --È bello? --Bellissimo, ricco e nobile. --Ah sì? --Mi venne presentato la prima volta nel mio palchetto del Teatro alla Scala. Assistevo co' miei parenti alla rappresentazione del Mitridate. Che bell'opera il Mitridate! Che musica! Ti tocca il cuore. --Io la so quasi tutta a memoria. Furono le prime melodie che ho apprese sul piano. --Ah! ti dico che sentendola cantare alla Scala Mitridate è qualche cosa di meraviglioso. --Gran bel teatro la Scala! --E come è _chic_. Vi si trovano tutte le nobiltà di Milano. --Anch'io ci ho il mio palco e la mamma m'ha promesso, una volta sortita di collegio, di condurmi tutte le sere. --Quando ci sono andata io, continuò la brunetta promessa sposa, vestivo un bell'abito di seta celeste, i capelli mi scendevano liberi sulle spalle e bisognava che stessi bene perchè tutti mi guardavano. --E chi ti guardava? --Per lo più bei giovinetti, rispose con una certa ingenuità. --Ah sì? --E come era contenta vedermi l'oggetto della loro ammirazione. --Oh l'ambiziosa! --Infine poi non c'è nulla di male. Ebbene fu appunto in quelli sera ch'io vidi per la prima volta mio cugino. Cosa volete, mi piace e tutto, mio cugino, ma però gli ho trovato un difetto. --Quale? --Quello d'essere troppo serio; parla assai poco, ride di rado, ha insomma la gravità d'un nonno. --E tu sei così folle! --Sarebbe adunque più adatto alla nostra Erminia che anche lei è sempre melanconica, sospira sovente ed ama il silenzio e la solitudine. --Lasciamola in pace quella povera Erminia, è tanto buona! --Mi piacerebbe però conoscere la causa della sua mestizia. --Eh, io credo d'averla indovinata, disse la brunotta con piglio misterioso. --Ah sì? di su. --E scommetterei uno contro cento di cogliere nel segno. --Parla adunque! --L'Erminia vedete... --Ebbene? --È innamorata. --Oh bello! --Ma di chi? --Oh mio Dio, non avete mai notate le infinite cure che le usa il signor Flavio nostro maestro di disegno; non li avete mai sorpresi in dolci colloqui, non mai osservato com'essa si confonde allorquando le parlate di lui e come la sua mano trema sul disegno quando Flavio si ferma a contemplarla? Ma bisogna ben essere ingenue! --Possibile? --Altro che possibile, è certo. Erminia lo ama in segreto e n'è da lui riamata. --Fa adagio per carità, se ci udissero? --Oh è un pezzo che me ne sono accorta. --Ed è l'amore che la rende così mesta? --Già, l'amore. --Dev'essere una mestizia ben dolce allora. --Il signor Flavio è un bel giovane... --Bellissimo, ma non è nobile. --È vero. --Io già non lo degnerei d'uno sguardo; amare un semplice maestro di disegno che vende le sue lezioni a un tanto per ora! --Zitto; ecco appunto l'Erminia che viene verso di noi. Come è pallida, pare che soffra. --Voltiamo da questa parte e lasciamola sola. V'accerto che la nostra compagnia l'annojerebbe. Infatti s'avanzava per uno dei viali del giardino una bella fanciulla di circa diciott'anni. Sebbene i suoi lineamenti non avessero quella regolarità inappuntabile che si osserva in certe compassate bellezze, pure erano così aggraziali e gentili da conciliarsi l'interesse e la simpatia di tutti quelli che la vedevano. Un grosso volume di capelli castani le avvolgevano in nodi semplici ed eleganti la graziosa testolina; aveva due occhi nerissimi circondati da folte sopracciglia di seta; lo sguardo languido, la bocca piccolissima, ed allorquando si componeva al sorriso lasciava vedere denti di meravigliosa bianchezza; il colore del volto era quello della rosa bianca, che ti lascia sempre incerto se sia pallido o tinto di debole vermiglio; le scorgevi nel mento una leggiera pozzetta; l'avreste creduta l'impronta del dito del Creatore, allorquando, presala pel mento, si compiacque dell'opera sua. Il suo passo era incerto, e su tutta la persona stavale diffusa una tinta d'ineffabile malinconia. S'internò in un boschetto di platani che trovavasi in un angolo solitario del giardino, e macchinalmente lasciossi sedere sur un banco d'erba. Stette immobile, sembrava guardasse, ma non vedeva; sembrava ascoltasse, ma non udiva. In questo punto una capinera venne a posarsi sul ramo d'un albero ed empì l'aria de' suoi gorgheggi. Erminia parve ridestarsi a quegli accenti che armonizzavano tanto colla mestizia del suo cuore e cercava dello sguardo il vago augelletto. --Oh! tu felice, esclamò, tu non conosci che l'azzurro dei cieli ed il raggio benefico del sole; la natura sorridente ti accoglie dovunque, e tu dovunque sorridi col tuo canto celeste. Anch'io una volta i miei giorni passava nel gaudio; ora quella gioia innocente esiliò per sempre dal mio cuore; esso ha perduto la sua pace, la sua tranquillità. Oh mio Flavio, io non doveva incontrarti mai! Tu mi fosti fatale!... Ti vidi; il tuo bell'ingegno mi destò ammirazione; l'alma nobile, stima; il volto soave, amore. Oh sì, io t'amo, Flavio, e tu, hai tu pure un palpito per la povera Erminia? Il tuo labbro non s'aprì mai a parole d'affetto, ma tu pensi a me, non è vero? Sì, sì, mel dice il cuore, mel dicono questi versi istessi. E cavando dal seno un foglio, lo copriva di caldi baci. --Lo trovai nascosto nei miei disegni; egli non può essere che tuo. Oh, la cara speranza! E lesse: UNA VISIONE Allor che in melaconici Accenti di dolore Sembra la squilla piangere Il dì che lento muore, Quando la notte stendesi Sulla natura ancor. Sui vanni della fervida Ardente fantasia, Scuotendo il duro tramite Dall'esistenza mia Pei vaghi campi aerei Sorsi ad aleggiar. Mesta m'accolse e pallida La luna in sen ad ella, Brilli di luce vivida Le stelle, e in lor favella Del Cielo m'apprendevano G'innumeri mister. Oh Ciel, dell'Infallibile Vaga città superna Come rapir in estasi Tu sai, che l'alma eterna La vita ancor non fecela Spoglia di santo ardor; Tu mesto, meste pagini Inspiri al pio poeta, Il genio sollevandosi Allor dell'umil creta Scioglie sovente cantici Che secoli vedran; Tu bello, immenso, splendido È a te che si rivolge Il disperato misero, E allor fidente sorge, Soffre combatte e mormora Dio è lassù nel Ciel. Qui dolce un suon armonico D'angelici instrumenti Mi riportar sui tremoli Vanni spiegati i venti, Sensi di mesto giubilo L'anima m'innondar. Stetti spiar immobile L'orme dell'armonia, Oh con quell'ansia d'Eolo In braccio, l'alta via Corsi veloce a scernere Il mistico gioir, Qual veltro cui il placido Fido covil smarrito Vaga fiutando l'aere Dall'uno all'altro sito Sin che all'affetto riedere Suole del suo signor. Un Eden, quale il fervido Immaginar d'un Dio sol sa ideare e compiere S'offerse al guardo mio; Degli astri il fido e solito Ritrovo genial, Stretti fra lor in teneri Ed amorosi amplessi Confusi in un sol fulgido Raggio i rai istessi, Nuova una luce piovano Splendente di pallor. Pura scherzando l'aura Infra odorosi fiori, Lieve cullando i calici Dai varii colori, E gli aromati cespiti, Ed i frondosi albor, Soave olezzo a spandere Intorno ognor veniva; Quando la vaga immagine D'una celeste Diva Assisa in trono splendido Il guardo m'arrestò. Mille vezzosi Cherubi Con armoniosa cetra Intorno ad Ella danzano Di suoni empiendo l'etra, E lieti in coro alternano I cantici del Ciel. Giù per i nitid'omeri Pel sen le bionde chiome Le discorrean in morbide Anella d'oro come Cirri di vite; vivido Di luce un nimbo ancor, Quale corona tremola Le posa in capo e splende... Ampia stellata clamide Dai fianchi le discende... Splendeva d'ineffabile Beltade e di virtù. Era quell'alma vergine Il bel somiglio d'Eva Pria che all'empie insidie Del colubro cedeva, Era la primigenia Figliuola del Signor. La vidi: arcano fremito Le fibre mi commosse, Il cor in dolci palpiti Ignoti ancor si scosse, Qual chi dubbioso e timido Vuole ad un tempo e svuol, La fiso; Ell'era l'anima De' sogni miei d'amore, Oh quante volte indomito La desiava il core E fra beltadi assiduo Sempre cercarla invan. Ma or ti raggiunsi, è l'esule Che incontra un patrio volto, La vita è un tristo esiglio Per me, il gioir m'è tolto, Tu sola l'aspro, indocile Destin mi puoi cangiar. Deh vieni! m'arde indomita Sete di santo affetto, Oh, come è dolce il piangere In un amico petto, Trovare chi le lagrime Accolga del doler. Ma se codesto gaudio Mi fosse anch'ei conteso Qual colpa allor se gravido D'un non portabil peso Lanciassi al Ciel quell'anima Ch'esosa mi sorti? Sotto la croce pallido Pur Lui il Generoso Ricadde, allor spontaneo Un cireneo pietoso Braccio robusto e valido Gli stese e l'ajutò. Deh! sii tu pur del misero Conforto, speme e vita, Rispondi con un palpito A chi ad amar t'invita, Amor è Dio, oh credilo, Dio non è che amor. Ama e ti sgombra il trepido Pensiero che ti fa incerta, Sovvienti che sol genera Virtudi e sempre merta Stima un affetto nobile Cresciuto in nobil cor. In questo mentre un uomo uscendo dal più folto degli alberi si ferma a pochi passi da Erminia e la sorprende nell'atto che animata dall'entusiasmo d'un nobile sentimento ribaciava affettuosamente quei versi. Allora Flavio--ch'era lui--non sa più contenersi, risospinto da una forza incognita ma potente si precipita ai piedi della fanciulla. --Oh signora, esclamò, quei baci, rinnovate quei baci! Se sapeste qual balsamo salutare essi stendono sull'anima mia! Voi non disprezzate adunque cui ha osato innalzare lo sguardo infino a voi, chi ha osato parlarvi d'amore, anzi il mio affetto ha forse trovato un eco nel vostro cuore! Oh ditemelo signora, toglietemi, ve ne supplico da un dubbio che mi strazia, che mi avvelena la vita. --Signore che mai dite, mormorava la giovinetta commossa, io non posso ascoltarvi, partite, le vostre parole... --Ebbene le mie parole sgorgano da un cuore che per lungo tempo ho represso ma che ora mi si versa per la bocca. Dal primo dì ch'io v'incontrai non vidi più che voi sulla terra. Attaccato fin d'allora alla vostra esistenza non era più al mondo che là ove eravate, non pensava più a Dio che ove pregavate, vi cercava dappertutto, come la pianta il sole, come l'occhio la luce. Avrei voluto vincere questo amore ma quando mi avvinsero le sue catene, quand'io volli misurarlo avevo già sulla fronte la sua corona di fuoco, gli apparteneva per sempre. Oh sì, io vi amo signora, vi amo colla passione, coll'ardore che s'ama per la prima volta, vi amo come una cosa sacra, come si ama Iddio. Il mio affetto è puro, gli angeli stessi l'accoglierebbero con un sorriso. Deh, non siate crudele, dite una parola eppoi a voi dovrò più ancora che a Dio, poichè se Lui mi ha data la vita voi mi darete la felicità. E compreso da potente emozione cogli occhi gonfi di lagrime guardava la fanciulla con uno sguardo lungo, tenero, appassionato. Le calde parole dell'amante avvolsero in un nembo di dolci emozioni, di soave languidezza l'anima ardente di Erminia. Fu sul punto di confessare tutta ingenuamente la sua passione, ma un segreto senso di pudore le arrestava la parola sulle labbra. --Per pietà, non siamo soli, supplicò la giovinetta. --Ma non sapete che negarmi il vostro amore vuol dire lasciarmi solo, derelitto in questo mondo, piombato nella più orribile disperazione? Non sapete che voi siete necessaria alla mia vita, che senza di voi spogliandomi d'un'esistenza penosa la lancerei di mia mano all'eternità? --Flavio! --Sì, bisognerebbe morire, perchè mi sentirei privo d'aria, di luce, di stelle, di cielo... --Lasciatemi... --Ma prima dite che mi amate... oh Erminia! non è vero che tu comprendi il fremito di quest'anima mia, che tu non sei senza pietà? V'era tanta dolcezza in queste parole che la fanciulla ne fu conquisa; fermò lo sguardo in volto al giovane; l'entusiamo l'aveva fatto ineffabilmente bello. Da' suoi occhi essa vi lesse nel cuore e lo trovò sincero, leale, generoso. --Sì vi amo Flavio! gli rispose piangendo. Ma quelle lagrime le brillavano sul ciglio come la rugiada del mattino ai raggi del sole; più eloquenti d'un sorriso parlavano della gioja soave, santa, riconoscente ond'era compresa quell'angelica creatura. --Sì vi amo, continuò, ma forse il mio amore è colpa. --Amore è Dio, tel dissi Erminia, perchè Dio non è che amore. --Amore è Dio, ma allorquando è da lui benedetto. --Ebbene, divina fanciulla, in nome di quel sentimento che gemello nacque nei nostri cuori, davanti al cielo che sarà sempre testimone delle nostre azioni, giuro di farti mia e sposo fedele consacrare alla tua felicità l'intera mia esistenza. --Oh, se questo è un sogno ch'io non possa destarmi più mai! Ed i due amanti si strinsero in un casto amplesso. Pochi momenti prima, allorquando Flavio trovò Erminia nel boschetto dei platani, veniva suonato alla porta d'ingresso del collegio. Entrava un uomo vestito con quella ricercatezza che si veste il popolo nei giorni festivi. Il suo volto era pallido e coperto d'una barba fatta grigia forse, più da una vita di fatiche e di privazioni che dagli anni; la fronte rugosa, lo sguardo severo. Camminava con fatica ed appoggiato ad un bastone; pareva che avesse sofferto o che soffrisse tuttavia qualche malanno ad una gamba. Chiese di parlare alla Direttrice del collegio e la trovò