The Project Gutenberg EBook of Il Principe della Marsiliana, by Emma Perodi This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.net Title: Il Principe della Marsiliana Romanzo romano Author: Emma Perodi Release Date: November 9, 2005 [EBook #17035] Language: Italian Character set encoding: ISO-8859-1 *** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL PRINCIPE DELLA MARSILIANA *** Produced by Carlo Traverso, Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano) Il Principe della Marsiliana ROMANZO ROMANO DI EMMA PERODI Milano FRATELLI TREVES, EDITORI Milano ROMA TRIESTE BOLOGNA Via del Corso, 383. presso G. Schubart. Angolo Via Farini. NAPOLI: Piazza Sette Settembre, 26 (Largo Spirito Santo). LIPSIA, BERLINO, VIENNA, presso F.A. Brockhaus. PARIGI, presso J. Boyveau, 22, rue de la Banque. DELLA MEDESIMA AUTRICE: _Spostati_, scene della vita... L. 1 -- Il Principe della Marsiliana ROMANZO ROMANO DI EMMA PERODI MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1891. PROPRIETÀ LETTERARIA _Riservati tutti i diritti._ Milano.--Tip. Fratelli Treves. I. Dinanzi all'osteria di _Muzio Scevola_, in Trastevere, sventolavano un sabato sera le bandiere tricolori e quelle gialle a rosse del Comune di Roma, e dalle finestre delle casupole vicine pendevano tralci di lauro, ai quali erano appesi i lampioncini di più colori, pronti per la illuminazione. Sopra la porta dell'osteria vi era il ritratto di Garibaldi, circondato pure di lauro, e intorno a quello erano disposte le candele infilate nelle punte di ferro. Sulla piazzetta davanti all'osteria stavano molti uomini aggruppati a capannelli e discutevano vivamente; alcuni appartenevano alla classe dei bottegai e portavano le catene d'oro pesanti attaccate ai primi bottoni della sottoveste, il corno di corallo penzoloni e le cravatte vistose; altri invece appartenevano al ceto dei cittadini, e la maggior parte al popolo minuto. I cittadini, che erano in minor numero, andavano da un gruppo all'altro e posavano familiarmente la mano sulle spalle dei popolani. A un tratto, nel veder scendere da una botte un giovinotto sbarbato e vestito correttamente di saia turchina, tutte le conversazioni cessarono, i capannelli si scomposero e la folla si spinse verso di lui. Il giovinotto distribuiva strette di mano a tutti, salutando ciascuno per nome. --Signor Rosati!--dicevano le persone aggruppate intorno a lui rispondendo al saluto. --Come va? Che mi dite di nuovo?--domandava Fabio Rosati, rivolgendo uno sguardo d'intesa a tre o quattro cui la folla popolana pareva ubbidire. --In Borgo si può contare su cinquecento voti, non più,--disse il Simonetti, un omaccione grasso, che aveva bottega d'orzarolo vicino a piazza Rusticucci e godeva di molta popolarità fra i liberali di quel rione. --E dalle parti vostre come si sta?--domandava Fabio Rosati a Scortichino, il ricco oste di San Francesco a Ripa. --Benone, sor Fabio mio. Ieri sera avevo l'osteria piena di gente e dopo che ebbi parlato, come so parlar io, non fo per vantarmi, sa, e ebbi detto che bevessero pure senza pensare al conto, tutti convennero che era meglio votare per Sua Eccellenza, che almeno aveva dato prova d'essere liberale in Campidoglio, piuttosto che per quel clericalone del de Petriis, che non ha mai fatto altro che portare la mantellina dei fratelloni dell'Angelo Custode, impiastricciare i cocci, e imbrogliare i forestieri. --Bravo Scortichino!--disse il Rosati con fare di protezione battendo sulla spalla al ricco oste.--E qui che notizie ci sono?--domandò a un uomo alto con una lunga barba e due occhi mansueti come quelli di un agnello. --Qui, trattandosi di un principe ci pensano due volte,--disse il sor Domenico, uomo popolarissimo, che vantava ancora l'amicizia di Garibaldi, si ricordava del Vascello e parlava dell'eroe con le lagrime agli occhi.--Qui ci vorrebbe qualcosa per ismuover questa gente, qualche colpo che rendesse popolare il principe della Marsiliana. --E quale, per esempio?--domandò il Rosati infilando il braccio in quello del sor Domenico e guidandolo in disparte. --Qui, sor Fabio mio, il principe ha dei nemici. Dicono che non può essere liberale schietto con quella moglie. --E che fa la principessa?--chiese il Rosati fermandosi e guardando in faccia il sor Domenico. --Bazzica troppo dalle monache di Santa Rufina. Capirà, la carrozza tutti ce la vedono ogni giorno ferma per delle ore davanti al convento, tutti sanno che non aiuta altro che i baciapile e poi ha anche la riputazione di esser superba come tutti in casa Grimaldi. --E che cosa sapreste suggerirmi, sor Domenico, per riconquistare alla principessa le simpatie del Trastevere? --Una cosa sola: bisognerebbe che la principessa venisse stasera a cena all'osteria insieme col principe e domenica l'elezione di lui è assicurata. --Siete pazzo!--esclamò il Rosati mostrando con un gesto di ribrezzo quanto ripugnavagli di vedere la principessa della Marsiliana in quel luogo. --Eppure è l'unico mezzo,--diceva l'oste senza alterarsi, scrollando la bella testa mansueta.--È l'unico mezzo! --Ma ora è tardi. --No; lei corra a casa dal principe, gli riferisca questo suggerimento mio, e gli dica che se non viene la principessa è inutile che venga neppur lui. Fabio Rosati stette un momento pensoso, con gli occhi fissi per terra, poi stendendo la mano al sor Domenico gli disse: --Credo che abbiate ragione;--e senza salutare nessuno risalì in _botte_ e si fece condurre al palazzo del principe della Marsiliana. Nel passare sotto la porta carrozzabile per entrare nel cortile, Fabio domandava al guardaportone alto, solenne e tutto tronfio di portare la livrea della antica casa principesca, se Sua Eccellenza era tornata. Il guardaportone, senza aprir bocca, brandi la mazza con gesto da re di corona e accennò al Rosati il _phaéton_ attaccato che aspettava il principe, e quindi riposò in terra la mazza e riprese a guardare con occhio sprezzante la gente che passava a piedi. Fabio salì di corsa le scale. Giunto nell'anticamera nella quale il trono, formato di arazzi portanti lo stemma della famiglia nel centro e le imprese del celebre cardinal Urbani, sulla parte laterale, occupava tutta una parete, si fermò e disse al servitore di guardia di annunziarlo, e senza aver la pazienza di attendere la risposta, si mise alle calcagna di lui per l'ampia galleria, nella quale tutto un passato di deità olimpiche e d'imperatori romani parevano schierati per far gli onori a chi passava. Fabio non volse neppure uno sguardo su quei marmi preziosi; il suo occhio grande e dolce pareva che non provasse il bisogno di guardare nulla di ciò che lo circondava, che non ubbidisse a nessuna curiosità. Eppure era la prima volta che entrava in casa Urbani, o almeno in quella parte del palazzo riservata alla famiglia, poichè il principe aveva al pianterreno due stanze che guardavano sul Corso e nelle quali riceveva la mattina tutte le persone che non erano presentate alla principessa. Fabio Rosati, segretario di una quantità di comitati, nei quali figurava il nome del principe della Marsiliana, e anche del Circolo dei Cittadini di cui don Pio era presidente, aveva frequentissime occasioni di avvicinarlo. Svelto, intelligente, benchè privo affatto di cultura, rispettoso senza cortigianeria, e sopratutto buono e abile, Fabio era riuscito a conquistare l'animo di molti patrizii romani, e specialmente di don Pio, il quale ora aveva rimesso nelle mani di lui l'esito della sua elezione a deputato. Il servo si fermò in fondo alla galleria, dinanzi a una porta grigia tutta coperta di dorature, e bussò leggermente. Il cameriere di fiducia del principe, un francese sbarbato, con gli occhiali che davano alla sua fisonomia l'aspetto di prete, comparve sull'uscio, e vedendo Fabio, che conosceva, lo pregò di entrare in un salottino precedente la camera del principe. Don Pio, appena udita la voce di Fabio, gli andò incontro e gli strinse cordialmente la mano. --Grazie di essermi venuto a prendere,--disse al Rosati.--Mi annoiava di giunger solo in mezzo a tutta quella gente. --Non vengo per questo,--rispose Fabio guardando in terra e non sapendo come riferire al principe le parole del sor Domenico. Dacchè era entrato nel palazzo sentiva maggiormente tutta la stranezza della proposta che doveva fare, e non aveva il coraggio di esprimerla. --Occorrono altre somme per le spese elettorali?--domandò il principe.--Me lo dica francamente; so quanto bevono gli elettori romani, e nulla mi stupisce. --No, no; ho ancora qualche migliaio di lire,--disse il Rosati sorridendo.--Si tratta di una cosa molto più difficile a dirsi. --Me la dica subito,--insistè il principe senza turbarsi;--sono preparato a tutto. --Senta, il sor Domenico, l'oste di _Muzio Scevola_, dice che se stasera non viene la principessa insieme con lei, i voti del Trastevere le saranno per la massima parte negati. Il principe sorrise mettendosi il monocolo all'occhio sinistro, e guardò fisso il Rosati dicendo: --È una condizione curiosa e non so se donna Camilla l'accetterà; tenterò. Ma l'ora è passata già,--aggiunse il principe guardando una piccola pendola di smalto posata sopra la scrivania;--lei vada a far pazientare chi mi aspetta, io cercherò d'indurre la principessa a venir meco.--E accompagnando il Rosati nella galleria, don Pio penetrò nel salottino di sua moglie, e appena passata la soglia di quella stanza sparì dal volto di lui tutta l'espressione di dolce bonarietà, che aveva durante la conversazione col Rosati. La principessa nel vedere il marito si alzò e fece cenno a due monache di Santa Rufina, che erano sedute in faccia a lei, di lasciarla. --Che cosa vuoi?--domandò la piccola signora al marito con voce leggermente nasale, andando verso lui dopo aver accompagnato all'uscio le suore. --Sai che io voglio in ogni modo esser deputato e che sarebbe un'onta per me se col mio nome, col mio passato, con le mie aderenze e i miei mezzi non riuscissi a essere eletto! --Non le capisco certe vanità,--diss'ella alzando gli occhi al cielo.--Quando uno si chiama Urbani non ha bisogno di tenere a un titolo che il popolo può conferirgli, e può anche ritorgli. --I tempi sono cambiati, bisogna camminare con essi se non si vuol restare schiacciati e soffocati appunto da questo pondo grandissimo che il passato ci ha posto sulle spalle; bisogna far qualcosa noi pure per esser degni degli avi. Il principe pronunziava queste parole con voce monotona, senza nessun sentimento, come una lezioncina imparata a mente. E infatti da quindici giorni la ripeteva di continuo a sè stesso per dirla in ogni occasione. La principessa lo ascoltava a testa bassa, come se riprovasse quelle massime. --Dunque che cosa vuoi?--gli domandò parlando sempre con voce nasale e a denti stretti, come chi ha la consuetudine di servirsi della lingua inglese. --Voglio che tu mi accompagni stasera all'adunanza elettorale.--Quel nome di osteria faceva ribrezzo anche a don Pio e non poteva pronunziarlo. --E dove?--domandò la principessa, alzando in volto al marito due occhi piccoli e fieri. --Da _Muzio Scevola_. --E che luogo è? --Una locanda, dove mi danno una cena elettorale. --Non ci vengo. --Ma, Camilla, pensa a quello che fai; mi tacciano di clericale per colpa tua; per colpa tua non sarò eletto; io voglio riuscire deputato, e tu, tu devi venire. --Non vengo,--rispose la piccola signora sedendosi.--Tu sei padrone di derogare al tuo nome, alla tua nascita, ma non puoi imporre a me di avvilirmi. Io, oltre a esser custode del nome tuo, sono anche custode di quello di mio padre; sono una Grimaldi, lo sai. E fieramente alzò la piccola testa dal volto pallido, sul quale non si leggeva altro che una grande espressione di fierezza. --Camilla, tu sei la mia rovina,--disse il principe, uscendo senza stenderle la mano. Nella galleria lo attendeva il suo cameriere per infilargli il soprabito e presentargli i guanti, il bastone e il cappello. Don Pio, calmo in apparenza, dette alcuni ordini, scese le scale inchinato dai servitori, e dopo essersi seduto nel _phaéton_ prese in mano le redini dei cavalli e uscì dal palazzo. Era quasi notte quando il _phaéton_ si fermò sulla piazzetta dinanzi all'osteria, già illuminata dai lampioncini colorati, e il principe, sceso prontamente, si trovò a fianco Fabio Rosati e il sor Domenico, il quale si tolse il cappello a cencio e gli disse a bruciapelo: --Non mi ha voluto dar retta e le cose si imbrogliano. Faremo un buco nell'acqua se non viene la principessa. Don Pio infilò il braccio familiarmente in quello del sor Domenico e tirandolo in disparte gli disse: --Che volete, la principessa non c'entra per nulla nella mia elezione; le signore hanno idee che noi dobbiamo rispettare, ma che non dividiamo. --Lo capisco,--diceva il sor Domenico spartendosi con le dita la lunga barba, come soleva fare quand'era soprappensieri,--lo capisco, ma lei sa, Eccellenza, che abbiamo da far con certa gente cocciuta e siamo in certi tempi...! Basta, vedremo; bisognerebbe che per amicarsi i trasteverini lei avesse qualche buona promessa in riserva e la manifestasse stasera. --Vedremo,--disse il principe ritornando verso Fabio Rosati, che era circondato da un gruppo di persone ben vestite e parlava a bassa voce con loro. Appena a quel gruppo si avvicinò don Pio tutti si tolsero il cappello e si fecero addietro alcuni passi. Il principe stese la mano all'ingegnere Marini e al professore Arnaldi. Fabio Rosati gli presentò subito quelli che non conosceva. --Il signor Massa, giornalista,--disse accennando un giovinotto pallido, con le scarpine lucide e l'aria spavalda,--il signor Caruso, giornalista pure--aggiunse accennando un omaccione grasso, dallo spiccato tipo meridionale con le lenti sul naso e una barbetta rada sulle guance butterate dal vaiuolo. Il principe della Marsiliana fece un passo verso i due rappresentanti della stampa e stese loro la mano. In quel momento la sora Lalla, grassa, rossa, tutta catene e pendenti d'oro, comparve in cima alla scaletta dell'osteria, e, con le mani sui fianchi esuberanti, si mise a gridare: --Ma insomma, volete proprio che tutto vada ai cani! Venite o non venite? Il sor Domenico, che aveva per la sua vecchia compagna un affetto grandissimo, un affetto in cui entravano i ricordi giovanili, la gratitudine per il coraggio mostrato da lei quando egli era in carcere a San Michele, da dove lo aveva fatto scappare, e la stima per la sua proverbiale onestà, sorrise e disse volgendosi al principe: --Credo che Lalla abbia ragione; è tempo di andare a cena se si vuol mangiare. Il principe, col fare disinvolto del gran signore che sa subito adattarsi al luogo dov'è e alle persone che lo circondano, salì in fretta la scala; il Rosati lo seguiva da vicino e il Massa saliva a due a due gli scalini per non rimanere a distanza. Giù sulla piazzetta il sor Domenico invitava tutti a salire e a un tratto la scala fu guernita di persone di ogni ceto che parevano impazienti di mettersi a tavola, e sulla piazza non rimasero altro che alcune donne, due coppie di guardie di pubblica sicurezza addossate al muro e due carabinieri, che camminavano pesantemente in su e in giù senza scambiar parola fra di loro. Appena il principe della Marsiliana comparve nella sala bassa dell'osteria ornata sulla parete principale di un affresco raffigurante Muzio Scevola con la mano sull'ara, e su quella di fondo, di un teatrino, la sora Lalla alzò la mano, il capo della banda collocata sul palcoscenico dei burattini brandì il bastone del comando, e le trombe intonarono la rumorosa marcia dell'_Aida_. Don Pio guardò il Rosati e atteggiò le labbra a un lieve sorriso di scherno vedendo quel tugurio basso, tutto pieno di tavole, i quartaroli del vino posati sulle panche e vedendo sopratutto quei pezzi d'uomini di bandisti aggruppati sopra il palcoscenico, con le quinte più basse di loro e le teste che rimanevano celate dal palco; ma fu un sorriso impercettibile, e messosi l'occhialino all'occhio sinistro si accostò alla sora Lalla e le stese la mano. --S'è affaticata tanto per me,--le disse sorridendo. --Ci siamo avvezzi al lavoro, Eccellenza,--disse la sora Lalla togliendosi la mano destra di sul fianco per darla al principe. Al sor Domenico, che giungeva in quel momento, spuntarono le lagrime agli occhi vedendo la mano della moglie in quella del principe della Marsiliana, e volgendosi addietro gridò, come per dare l'intonazione alla folla che lo seguiva: --Evviva il nostro candidato! --Evviva!--rispose la folla. E il capo banda a un tratto troncò la marcia dell'_Aida_ per incominciare l'inno di Garibaldi. Una grande confusione regnava nella sala, aumentata dalla musica e dalla troppa gente che, volendo passare per recarsi nella terrazza coperta dalla pergola, lavorava di gomiti e spingeva quelli che le facevano resistenza verso la tavola principale, che era quella d'onore. Il sor Domenico, accorgendosi che il principe della Marsiliana era pigiato verso le sedie o doveva presentare le spalle per resistere all'urto, alzò la testa, la quale dominava la folla, e gridò: --Ragazzi, fate largo! Tanto quelli che erano assuefatti ad ascoltarlo, quanto gli altri che, forse per la prima volta, il caso poneva accanto a lui, ubbidirono a quella voce dolce, che aveva nel comando una intonazione di convincente preghiera, e intorno al principe si formò un vuoto. Don Pio, volgendosi all'oste, gli disse sorridendo: --Se così vi ascoltano, la mia elezione è assicurata. --Non credo,--rispose l'oste con la sua solita franchezza.--Vostra Eccellenza ha molti avversari fra i popolani. Se la principessa fosse venuta qui, domani a otto, tutti votavano per lei, ma così, ci vuole un colpo, un colpo da maestro, se ne rammenti. Il principe, guardando la folla, si arricciava il baffo sinistro senza rispondere, e intanto si avviava al posto d'onore indicatogli dall'oste e già stava per sedersi, quando Caruso gli si accostò e chinandosi all'orecchio di don Pio, gli disse a bassa voce: --Prometta di adoprarsi per fare approvare la stazione in Trastevere e tutti i voti sono suoi. Don Pio, che da un quarto d'ora cercava inutilmente la promessa che doveva assicurargli i voti dei popolani di quel rione, udendo quel suggerimento si voltò di scatto a veder chi glielo dava, e non seppe nascondere quanto facevagli piacere. --Grazie,--disse a Caruso, stringendogli con effusione la mano. --Niente,--rispose l'altro abbassando la testa. Accanto al principe si era seduto a destra il sor Domenico e a sinistra il posto restava vuoto; don Pio avrebbe voluto che quella seggiola fosse occupata dal Caruso per parlare con lui, ma non ebbe il coraggio di chiamarlo. Lo conosceva appena, già era debitore a quell'uomo di una idea che non gli sarebbe mai nata e non voleva che vincoli maggiori di gratitudine si stabilissero fra lui e quello sconosciuto. In quel momento penetrava a stento fra la folla l'onorevole Serminelli, deputato di un collegio d'Abruzzo, e don Pio Urbani fecegli cenno di andare accanto a lui. Erano già state servite le fettuccine nei vassoi ricolmi, e tutti si erano empiti il piatto tirandone giù un mucchio e lasciandone cadere sulle tovaglie, che erano in più punti imbrattate di sugo. Soltanto nella vicinanza del principe la gente mangiava poco e la tovaglia era ancora bianca. Il sor Domenico stesso, messo in soggezione, non aveva il suo bell'appetito di tutti i giorni, e la sora Lalla, che non perdeva d'occhio nessuno e dirigeva il servizio, si accostava ogni tanto al principe, al marito o a Fabio Rosati, col quale aveva maggior confidenza, e invitava or l'uno or l'altro a mangiare e sopratutto a bere. Di questo invito non avevano bisogno alle due tavole laterali, poste lungo le pareti. Una di quelle era presieduta da Scortichino, l'oste di San Francesco a Ripa, che mangiava per tre dando il buon esempio a tutti, e mesceva a destra e a sinistra da bere asciugandosi la fronte col tovagliolo; e l'altra dal Simonetti, l'orzarolo di Borgo, che faceva sparire nello stomaco, a forma d'otre, i vassoi delle fettuccine. Quasi nessuno parlava in quel primo quarto d'ora, ma quando dopo le fettuccine ebbero mangiato il fritto e comparvero i tradizionali carciofi alla _giudìa_, quando i camerieri ebbero incominciato a portar via le bottiglie e sostituirle con altre piene, allora, negli intervalli della musica, incominciò un vocìo assordante, incominciarono le grasse risate echeggianti sulla terrazza attigua coperta dal pergolato, e dove si era riunita tutta la gente di minor conto, tutta la plebe. Il principe parlava poco e ascoltava il sor Domenico e l'on. Serminelli, tutti e due pratici di elezioni, che gli davano dei consigli. Caruso non potendo stare accanto al principe si era messo alle costole a Fabio Rosati e sottovoce ripetevagli che se il principe sapeva svolgere l'idea suggeritagli da lui, era deputato del certo. Don Pio, nella cui mente era infatti penetrato il suggerimento del Caruso, ascoltava con orecchio distratto i discorsi delle persone che aveva a fianco e teneva l'occhio intento sul Rosati e su quel tipo strano di uomo grasso e senza energia, che pareva avesse concentrata nell'occhio tutta l'attività della mente, e avrebbe voluto, senza chiedergli nulla, avere da lui altri suggerimenti. Egli sentiva avvicinarsi il momento di parlare e la sola idea che sapeva di dover manifestare era infatti quella della stazione in Trastevere, ma era una idea isolata, che non sapeva su che basare, nè come svolgere. La sua non era una elezione preparata da lunga mano, come egli non era preparato alla vita politica. Lo scioglimento della Camera in seguito alla caduta del ministero, avvenuto in primavera, aveva rese necessarie in maggio le elezioni generali, e un gruppo di elettori, ascoltando il suggerimento del Rosati, si era fatto propugnatore del nome di don Pio Urbani, principe della Marsiliana, non perchè fosse noto come uomo intelligente, nè come buon amministratore, ma solo per contrapporlo a un ricco mercante di campagna, il de Petriis, che, per la impopolarità acquistatasi nel consiglio comunale, si voleva escluso dal Parlamento come rappresentante di un collegio di Roma. Del resto, don Pio non aveva altri precedenti che questi. Figlio unico e erede di un grande nome e di un grande patrimonio rovinato, era rimasto orfano di padre nei primi anni dell'infanzia. Sua madre, mercè l'aiuto di un buon amministratore, che si diceva fosse vice-principe di nome e di fatto, aveva estinto gran parte delle ipoteche e preparato al figlio, che faceva educare nel collegio dei gesuiti a Mondragone, un avvenire ricco e senza fastidi. Don Pio, appena uscito di collegio, aveva corso la cavallina, e col pretesto di viaggiare, per dar l'ultima mano alla sua educazione, aveva girato il mondo in compagnia di una donna più anziana di lui, celebre a Nizza e a Parigi per la sua eleganza e per la disinvoltura con cui rovinava la gente. Da quei viaggi don Pio era tornato sfiaccolato, senza aver imparato null'altro che a vestirsi e a spendere. Cresciuto senza nessun ideale, senza nessun attaccamento nè all'antica causa dei papi, nè alla nuova causa dell'Italia, tornava a Roma dal suo viaggio quando la più grande rivoluzione del nostro secolo si era già compiuta. Quel grande fatto, che aveva afflitto così profondamente tutti i partigiani del papato e che aveva fatto esultare tutti gli italiani, lo aveva lasciato indifferente. Sua madre, rimasta fedele alle antiche idee, sua madre lo aveva inutilmente spinto a schierarsi fra i sostenitori del Vaticano, fra quelli cui lo legavano vincoli di parentela e di consuetudini di famiglia; egli sorrideva, si metteva il monocolo all'occhio sinistro e non rispondeva. Del resto la duchessa Teresa Urbani si limitava a esortare il figlio, e si sarebbe guardata bene dall'imporgli la sua volontà. Giunta a quarant'anni senza avere eredi, ella provava per questo figlio, tanto invocato e tanto vivamente bramato, una di quelle passioni cieche che le donne sentono per quelle creature che le hanno salvate dal marchio della sterilità, passione più forte di ogni altra della loro esistenza. Agli occhi di donna Teresa nessuno era più bello, più intelligente e più spiritoso del suo Pio, benchè egli non avesse nè una bella figura signorile, nè una bella intelligenza, e di spirito ne possedesse quel tanto necessario a fare buona figura in un salotto. La vera qualità del principe della Marsiliana era piuttosto la scaltrezza, che egli sapeva nascondere sotto un aspetto di grande bonarietà. Egli aveva inoltre una specie di fiuto che lo poneva sulla traccia delle persone da sfruttare, e che ora gli faceva indovinare nel Caruso l'uomo opportuno, l'uomo che avrebbe potuto cavarlo d'impaccio. Si discuteva a Roma da molto tempo il nuovo piano regolatore della città, e durante queste discussioni la capitale si trasformava a vista d'occhio, ponendo, come tanti ostacoli al nuovo piano, i lavori che già erano compiuti. La questione di trasportare altrove la stazione ferroviaria era all'ordine del giorno. Nelle adunanze della Società degli architetti si era messa avanti l'idea di trasportarla ai Prati di Castello, fuori della porta San Giovanni, lasciando quella vecchia riserbata soltanto per la piccola velocità. Già si erano fatti studî e disegni, si erano pubblicati opuscoli per sostenere l'una o l'altra idea, ma il pensiero di fare la stazione nel Trastevere non era balenato a nessuno, e quel pensiero, di cui il principe riconosceva l'opportunità, per assicurare la sua elezione, ora lo tormentava non sapendo egli come esprimerlo, e, mentre con la punta del coltello egli cercava di scalcare una quaglia, pensava, pensava che avrebbe dovuto fra poco parlare, e quel pensiero gli faceva aggrottare le ciglia. La banda sul palcoscenico continuava a suonare, tutti parlavano a un tempo, quando il sor Domenico si alzò e fece cenno ai sonatori e ai convitati di tacere. La sora Lalla andò sulla terrazza a dare un ordine eguale, e a un tratto per tutta l'osteria, un momento prima così piena di rumore, regnò un silenzio solenne; nessuno osava neppur portarsi la forchetta alla bocca per non far rumore. Il sor Domenico si alzò e con quella voce dolce e vellutata, che scendeva al cuore, e nella quale era riposto in parte il segreto della sua popolarità, disse, imitando Garibaldi che era il suo idolo: "Ragazzi! Voi sapete se io sono sempre con voi. Da anni e anni non mi considero più un uomo isolato; mi pare di essere il vostro padre, il capo di tutte le famiglie del Trastevere, perchè quando qualcuno soffre io soffro insieme con lui, come quando qualcuno gode io mi associo alla sua gioia. Sapete pure che il mio amore non è limitato a questo generoso rione dove si mantenne sempre viva l'ammirazione per le virtù passate di questa Roma, il cui nome solamente è simbolo di grandezza o di gloria, ma si estende invece a tutta la città e all'Italia, che ha dovuto cinger qui la sua corona regale! Voi sapete pure che io non ho mai parlato a voi altro che il linguaggio della verità, che non vi ho mai dato un consiglio che non fosse onesto e ispirato da quell'amore di patria che ci anima tutti. Ora che siamo alla vigilia delle elezioni, io prendo la parola e dico, con quella sincerità che tutti conoscete, di porre il nome del principe della Marsiliana accanto a quello degli uomini liberali cui deste il suffragio nelle passate legislature. Questo nome non è portato da nessuna combriccola, non rappresenta interessi parziali, e sopratutto non è legato a nessun passato. Per noi ci vuole un uomo nuovo, che capisca i nuovi tempi, un uomo al disopra di qualsiasi sospetto; e tale è il principe della Marsiliana; io, ragazzi, lo raccomando al vostro suffragio, io credo che nessuno possa meglio rappresentare questo collegio di Roma che lui!" Grida diverse partirono dalla folla, che ingombrava prima la terrazza e che ora si era spinta fino nella sala e occupava tutto lo spazio dinanzi all'affresco di Muzio Scevola; alcune di approvazione e altre di disapprovazione. Scortichino, il Simonetti e il sor Domenico sopratutto accennarono a quegli strilloni di far silenzio e il capobanda fece intonare l'inno di Garibaldi per porre fine al tumulto, che minacciava farsi serio. Appena ristabilita la calma, don Pio posò il tovagliolo ed alzatosi, senza guardar nessuno in faccia e a voce bassa, incominciò a parlare, dicendo: "Porto un gran nome, è vero, ma le mie simpatie sono per il popolo, poichè io stimo e rispetto chi lavora, e ho viva ammirazione per quelli che sostengono, giorno per giorno, ora per ora, la lotta per l'esistenza. Se voi, che siete qui adunati, volete concentrare sul mio nome i vostri voti, assicuratevi che avrò a cuore i vostri interessi più dei miei. Nulla mi lega al passato: nè simpatia, nè vincoli di famiglia; tutto invece mi spinge verso l'avvenire, che è rappresentato, specialmente qui a Roma, dalla forte, onesta e patriottica popolazione del Trastevere. L'avvantaggiare gl'interessi materiali e morali di questo rione, sarà per me una nobile ambizione. Io credo che uno dei mezzi per concentrare qui una parte della vita rigogliosa della Roma nuova, della Roma degli italiani, sia quello di far costruire in questo luogo la nuova stazione ferroviaria. Per l'attuazione di questo disegno io spenderò tutte le forze mie e se vi riuscirò sarò più altero di aver legato a quest'opera il mio nome, di quello che non sia della gloria passata dei miei antenati." Grida di viva approvazione partirono dalla folla; il sor Domenico aveva le lagrime agli occhi e cercava la mano del principe per istringerla. Fabio Rosati gli s'era accostato e pareva che chiedesse i suoi ordini, quando Caruso lentamente si alzò e volgendo intorno uno sguardo dubbioso di sopra alle lenti, chinò la testa in atto di saluto incontrando gli occhi di don Pio, e quando la folla, per ordine dei soliti capi, fu ricondotta al silenzio, egli prese a dire: "Il principe della Marsiliana ha con brevi parole svolto tutto un programma di cui l'idea fondamentale consiste nel trasportare nel Trastevere un centro di attività e di lavoro. "Questa idea non è una idea nuova, sorta nel momento delle elezioni, suggerita dal bisogno di procacciarsi dei voti, no, quest'idea è stata lungamente studiata ed elaborata dal nostro candidato." Il principe meravigliato da quelle parole, e credendo di sognare, non osava alzar gli occhi per non incontrare quelli dell'oratore nè quelli del Rosati, il quale con la testa dava lievi segni di approvazione e ammirava la furberia e la sfacciataggine di Caruso. "Io, che seguii quel lavorìo paziente ed accurato, degno di una mente vasta e educata a tutte le più nobili discipline dell'economia moderna, io che ebbi l'onore di essere il confidente del principe durante lo svolgimento della nobile idea, io posso esporvi il vasto piano concepito da don Pio Urbani. Egli vorrebbe vedere Roma circondata da una cintura di ferrovia che avesse la stazione principale qui nel Trastevere, quella di smistamento a San Giovanni e quella di piccola velocità ai Prati di Castello. Inutile dirvi che l'attuazione di questo disegno farebbe salire enormemente il prezzo dei terreni nelle tre località indicate e darebbe un grande sviluppo alle costruzioni, portando qui, dove specialmente siamo, molta gente, molte forze e molto denaro." Don Pio, benchè assuefatto a non meravigliarsi di nulla, era assolutamente annichilito da tanta sfacciataggine, e continuava a tenere gli occhi nel piatto. Da principio, udendo Caruso, aveva provato la voglia di fare una risatina sarcastica, ora s'era fatto serio perchè capiva che quell'uomo s'imponeva a lui in forza del servizio resogli e creava fra di loro una specie di complicità. Un resto di onestà, un sentimento di pudore lo spingevano a protestare, ma il pensiero del fine cui mirava, troncavagli le parole in bocca e lo induceva a lasciare che le cose andassero per la china su cui avevale avviate Caruso, purchè riuscisse eletto. I popolani del Trastevere, abbacinati da quel miraggio d'interessi e di guadagni, erano tutti concordi nel vedere in don Pio l'unico candidato, il solo candidato serio, e non pensavano più alle simpatie della principessa della Marsiliana per i clericali, non osavano più rimproverare al principe l'inerzia di cui aveva dato prova per il passato. Appena Caruso ebbe cessato di parlare, un evviva frenetico, accompagnato dall'inno di Garibaldi, echeggiò per la sala bassa, tutte le mani si protesero per cozzare i bicchieri ricolmi, e don Pio, turbato, dovette partecipare al brindisi. --In bocca al lupo,--gli disse Caruso avvicinando il proprio bicchiere a quello di don Pio. --Grazie,--disse il principe, guardandolo senza sorridere. Fabio Rosati s'era alzato e andava da una tavola all'altra distribuendo strette di mano, raccogliendo le parole lusinghiere per il principe con l'intenzione di ripetergliele poi. --Ve lo dicevo che non c'era altri che lui, che il voto era ben dato?--ripeteva egli a quanti gli parlavano della stazione in Trastevere.--Bella mente, idee larghe, idee nuove e un cuore d'oro. In quel tempo don Pio era assalito dalle domande dell'on. Serminelli, il quale voleva gli svolgesse meglio l'idea cui aveva accennato. Don Pio, non sapendo che cosa rispondere, guardava Caruso, ma questi aveva attaccato discorso con un popolano, che aveva accanto, e fingeva di non badare a lui. --Ma è una sorpresa che ci avete fatta,--diceva l'onorevole il quale aveva nel principe uno dei più validi elettori, poichè don Pio era un grande proprietario di terreni sul Fucino. Don Pio esitò a rispondere, ma finalmente, accettando la situazione tal quale avevala creata Caruso, disse: --Ci voleva la bomba, ci voleva, non vi pare? Caruso intanto, con le orecchie tese, non perdeva una parola di quanto diceva il principe della Marsiliana e gongolava lasciando pendere il labbro inferiore, e ponendosi i pollici nei taschini della sottoveste con un fare di grasso beato. Tutti erano contenti, tutti, anche il sor Domenico, il quale andava ripetendo fra i suoni stanchi della musica che l'elezione era assicurata, tutti, meno Fabio Rosati, il quale provava pel Caruso un senso di repulsione e nella sua onestà si meravigliava che il principe tacesse, che il principe tollerasse quello che a lui pareva un insulto. Ma come avviene spesso, invece di togliere a don Pio la grande stima che gli tributava da lungo tempo, da quando si era mostrato verso di lui affabile e cortese e lo aveva trattato molto diversamente da quel che non sogliano i signori del patriziato romano con i cittadini, nei quali credono di veder sempre dei clienti, Fabio se la prendeva con Caruso e sentiva accrescere immensamente la repulsione che quell'uomo già inspiravagli. Con un colpo d'occhio capiva l'influenza che quell'intruso dall'aspetto volgare avrebbe presa sul principe e gli doleva che per essere eletto dovesse sottoporsi a quel giogo. Le voci avvinazzate formavano un frastuono tremendo nella sala bassa e sotto il pergolato; un odore nauseabondo di vino versato, di pietanze, di cattivi sigari, di gente sudicia, riempiva l'aria, e don Pio incominciava a sentirsi a disagio in quel luogo ed era stanco e nauseato. Per questo, fatto un cenno al Rosati, si alzò e, accompagnato dal sor Domenico, dalla sora Lalla e dall'onor. Serminelli, dal Caruso e dal Massa, traversò la sala dove echeggiarono della grida stanche e rauche di "Evviva il nostro candidato" e accommiatatosi da tutti salì in _phaéton_, prese le briglie di mano al cocchiere e, invitato il Rosati a sedersi accanto a lui, toccò con la punta della frusta i cavalli, che partirono al trotto. Durante il breve tragitto, Fabio fu più volte sul punto di dire al principe quanto lo affliggeva di vederlo nelle mani di un volgare imbroglione, di narrargli che Caruso aveva servito un po' tutti i partiti con la penna, una penna che non sapeva intingere altro che nella bile, e che ora non avendo più nessuno si attaccava a lui come alla tavola di salvezza. Voleva narrargli che era diffamato come uomo per avere abbandonato a Milano la moglie e un figlio senza pane; che era diffamato come giuocatore, per essere stato scoperto con le carte segnate in mano, era diffamato come giornalista per non essersi mai addimostrato fedele a nessuno, servendo meglio chi meglio lo pagava. Ma tutte queste rivelazioni, che salivano a Fabio dal cuore alla bocca, egli non aveva coraggio di farle a una persona che incutevagli tanto rispetto quanto il principe della Marsiliana. Fabio Rosati era troppo romanamente educato per trovare in sè tanta audacia, poichè quelle rivelazioni naturalmente contenevano un biasimo per don Pio, il quale, invece di rinnegare qualsiasi connivenza col Caruso, aveva permesso che mentisse sfacciatamente. Don Pio pure, nonostante l'impassibilità della fisonomia, si sentiva a disagio rispetto al Rosati, e dispiacevagli di aver perduta la sua stima in un momento in cui aveva bisogno della fede illimitata del giovane per riuscire nell'intento. Per non abbordare l'argomento spiacevole, don Pio non disse parola durante il tragitto, e soltanto giungendo al palazzo invitò a mezza bocca il Rosati a salire. --Grazie, è tardi e ho da fare,--rispose l'altro, che in condizioni diverse sarebbe stato lietissimo di quell'invito. Essi si separarono freddamente, e Fabio, triste come chi non ha veri ideali e vede crollare la fede che ha riposta in un individuo, più per la sua posizione che per il valore personale, si diede a percorrere lentamente il Corso, deserto in quell'ora tarda. Egli aveva sognato di adoprarsi tanto e poi tanto per la elezione del principe di Marsiliana da meritare la gratitudine di lui, da diventare per l'avvenire l'_ad latus_ del principe, la persona indispensabile, e quando si vedeva dischiusa già la casa Urbani, ecco che un altro, un intruso, entrava con un salto nella posizione da lui faticosamente conquistata, e la faceva sua. II. Fabio Rosati era un giovane intelligente, il quale sentiva che il bagaglio di cognizioni di cui si era munito negli anni in cui un uomo deve prepararsi alla vita, era troppo leggiero, troppo meschino per permettergli di andar oltre nel mondo. Dotato, come quasi tutti i romani, di quella preziosa qualità che si chiama il senso pratico, egli sperava di farsi strada lo stesso mercè la protezione, l'aiuto di persone altolocate, e, non sentendosi forza sufficiente per vivere di vita propria, voleva porsi nell'orbita di qualche pianeta per fare in quella la parte di satellite. A don Pio, carattere chiuso e piuttosto diffidente, egli aveva sentito d'ispirare una certa simpatia, che aveva coltivato con ogni mezzo. Valendosi delle conoscenze che aveva nelle redazioni dei giornali egli afferrava ogni occasione per far citare il principe della Marsiliana; ora per vantare l'eleganza di un attacco alle corse delle Capannelle; ora per descrivere un ballo al quale non era invitato; ora per annunziare la partenza per un viaggio, e spesso egli stesso spingeva don Pio a fare un dono a un asilo, a compiere un atto benefico qualsiasi per avere mezzo di lodarne l'animo generoso. Lentamente egli aveva assuefatti, prima i giornalisti e poi il pubblico a quel nome che ora figurava spessissimo nelle cronache e così aveva preparato il campo alla elezione politica di don Pio, dopo aver cooperato a quella di presidente del Circolo dei Cittadini e di consigliere comunale. Giunto al caffè Aragno, Fabio cercò subito con l'occhio i conoscenti con i quali soleva passare la serata, per narrar loro la cena elettorale da "Muzio Scevola". Scorse in mezzo ad essi Caruso, che con il solito aspetto di satiro sonnecchiante, parlava senza scomporsi e facevasi ascoltare. Fabio non seppe allora reprimere un moto di dispetto e stava per uscire senza accostarsi a nessuno, quando il Peronelli, redattore del _Fieramosca_, e il Sorani, corrispondente della _Gazzetta Milanese_, due giornalisti con i quali stava di consueto, gli fecero cenno di rimanere. --Dunque è andato tutto bene?--domandava il Sorani a Fabio.--Ti aspettavo per telegrafare; completa tu i particolari che mi ha dato Caruso; è bene che di questa elezione si parli in provincia: l'idea del principe della Marsiliana è splendida. --Io conto di fare nel _Fieramosca_ un capo cronaca dell'avvenimento di stasera,--diceva il Peronelli, fumando lentamente la sigaretta e sorbendo il _cognac_ a centellini.--Hai visto, Rosati, se c'erano giornalisti alla cena? Vorrei essere il primo a descrivere questo curioso fatto, perchè, a dirla fra noi, è troppo bello che un principe del Sacro Romano Impero, un grande di Spagna, vada da Muzio Scevola! --Sarebbe stata più buffa se ci veniva anche la principessa, come voleva il sor Domenico,--osservò Caruso col suo sorriso sarcastico.--Del resto, di giornalisti non ho visto altro che il Massa della _Ragione_, che ci dormirà sopra ventiquattro ore, poi avrà bisogno di altre ventiquattro per pensarci, e dopo una settimana finalmente scriverà il resoconto. --E tu dove ti metti?--disse Fabio. --Io non faccio più parte della grande famiglia,--rispose Caruso lasciandosi cadere le lenti dal naso con un fare stanco e noiato.--Io la ripudio, non perchè disprezzi quella certa influenza che il giornalismo conferisce, ma perchè l'esercizio del mestiere è troppo poco rimunerativo, e io ho bisogno almeno almeno di campar bene; è un mestiere da signori, che don Pio potrebbe fare, ma non io. --Ma chi avrebbe mai supposto,--esclamò il Sorani, che era un ometto magro, tutto nervi, che non sapeva star fermo un istante,--chi avrebbe mai supposto che il principe della Marsiliana, così muto, avesse nel cervello delle idee come quella della stazione in Trastevere! Pareva occupato soltanto di sè, dei suoi cavalli, e stufo anche delle donne. Fabio involontariamente guardò Caruso, ma questi pareva occupato a tagliare col temperino la punta di un sigaro d'Avana, e nulla rivelava in lui l'uomo che volesse rivendicare la paternità di quella idea, e molto meno vantarsi di averla suggerita. Maggiore del dispetto che provava in quel momento il Rosati per l'intruso, era la premura per il principe della Marsiliana e il desiderio di vederlo eletto; per questo, invece di allontanarsi senza parlare al Caruso, si chinò all'orecchio di lui e gli disse: --Hai pensato a comunicare il risultato della cena di stasera ai giornali della mattina e all'Associazione costituzionale-progressista? --No,--rispose l'altro alzando lentamente gli occhi e rimettendosi le lenti sul naso.--Credevo che questo fosse affar tuo; capirai bene, io non sono nulla, non ho nessuna veste.... --Mi pareva che tu avessi dimostrato tanta devozione alla causa del principe. --Non mi pare,--rispose Caruso accendendo il sigaro dopo averlo considerato da ogni parte,--ma se tu lo dici, sarà. Credevo di nuocere solamente al De Petriis che mi è più antipatico come impiastricciatore di cocci, che come clericale, e pare che io abbia giovato al principe della Marsiliana. Assicurati per altro che quel tuo principe non m'ispira nessun entusiasmo, perchè lo credo una vera nullità. Queste parole sprezzanti e il tono con cui erano pronunziate, offesero profondamente Fabio, il quale per non lasciarsi trascinare da un impeto di collera, prese a bracetto il Sorani, dicendogli: --Vieni al telegrafo; ti detterò io quel che devi telegrafare alla _Gazzetta_,--e salutando appena gli altri, uscì. --Mio caro Peronelli,--disse Caruso, appena rimase solo col redattore del _Fieramosca_,--a te voglio fare una confidenza. Tu sei di opinioni liberali ed è bene tu sappia la verità; il principe della Marsiliana non ha basi solide nel Trastevere, l'entusiasmo di stasera si deve a quella idea buttata là della stazione, idea che non credo sia sua e che egli certo non saprebbe svolgere e molto meno attuare. Appena svanito questo bollore, i Trasteverini rammenteranno bene che don Pio non ha fatto nulla, nulla nè prima nè dopo il settanta, che è legato a una moglie di sentimenti e tendenze ultra-clericali, che è educato da una madre nera come la cappa del camino, e che per il popolo non ha davvero simpatie; non è molto che ne ha dato prova quando travolse sotto alla sua carrozza quella vecchia e poi lesinava le poche lire per venirle in aiuto; fu il _Fieramosca_ allora che narrò il fatto. --È vero,--disse il Peronelli riflettendo.--Noi, del resto, non abbiamo accettata la lista concordata dalla Unione costituzionale-progressista e possiamo combatterlo e portare invece del suo nome quello del professore Ghirani, che è un patriotta, un amico. Ora vado a divertirmi,--soggiunse il Peronelli alzandosi e chiamando il cameriere per pagare. Caruso si alzò pure sorridendo malignamente ma sulla porta del caffè salutò il Peronelli e si diresse a casa lasciando che l'altro andasse a sfogare contro il principe della Marsiliana il vecchio risentimento dello spostato per il signore, e, sorridendo per aver lavorato efficacemente per il suo avvenire, Ubaldo Caruso entrò nella casa, che abitava sull'angolo delle Convertite, e spogliatosi si addormentò tranquillamente. Lo stesso non accadde a don Pio; una volta solo nel suo salotto egli si dette a riflettere agli avvenimenti della sera, e lo assalì lo sgomento di esser divenuto schiavo di un uomo che gli ispirava un senso involontario di repulsione. Nello stringere quella mano grassa, madida e fredda stesagli dal Caruso, nel momento di separarsi, aveva provato quella stessa impressione che si prova nel toccare qualcosa di ributtante; sensazione apparentemente fisica, ma che ha le sue basi nel morale. Egli dette al suo cameriere Giorgio il permesso di coricarsi, ma prima fece preparare il tè sopra un tavolinetto di legno, rivestito di stoffa antica, e, mentre la fiamma azzurrognola crepitava sotto il ramino di argento, don Pio accese la sigaretta e gettatosi sopra una poltrona si dette a meditare, a meditare sulla vita passata, così vuota, così sterile, e sulla vita avvenire che egli voleva ad ogni costo circondata, rivestita di gloria. Sulla parete di fronte a lui v'era appeso un grande ritratto del cardinale Urbani, vestito della porpora, col lungo strascico coperto di merletto di Venezia, la croce di brillanti sul petto, i capelli scendenti sulle spalle in copiosi ricci, e lo sguardo imperioso e ardito. Illuminato da un lume basso, quel ritratto in piedi si allungava tanto da prendere proporzioni gigantesche, e mentre don Pio lo fissava, parevagli che la bocca si atteggiasse a un sorriso di scherno, e che tutta la fisonomia del fiero prelato prendesse una espressione di disprezzo, che affliggeva e umiliava l'ultimo discendente degli Urbani. Com'era piccino, infatti, fisicamente e moralmente, rispetto al cardinale, e come sentiva la sua piccolezza! Gli pareva di vedere il fiero signore a cavallo, col petto rivestito di ferro muovere da quello stesso palazzo per andare a difendere il Castello della Marsiliana, minacciato dai Colonna; gli pareva di vederlo attaccare violentemente nel Concilio di Trento le dottrine di Lutero, gli pareva di vederlo circondato di artisti insigni e di dotti discutere argomenti di arte e di letteratura in mezzo a quella corte geniale che aveva saputo formarsi d'intorno, e alla quale aveva commesso le opere d'arte che ornavano il palazzo, e la ricerca delle preziose antichità e dei libri rari che facevano non solo di quel palazzo, ma anche delle ville sontuose di casa Urbani altrettanti asili della bellezza artistica e della sapienza umana. Quel sentimento della sua piccolezza si traduceva in una sensazione fisica, e don Pio si rannicchiava sulla poltrona, palpava le esili braccia, senza distoglier l'occhio dal quadro, e stabiliva involontariamente un confronto fra le membra muscolose e potenti di quel porporato, e sè stesso. Allora lo vinceva un senso di doloroso sgomento. Quel nome che portava parevagli un pondo troppo immane per le sue deboli spalle, e si pentiva di aver fatto un primo passo nella via pubblica, appunto perchè sentiva di non poter su quella lasciare nessuna orma profonda, riconoscendosi incapace di grandezza, sia nel bene, sia nel male. Un sorriso stupido gli correva in quel momento sulle labbra carnose, e i grandi occhi neri, mansueti come quelli del bove, si distoglievano dal ritratto dei cardinale per vagare vuoti di un pensiero energico, per la stanza. Senza quella cena della sera egli avrebbe la mattina dopo disposto tutto per la partenza e se ne sarebbe andato a Parigi a dimenticare le noie procurategli già da quella elezione; ma ora era compromesso, aveva invocato l'aiuto della parte più energica del popolo di Roma, aveva affacciata una idea e doveva necessariamente sostenerla e svilupparla; ma come fare? Mentre più che mai sentiva l'insufficienza delle sue forze, mentre più che mai capiva che, senza un aiuto, egli non sarebbe riuscito a cavarsi da quel ginepraio, sentì bussare alla porta che dava sulla galleria, e prima che avesse fatto in tempo a girar la maniglia, vide entrare nella stanza la madre col capo coperto da una cuffia di merletto e il corpo grasso e floscio avvolto in un accappatoio di lana bianca. Donna Teresa posò la candela sopra una mensola, e presa tra le mani la testa del figlio, lo baciò sugli occhi e sulla fronte. Più alta di lui e così grossa com'era con le ampie maniche bianche della veste, ella pareva in quel momento la statua della Protezione. Don Pio si lasciò baciare e stringere fra le braccia della duchessa come un bambino. Aveva bisogno di quelle carezze, e sentiva che se vi era al mondo una persona, che potesse guidarlo e sorreggerlo, quella persona era certo sua madre. La vista di lei lo sollevò alquanto e alzando la testa la fissò con uno sguardo così affettuoso come nessuna donna, all'infuori di lei, aveva mai veduto balenargli negli occhi e attrattala accanto a sè sopra un sofà basso, le disse: --Se tu sapessi come aveva bisogno di te, ma supponevo tu fossi alla Marsiliana. --Sono giunta stasera,--rispose la duchessa appoggiando la mano breve e carnosa sulla spalla del figlio. La duchessa continuò: --Non potevo star lontana mentre tu qui lottavi. Il mio appoggio non ti è mai mancato, e perchè volevi ti mancasse adesso? --Non credevo che una donna, e una signora sopratutto, potesse essermi utile in una occasione come questa, e non ti ho scritto di questa mia manifestazione di vanità, perchè, se vuoi che ti dica il vero, non credevo tu l'approvassi. --Ma tu sai, Pio, che io approvo tutto quello che serve a metterti in evidenza, a porti al disopra dei tuoi simili! --Credevo che i tuoi sentimenti di devozione al papa t'impedissero.... --Il primo, il più forte dei sentimenti, anzi l'unico, è l'amore per te. Tu sai che ti amo al punto da esser gelosa delle donne che tu preferisci, e di non esser tranquilla altro che ora perchè ti vedo a fianco quella povera Camilla.... --Che, tu sai, io non amo,--disse il principe alzando le spalle e sorridendo cinicamente. --È proprio così; ma mettimi al corrente di quello che è accaduto; so che stasera c'è stata una cena in Trastevere. --Sì, una cena molto buffa,--disse il principe offrendo alla madre una tazza di tè.--Io non so come ho fatto a resistere, a star serio tutto quel tempo. Pare che fossi investito a segno della mia parte da far breccia su quei _vassalloni_. --Se ti sentissero!--osservò la duchessa. --Se hanno due dita di cervello, debbono capire che tutta questa tenerezza democratica non può esser sincera; che è una commedia, e che è già una grande degnazione che uso loro se mi sottopongo a rappresentarla. --Bella degnazione!--ribattè la duchessa ridendo mentre stringeva gli occhi, fatti piccoli dalla molta carne delle guance.--Sono essi che si degnano dare a te il loro voto, piuttosto che ad un altro, e affidarti i loro interessi morali e materiali. --Ed è appunto toccando la molla dell'interesse che li ho guadagnati alla mia causa. Altrimenti con quella Camilla e la sua smodata devozione, non avrei potuto davvero contare sull'appoggio del Trastevere. Ho promesso nientemeno che di far trasportare la stazione ferroviaria in quel rione! --E come ti è venuta quella idea?--domandò la duchessa fissando il figlio con aria incredula. --Non so; è stata una specie di ispirazione; ma non ti pare una idea bella? --Eccellente per facilitare la tua elezione,--rispose ella,--ma non so se riescirai ad attuarla. --Questo non m'importa, basta che sia eletto; al poi ho tempo di pensarci. --Ma perchè vuoi essere deputato ad ogni costo? --Perchè molti principi romani sono già al Parlamento, e per quel _ciondolo_ di medaglia che portano alla catena, si danno una importanza!... Io non voglio esser da meno di nessuno. --Se ci tieni tanto, sarai eletto, te lo prometto io,--disse la duchessa prendendogli una mano.--Quello che tu vuoi, io lo voglio; quello che ti fa piacere, io sento il bisogno di procurartelo, fosse pure l'amore di una donna. --E se ti prendessi in parola?--disse il principe ridendo. --Mi troveresti sempre pronta a mantenerla. Dopo poco la madre si alzò per andarsene, ma prima che ella richiudesse l'uscio del salottino del principe, si volse al figlio e gli domandò sorridendo: --Chi è il tuo grande elettore? --Il sor Domenico Stoppani. --E il tuo agente? --Fabio Rosati. --Dormi tranquillo, figlio mio, tu sarai deputato di Roma,--disse la duchessa battendo sulla spalla di Pio, e guardandolo con una espressione d'ineffabile tenerezza, che rivelava tutto l'amore che ella aveva per lui nell'animo. Il principe prima di andare a letto scrisse con una certa esitazione un biglietto al Caruso, pregandolo di recarsi da lui la mattina seguente. Lo scaltro uomo, parlando col principe, gli aveva detto incidentalmente che stava di casa in via delle Convertite, e don Pio rammentava benissimo quell'indirizzo e il numero dell'abitazione. Egli mise quella lettera sopra una tavola nella galleria, al posto dove soleva mettere le lettere, che dovevano essere recapitate presto. Spogliato che fu, egli si coricò nel letto ampio, sormontato dalla corona ducale, da cui scendevano fino in terra le cortine di damasco azzurro, con lo stemma degli Urbani intessuto di oro, e non tardò a cedere al sonno. III. Don Pio destandosi a giorno chiaro vide la testa di Giorgio affacciata alla portiera dell'uscio e credè che egli venisse ad annunziargli Caruso. --Pregalo di attendermi un minuto,--disse il principe riacquistando a un tratto la memoria degli avvenimenti della sera precedente, e saltando in fretta dal letto con gli occhi ancora assonnati, andò nello spogliatoio e dopo aver tuffato la faccia in una catinella di acqua fresca, ed avere indossato un vestito di flanella bianca, entrò nel salottino e vedendo Fabio Rosati, invece del Caruso, non seppe reprimere una smorfia di dispetto, nè potè trattenersi dal dire: --Ah, è lei! Fabio capì che non era nè atteso, nè desiderato e il sorriso gli morì sulle labbra, ma dominando la pena che gli cagionava quella accoglienza, tolse da un fascio di giornali il _Fieramosca_, e pose sotto gli occhi del principe l'articoletto sulla cena della sera precedente. Don Pio lo lesse e poi, restituendolo al Rosati, disse tranquillamente: --Quando si entra nella vita pubblica, dobbiamo attenderci agli attacchi. Questa asserzione che io non sia capace di svolgere l'idea della stazione in Trastevere, è una asserzione stupida, un mezzo per gettare la sfiducia fra i miei elettori; ma glielo farò veder io se sono capace; glielo farò vedere a questo stupido scribacchino del _Fieramosca_,--continuava don Pio, cercando in altri giornali se si parlava della sua candidatura. Fabio non aveva parole; a momenti pensava che Caruso si fosse vantato affermando la paternità di quella idea; ma poi, ripensando a tanti particolari della sera prima, il dubbio svanivagli dalla mente e vi penetrava la sconfortante supposizione che il principe mentisse, mentisse anche davanti a lui, e questa supposizione gli agghiacciava il sangue nelle vene. Quella benevolenza dimostratagli da don Pio in tante occasioni lo aveva legato a lui con vincoli saldissimi, gli aveva fatto nascere nell'animo una specie di culto per quel patrizio così diverso dagli altri nel modo di trattarlo, e ora che lo vedeva precipitare dall'altare su cui avevalo posto, provava un vero dolore. La serenità non svaniva dal volto di Fabio, ma le sue labbra carnose, non ombreggiate dai baffi, si scoloravano a vista d'occhio. Don Pio continuava a guardare i giornali e a fare brevi e dispettose osservazioni. --Questo giornale sostiene la mia candidatura perchè sono caratista; questo perchè il direttore mi deve cinquemila lire; quest'altro perchè sono consigliere della Banca Romana; tutto interesse, nient'altro che interesse!--continuava a dire sorridendo amaramente.--Se non fosse così, tutti mi lapiderebbero, tutti. Ma sarò eletto?--domandò dopo una breve pausa a Fabio, che, ritto dinanzi a una mensola, osservava i ninnoli che vi erano posati sopra. --Lo spero,--rispose Fabio. --Ma nulla di positivo mi può dire? --Io ho ragione di sperarlo,--disse Fabio sorridendo.--Io ho preparato il terreno, a lei sta il lavorarlo. Il principe fece una mossa d'impazienza; egli era assuefatto dalla madre e da quanti lo circondavano a non conoscere l'impossibile, a credere che con i denari e con un grande nome si giunga a tutto, e il linguaggio che tenevagli Fabio non era fatto per il suo orecchio. Per altro, piegato fino dall'infanzia a non mostrare quello che provava, sorrideva al Rosati e gli diceva di spender pure, di non lesinare sulla pubblicità, di promettere mari e monti, pur di ottener voti; ma mentre parlava, involontariamente lo spingeva verso la porta, come se volesse liberarsi di lui. Fabio, a un certo punto, si accorse del desiderio del principe e si congedò. In quel momento acquistò la certezza che don Pio attendeva Caruso. Egli percorreva a testa bassa la galleria, quando un servitore si staccò da un sedile addossato al muro e fattosi avanti gli disse che la duchessa madre desiderava parlargli. Fabio si scusò, rispose che non era in abito da visita, che sarebbe andato più tardi, ma il domestico rispose che la signora duchessa voleva parlargli subito, e non potendo resistere a quelle vive preghiere, egli salì le scale che conducevano al secondo piano, pensando sempre con sconforto alla delusione provata. La duchessa era già vestita, col cappello in testa e il libro da messa in mano, pronta per uscire. Ella, che sapeva sempre quello che voleva, e andava diritta allo scopo, stese affabilmente la mano a Fabio e senza tanti preamboli gli disse, dopo averlo fatto sedere accanto a sè: --Io voglio che mio figlio sia eletto; che cosa bisogna fare? Fabio riflettè un momento, ma spronato da quel fare risoluto, vinse la naturale pigrizia del pensiero, e rispose lealmente: --Oramai il principe si è impegnato troppo formalmente per la stazione in Trastevere, bisogna fare di quell'idea la base della sua elezione e svolgerla, predicarla, affermarla. --E con quali mezzi? --Con la stampa. --Ma io non credo che i giornali, così senza nessun interesse diretto, prenderebbero a cuore la candidatura di mio figlio. --È vero, ma la stampa non è in floride condizioni a Roma e io farei così per amicarla al principe: C'è un giornale morente, un giornale parlamentare, che era sostenuto da un gruppo di deputati piemontesi e liguri, i quali si sono stancati di non ottenere neppure un posto di segretario generale con tutti i sacrifizi fatti per mantenerlo. Quel giornale, che è _La Stampa_, tira gli ultimi aneliti, ma non è screditato. Bisognerebbe comprarlo e reclutare fra i redattori dei giornali romani tutta la redazione promettendo loro stipendi che non hanno mai sognati. Bisogna intendersi bene; la scelta è difficile perchè molti di quei redattori, per amore del giornale dove sono, per devozione al direttore, sarebbero capaci di rifiutare, ma fra sei disinteressati c'è sempre l'avido. Ora questo avido con la speranza di migliorare la sua situazione appena _La Stampa_ sarà nelle mani del principe, saprà sostenerne la candidatura, saprà combattere per lui, e l'avere un alleato, un amico in tutti i campi, o almeno una persona che avrà interesse a paralizzare gli attacchi, mi pare un immenso vantaggio. La duchessa stette un momento soprappensieri, poi disse: --Quanto ci vuole a comprare _La Stampa_ e ad accaparrarsi la redazione? --Il giornale m'impegno a farglielo avere con 50,000 lire; per accaparrarsi i redattori bastano 20,000. --E a far vivere poi il giornale? --Questo dipende dallo sviluppo che il principe vorrà dargli; ma certo la casa Urbani può permettersi questo lusso. La contessa fissò per un dato tempo la copertina del libro da messa e pareva che seguisse con l'occhio le cifre che vi tracciava mentalmente, e poi disse: --Tratti pure e informi me dei risultati delle trattative; a mio figlio parlerò io stessa;--e stendendo la mano a Fabio si alzò per congedarlo con un cortese sorriso. Fabio scese le scale tutto lieto di quell'incombenza. La sua più viva ambizione era sempre stata quella di essere redattore di un giornale, e di un giornale influente. A forza di portare la notizietta, il resoconto di un ballo, la descrizione di un matrimonio, era riuscito a farsi strada in alcuni giornali, e aveva degli amici fra i redattori, ma non aveva mai potuto mettere il nome di un giornale sulla sua carta di visita, non era mai potuto entrare a un teatro gridando alla maschera il nome di un giornale, non era mai stato delegato a rappresentare un giornale in un banchetto politico, in una commemorazione, in qualche solenne cerimonia. Ora tutte queste aspirazioni stavano per realizzarsi; ora la parte di cronista, come romano, gli spettava quasi per diritto. Eppoi in quel contratto di vendita egli avrebbe guadagnato qualcosa e Fabio aveva sempre e poi sempre in mira l'interesse in ogni atto della vita. Non potendo avere ideali sognava il benessere materiale, l'appagamento di ogni desiderio; egli era nato con l'istinto della mediocrità e quest'istinto si sviluppava in lui sempre maggiore con gli anni. Sul portone del palazzo e mentre ruminava il pensiero di ottenere il giornale con una somma inferiore a quella detta alla duchessa, s'imbattè nel Caruso, e seppe reprimere il moto di dispetto che gli cagionava quell'incontro. Capiva che ormai bisognava contare con quell'uomo se voleva che il principe fosse eletto, se voleva che acquistasse il giornale, se aveva a cuore davvero l'esito di quella impresa. Fabio lo salutò dunque cordialmente, e gli stese la mano. --Che noia!--disse il Caruso, dopo avergli reso il saluto con il suo fare stanco e spingendo in avanti il labbro inferiore e socchiudendo gli occhi.--Il principe iersera mi ha subito scritto, vuoi vedermi ad ogni costo. Questi gran signori non hanno un soldo di sale in zucca, e si danno sempre il lusso di pensare col cervello degli altri. Fabio si sentì offeso dalla mancanza di rispetto per tutta una classe, che era assuefatto a venerare, e per don Pio specialmente, ma non rispose altro che con un sorriso, e disse: --Credo infatti che tu sia aspettato da un pezzo. --Lo so, ma io non mi scomodo per nessuno e prima delle dieci in camera mia non fa giorno. Addio, Rosati,--e passò davanti al portinaio strascicando il passo, e soltanto sul primo gradino dell'imponente scalone gettò via il sigaro d'Avana, che aveva in bocca. Per altro, in presenza di don Pio cambiò subito atteggiamento, e seppe incurvare la schiena, seppe farsi umile. --Scuserà se mi sono fatto attendere, ma affari urgenti da sbrigare mi hanno tenuto occupato sin ora: quando siamo nel giornalismo c'è sempre un ministro o un segretario generale, che hanno bisogno di vederci e ci tempestano di lettere e di ambasciate,--e così svogliatamente cavò di tasca due lettere con il bollo del Ministero degli Esteri e di quello dell'Interno. Però si guardò bene dal leggerne il contenuto al principe. Erano lettere vecchie di due impiegati subalterni, ai quali in altri tempi si era rivolto per domandare notizie. --Capisco,--disse il principe,--e mi duole di averlo disturbato, ma se non lo avessi fatto col mio biglietto di ieri sera, avrei dovuto farlo stamani. Ha veduto gli attacchi del _Fieramosca_? --Sì,--rispose il Caruso,--ma lei deve rallegrarsene. Se il suo nome non intimorisse gli avversari, se non credessero la sua una candidatura seria, non la combatterebbero. La lotta è vita per gli uomini che vogliono conquistare un posto nella politica; senza lotta nessuno si è mai fatto strada. --Ma come sostenerla con mezzi così disuguali? Essi mi fulminano dal pergamo del giornale, e io non posso battermi con anni eguali. --Scusi, ma quando non mancano i mezzi materiali, le armi si cercano, si comprano. --Non ci avevo pensato,--disse il principe.--Del resto queste armi non si creano in un giorno. In quel momento fu bussato leggermente, e, senza attendere risposta, la porta fu socchiusa e comparve la duchessa Teresa. --Pio, ho bisogno di parlarti,--disse ella al figlio, senza curarsi della presenza di un terzo. --Ci vedremo dopo colazione,--rispose il principe, cui premeva di continuare il discorso col Caruso. --Avrei bisogno di sbrigare subito subito quest'affare,--rispose la duchessa, dando un tono leggermente imperioso alla voce. Il Caruso, senza aspettare di essere congedato, prese il cappello, s'inchinò alla duchessa, e stendendo la mano al principe si diresse verso la porta. --Potrebbe tornare qui oggi?--gli domandò. --Come desidera,--rispose il Caruso col suo fare svogliato, e fatto un nuovo saluto e lasciando il principe nella incertezza sull'ora, uscì. --Chi è quell'individuo?--domandò la duchessa a don Pio. --Non lo so,--rispose egli con fare noiato,--nè mi curo di saperlo. È un individuo che mi aiuta a farmi eleggere deputato. --Tu devi avere un giornale,--disse la duchessa,--e con quel mezzo potrai fare a meno di chiedere aiuto ad alcuno. --Ma il giornale non lo posso scrivere io e non si fa da solo. Ci vogliono dei giornalisti, e quell'individuo, che è uscito ora, è appunto tale. --Come mi è antipatico!--disse la madre. --Anche a me moltissimo,--rispose il principe,--ma quando si ha bisogno della gente non si va a guardare se vi è simpatica o no; si accetta quale è, e si adopra finchè ci serve; poi si getta via come uno straccio vecchio. --Che cinismo!--esclamò la duchessa, guardando fissamente il figlio negli occhi. --Vorreste che io mi cucissi a fianco quell'uomo per la vita? --No, vorrei che tu sapessi farne a meno ora per non doverlo un giorno rinnegare. --Ora non so farne a meno: in questo momento nelle mani sue sta la mia elezione e io penso all'oggi, soprattutto all'oggi, perchè voglio essere deputato. --Ma tu sarai eletto non per conto di quell'uomo, ma per opera mia; e non te l'ho forse promesso? Perchè manchi di fiducia in me? La duchessa cinse il collo del figlio col braccio destro e attirò a sè la testa per baciargliela. --L'ho promesso a me stessa tante volte che tutto il bene che avrai ti dovrà venire da me, e vorresti che in questa occasione mancassi alla mia parola? Vedi, Pio, io voglio che, quando sarò sparita, tu pensi a me con tenerezza, tu riconosca, per la forza dei fatti, che tua madre non solo ti ha fatto ricco, ma non ti ha negato mai un balocco nell'infanzia, nell'adolescenza, nell'età matura. Per me questa elezione non ha più valore di un balocco; tu lo vuoi ed io te lo voglio procurare. E per procurartelo metterò nelle tue mani un giornale, e col giornale acquisterai importanza come deputato e potrai salire dove tu vorrai, purchè tu sappia scegliere la gente che deve aiutarti. --Quest'allusione so a chi è diretta, ma ti ripeto, mamma, che quell'uomo, che tu hai veduto uscire di qui, mi s'impone per la forza delle circostanze. --E tu imponiti a lui con altri mezzi, che non ti possano nuocere; deve essere avido e bisognoso; un uomo ricco ha sempre modo di obbligare uno che non è, e che vuol esserlo. Ora andiamo nella sala da pranzo, perchè la colazione deve esser pronta,--disse la duchessa,--ma non far parola a Camilla di tutto questo tramestio, che ella non può capire, e di cui il suo animo timoroso potrebbe sbigottirsi. --Camilla è un grande ostacolo, mamma; ella non capisce la vita sotto nessun aspetto. --Beati i poveri di spirito! Lasciala battere la sua via,--disse la duchessa prendendo il braccio del figlio e guidandolo fuori del suo quartiere. La principessa, immersa nella lettura di un giornale illustrato, _Le figlie di Maria_, era ritta dinanzi a una delle finestre della sala, o quando vide entrare il marito e la suocera andò loro incontro, e dopo aver baciato a questa la mano, presentò la fronte al bacio del marito che gliela sfiorò leggermente, e appena sedutosi a tavola continuò con la madre l'interrotta conversazione, non curandosi della presenza di lei, come non si curava dei servitori, che giravano le pietanze e cambiavano piatti e posate. Quella grande sala con le pareti coperte d'arazzi e i mobili del tempo dell'Impero, dalle forme rigide e dalle dorature sbiadite, era tristissima e fredda. Pareva che la primavera non potesse farvi penetrare i suoi effluvi profumati, che il sole non osasse spingervi i suoi raggi. La principessa Camilla mangiava poco e lentamente. Ella non prendeva parte alla conversazione, e soltanto quando udì parlare dell'acquisto del giornale, posò la forchetta e domandò con la voce che diveniva molto nasale quando ella voleva criticare: --Che cosa te ne farai, Pio, del giornale? Pensi forse a scriverlo da te? --Se sapessi, sarei ben lieto di prender la penna, ma non so,--rispose il principe in tono allegro. --Non ti vergogneresti di farti giornalista? --No, anzi sarei fiero di saper fare qualcosa, mentre così devo sempre ricorrere ad altri, ed è cosa che mi umilia. --Come sei cambiato, Pio!--esclamò donna Camilla. --Cammino con i tempi, che vuoi? Se mi ostinassi a tener le mani alla cintola, per fare come fecero alcuni dei miei antenati, tutti mi passerebbero avanti, e io sono della tempra dei cavalli da corsa; non solo non tollero che alcuno mi lasci addietro di una testa, ma neppure tollero di sentirmi galoppare alle calcagna. Ci trovi qualcosa da ridire, Camilla? --La mia parte non è quella di biasimare; io amo l'ombra, la quiete, e nella quiete medito e prego. Il principe sorrise ironicamente e guardò la madre. Era ebro, non già per il vino bevuto, ma per le idee che gli mulinavano per il capo, per quella vita nuova nella quale s'ingolfava, e in cui sperava di spendere quella malsana irrequietezza, che lo aveva spinto per il passato a viaggiare di continuo, a gettarsi ora nei piaceri della vita di Parigi e di Cannes, ora in quelli della vita inglese; a cambiare capricciosamente sistema di coltivazione nei suoi possessi, a riformare, senza attendere il risultalo di una prima riforma, l'allevamento delle razze equine e bovine, a disfare per riedificare. A trentacinque anni don Pio era, come carattere, un ragazzo male educato, e la deputazione, la vita politica, si presentava a lui con tutte le attrattive di un nuovo trastullo. Prendevano il caffè quando alla duchessa fu recata una carta sulla quale don Pio gettò gli occhi. --Pregate quel signore di attendermi un momento.--diss'ella continuando a bere il moka. --Non sapevo che tu conoscessi il Rosati,--osservò don Pio. --L'ho conosciuto per giovarti e credo che di quel ragazzo si possa fare un utile cooperatore. --Ha poche idee,--disse il principe. --Ma ha molta fede in te, ti è molto affezionato,--disse la duchessa alzandosi. --Posso assistere al vostro colloquio?--domandò il principe infilando il braccio in quello della madre. --Sì, amor mio, vieni, vieni pure. Essi uscirono senza dire una parola a donna Camilla. La piccola signora li guardò mentre uscivano e poi esclamò con accento di dolore: --Tutto mi allontana da Pio, tutto! Dio mio, datemi forza di sopportare questa orribile solitudine, mandatemi dei figli, dei figli! IV. Nella settimana precedente le elezioni generali, ai manifesti di ogni colore che tappezzavano i palazzi, le case, i monumenti di Roma e formavano come una grande cintura intorno all'obelisco di Montecitorio, erano frammisti molti cartelli che ammiravano la trasformazione del giornale _La Stampa_. Quei cartelli informavano il pubblico che il giornale ingrandiva il formato, portava il prezzo da due a un soldo, avrebbe contenuto articoli d'insigni scrittori, corrispondenze telegrafiche da tutte le parti del mondo, romanzi novissimi; quei cartelli facevano molte altre promesse, che avrebbero lasciato il pubblico indifferente, se fra tutta quella farragine di innovazioni non avesse letto che il giornale trasferiva i suoi uffici al pian terreno del palazzo Urbani. Quella notizia era molto commentata e naturalmente si diceva che il giornale passava nelle mani del principe della Marsiliana, che il principe aveva intenzione di spendere l'osso del collo pur di farsi eleggere e poi divenire ministro. Nelle redazioni dei giornali i commenti erano più vivi ancora. Tutti i redattori accaparrati dal Rosati per _La Stampa_, col patto di rimanere per il momento al loro posto e stare zitti, parlavano del giornale e del principe con molta simpatia; gli altri, che speravano di trovare lavoro, di veder migliorate le loro condizioni, di essere accaparrati, chi come cronista drammatico, chi come cronista musicale, o che avevano un romanzo da vendere, approvavano l'impresa di don Pio, e Fabio approfittava di quelle buone tendenze dei giornalisti, invitava a colazione o a pranzo ora questo ora quello, e intanto parlava della elezione del principe, insinuava che l'appoggiassero, paralizzava gli attacchi ed era beato per quell'aureola d'influenza acquistata a un tratto e per le diecimila lire guadagnate sul contratto di vendita della _Stampa_, di cui un migliaio aveva imprestato ai nuovi colleghi con molto accorgimento. In mezzo a tutta questa gioia per una mèta raggiunta, Fabio non aveva altro che una amarezza: Ubaldo Caruso. Quell'uomo che stava sempre al fianco del principe, che già aveva presa la direzione del giornale, e faceva la polemica accanita per sostenere l'elezione di don Pio e enumerava ogni giorno i vantaggi che sarebbero nati per il Trastevere dall'aver la stazione, quell'uomo era la bestia nera di Fabio. Con le sue maniere striscianti, parlando poco, promettendo poco e lasciando sperare molto, Ubaldo si era assicurato la collaborazione di un ex-ministro di agricoltura, dei Carrani, uomo fegatoso, inviso al presidente del Consiglio, ma venerato come capo da una numerosa schiera di malcontenti di cui aveva sposato i risentimenti e i rancori. L'onorevole Carrani aveva capito qual partito politico trarre da un giornale ricco, che gli avrebbe creato popolarità fuori del Parlamento e influenza a Montecitorio, che gli avrebbe permesso di combattere a oltranza il Governo e di profittare di una crisi per rientrare nel Gabinetto, non più a rappresentare una parte secondaria, che non avevagli servito altro che a stuzzicare la sua smodata ambizione e la sua sete di dominio, ma a rappresentarvi una parte principale, come ministro dell'interno e forse più. Considerando tutti questi vantaggi il Carrani aveva dato ascolto alle parole di Ubaldo e aveva subito preso a scrivere articoli pieni di fiele nella _Stampa_, scoprendo le mene elettorali del governo in favore del candidato opposto a don Pio, che era il ricco mercante di campagna de Petriis. Quel povero Petriis era attaccato in ogni modo: nella sua vita economica come uomo d'affari, che dava capitali a interesse un tantino illegale; come uomo privato per le sue simpatie per una notissima donnina, che si offriva un tempo alla borsa della galanteria per poche lire; come consigliere comunale per la sua opposizione ad ogni spesa che avesse in mira l'erezione di monumenti ai patrioti; come ex-deputato per il suo mutismo durante due legislazioni. E siccome il de Petriis era uno di quei romani, che non si commuovono per nulla, che hanno nel sangue l'indifferenza propria dei popoli che hanno tutto udito, tutto veduto e che sono convinti che tutto sia possibile in un mondo che varia, come il cielo alle falde del Vesuvio, lasciava dire, e il Carrani non cessava gli attacchi. E mentre da un lato Ubaldo faceva propaganda per don Pio sostenendo l'idea della stazione in Trastevere, mentre Fabio tratteneva gli attacchi della stampa di ogni partito interessando i redattori dei giornali, il Carrani demoliva l'avversario del principe con ogni mezzo, onesto o disonesto che fosse. Don Pio non faceva nulla in tutto quel tramestio; egli pagava soltanto, pagava lautamente. In una settimana aveva speso più di centomila lire, ma siccome la duchessa, che per una antica consuetudine aveva continuato ad amministrare il patrimonio, non gli faceva osservazioni, egli non si curava di quella somma inghiottita in così poco tempo dalla compra del giornale, dalle spese per manifesti, per acquisto di voti; e baloccandosi col giornale, di cui con occhio inesperto e curioso studiava l'ordinamento, ordinava mobili per la redazione, faceva trasportare nelle sale a quelle destinate tutta la ricca biblioteca di casa, e si lasciava persuadere da Ubaldo, col pretesto che non era prudente per un giornale d'opposizione di servirsi di una tipografia che non fosse propria, a ordinare motori, macchine, caratteri e tutto ciò che è necessario per montare una grande stamperia, che doveva esser collocata in un cortile interno del palazzo, che già coprivasi a cristalli. Il palazzo Urbani non aveva, da cinque secoli che era piantato sulle sue fondamenta, veduto mai un via vai continuo come in quei giorni che precedevano la elezione del principe, e sopratutto non aveva mai veduto uno dei suoi proprietarii scender nelle cantine, conferire con gli architetti, confabulare con gli accollatarii, e incitare gli artigiani al lavoro come se fosse un assistente. Stanco, egli giungeva in ritardo a colazione e a pranzo, e in presenza della moglie parlava di continuo con la duchessa di quello che aveva fatto e di quel che restavagli a fare per preparare al giornale un comodo alloggio; e intanto esaminava gli articoli comparsi nella _Stampa_, parlava degli attacchi degli altri giornali, attacchi come di schermitori che tirassero in sala. Ogni tanto, per un affare urgente, il Rosati e l'Ubaldo mandavano un biglietto al principe, ed egli li faceva entrare, offriva loro un bicchiere di Bordeaux o una tazza di caffè, e si parlava di giornalismo, di elezioni, di probabilità di riuscita, e don Pio e la Duchessa prendevano il gergo delle tipografie e delle redazioni, e donna Camilla muta, afflitta, rimaneva estranea a tutti quei discorsi, a quella vita artificiale che ferveva in casa Urbani, dimenticata da tutti, non destando simpatie in alcuno, meno che in Fabio. Egli capiva la solitudine glaciale che circondava la signora, e ogni tanto, nel fervore di un discorso, si volgeva a lei dandole una spiegazione, cercando di associarla a quella vita senza riuscirvi. Donna Camilla continuava a tenere gli occhi bassi, a mangiare lentamente, e appena riuscivale di schivarsi, se ne andava senza far rumore. Così procederono le cose fino alla domenica, fino al giorno delle elezioni. V. La domenica fissata per le elezioni don Pio non ragionava più e il palazzo Urbani pareva diventato il quartier generale di un esercito di popolani. Ogni momento entrava rumorosamente nel cortile una _botte_ e scendeva da quella o il sor Domenico, l'oste di "Muzio Scevola", o Scortichino, l'oste del San Francesco a Ripa, o un altro popolano elettore del principe, e il principe riceveva tutti senza far fare anticamera a nessuno, era prodigo di strette di mano, di sorrisi, di incoraggiamenti, che inorgoglivano quei plebei ai cui occhi il principe ingigantiva, perchè provavano il bisogno di inalzarsi essi pure per opera di lui. Tutti gli portavano le notizie delle elezioni. Dal seggio non si moveva Fabio; egli sorvegliava la votazione, contava i votanti, sapeva, aiutato dagli amici, chi votava per il candidato governativo e chi per don Pio, per modo che poteva a un di presso fargli il bollettino dei voti ora per ora. Se vedeva che qualcuno su cui contava, tardava a giungere, se un gruppo dal quale aveva avuto promesse di appoggio, non si presentava, spediva uno dei suoi aiutanti di campo in cerca dell'individuo o del gruppo, e l'aiutante di campo girava le osterie finchè non lo aveva trovato e poi tornava al seggio trionfante. Per quel servizio, Fabio Rosati aveva fissato dieci _botti_, aveva pagato venti individui, e, calmo in apparenza, non dimenticava nulla, e, sopratutto, pensava al principe e mezz'ora per mezz'ora gli spediva qualcuno. Naturalmente la lotta era viva e in qualche momento la bilancia pendeva in favore del de Petriis, qualche altro in favore del principe. Il Governo aveva fatto consigliare ai suoi di votare per il de Petriis, e quel battaglione ubbidiva alla consegna, mentre i partigiani di don Pio, dispersi nelle osterie, dimostravano, al momento dell'elezione, più simpatia per il vino, che pagavano con i denari del principe, che per il principe stesso. Quelle dieci _botti_ non si fermavano un momento, e Fabio, con quei bollettini vari che si succedevano a breve distanza, manteneva il principe in uno stato di continua ansietà e lo faceva passare dalla speranza al timore. Alle sette, all'ora del pranzo, il principe fu avvertito che la minestra era in tavola, ma egli aspettava ancora il resultato definitivo dello spoglio, e non pensava neppure a uscire dalla redazione della _Stampa_, dove l'Ubaldo gli dava speranza, dove continuavano affluire i suoi elettori per portargli le notizie. Verso le otto la duchessa impaziente era scesa dal figlio, e quando Fabio entrò di corsa nella stanza con le braccia alzate e gridando: "abbiamo vinto!" la duchessa prese la testa di don Pio fra le mani e la baciò con effusione, quindi stese la destra ad Ubaldo e la sinistra a Fabio, dicendo loro: --Se mio figlio è deputato, lo devo a voi due! Il principe si contentò di sorridere; quella confessione non voleva farla; l'orgoglio di razza si manifestava in lui potente appena gli arrideva il successo, anche se sentiva che quel successo non era opera sua. --Perchè non andiamo a pranzo?--diss'egli alla madre.--È tardi, e Rosati e Ubaldo debbono aver fame quanto me. Via, signori, salite! --Grazie,--rispose umilmente Ubaldo.--Mia moglie è giunta ieri da Milano e non sarebbe contenta se io mancassi oggi subito a desinare. Dacchè era riuscito a farsi dare il posto di redattore-capo della _Stampa_, l'Ubaldo aveva voluto cancellare tutto il passato che ognuno avrebbe potuto rinfacciargli ogni momento, aveva voluto cancellare almeno quello che si cancella, e aveva chiamato a Roma la moglie e il figlio, e prendendo in affitto una casa di dipendenza del palazzo Urbani, aveva preparato loro un quartiere semplice, ma comodo e da persone per bene. --La signora Caruso lo scuserà; si tratta di una giornata eccezionale; la faccia avvertire da un usciere,--disse don Pio. --L'ora del desinare è già passata da un pezzo e Maria starà in pena,--rispose l'Ubaldo, che era ben lusingato di sentirsi pregare. Fabio Rosati nascose un sorriso, fingendo di arricciarsi i baffi, che non aveva, e quel sorriso non sfuggì a Ubaldo, il quale peraltro fu subito distratto da quel pensiero vedendo entrare sua moglie, che, accorgendosi della presenza di tanta gente, rimase inchiodata sulla porta, senza sapere se doveva avanzarsi o retrocedere. --Vieni, Maria,--dissele il marito, facendo con molta premura alcuni passi verso di lei.--Mi scuserai del ritardo: capisco, il pranzetto che mi avevi preparato è già guasto; è una giornata eccezionale, una giornata di elezioni. --Puoi venire adesso?--gli domandò la moglie con premura arrossendo pel sentire tutti gli occhi fissi su di lei. --Non credo, sono invitato; abbi pazienza per una sera. Ella abbassò gli occhi mestamente come chi vede svanire una dolce speranza lungamente accarezzata, e non disse parola. Il principe vedendola, così afflitta andò a lei e le disse: --Ero io che avevo pregato suo marito di passare con noi questa sera di festa, questa sera della mia elezione alla quale ha tanto validamente cooperato, ma se questo deve far dispiacere a lei, rinunzio al piacere di pranzare con suo marito. Maria alzò i suoi occhioni verdastri e cangianti come l'onda marina, e arrossì di nuovo nel pensare a rispondere. Era una donnina modesta, semplice e d'imponente non aveva altro che la maestosa persona dritta ed elegante. Di cuore e di mente era una bambina ancora, una bambina ingenua e fresca come una rosa, che la miseria, le privazioni e l'abbandono del marito non avevano ancora sfiduciata. Nata a Venezia nella povera casa di un pittore, che aveva l'ingegno superiore alla capacità, nata in mezzo a una quantità di fratelli e sorelle, ella si era assuefatta fino dall'infanzia a non temere le privazioni e i disagi, a ritenerli quasi compagni costanti della vita di un artista. Nella povera casa l'allegria e la serenità erano le sole cose che non facessero difetto, e il padre sapeva tener viva nella famiglia la fede in sè, la fede che un giorno o l'altro il suo ingegno avrebbe trionfato, che un giorno o l'altro sarebbe venuto un inglese, un russo o un principe tedesco, e avrebbe pagato a peso d'oro i quadretti che ora vendeva quasi per nulla ai mercanti di oggetti d'arte. Questa speranza e un culto per l'arte in tutte le sue manifestazioni, salvavano i figli dall'abbattimento e mantenevano il loro pensiero in una sfera che non era volgare. Benchè poco còlti, essi avevano un gusto naturale per tutto ciò che era bello; la vista di un bel quadro, l'udizione di un'opera, una visita in una chiesa o in un palazzo sollevavano l'anima loro come una consolazione che a tutti non è dato provare. In mezzo a quella bella e lieta famiglia, Maria rifulgeva come una statua greca del secolo di Pericle in mezzo a un gruppo di statue moderne, e la sua bellezza istessa, unita a una grande dolcezza di carattere, la facevano l'idolo di tutti. Ubaldo, nonostante che fosse di Pisa, paese dove non mancano i mezzi d'istruzione, era stato mandato alla Scuola Commerciale di Venezia per vedere se là riuscivano a fargli imparare qualcosa, come si mandano i malati di petto da un clima in un altro con la speranza di salvar loro la vita. Ma anche alla Scuola Commerciale studiò quanto aveva studiato in patria, e, uscito da quell'Istituto, non volendo darsi al commercio come il padre, rimase a Venezia facendo il dilettante giornalista e imponendo alla famiglia gravi privazioni per mantenerlo in quella vita di ozio costoso. Bazzicando nella redazione di un giornale, frequentando il palcoscenico dei teatri, andando ora qua ora là per fare il pezzetto di cronaca, aveva preso una infarinatura di giornalista, aveva annodate molte relazioni, e con questo fardello molto scarso si lusingava di entrare davvero nel giornalismo, magari per la porta umile del cronista, ma di entrarvi, e tanto fece che riuscì in quest'intento. La pertinacia era l'unica virtù che egli veramente possedesse; del resto, gli mancavano e il sentimento della famiglia, l'operosità, il desiderio d'imparare, l'economia decorosa, qualità tutte che sono la forza di chi discende da una schiatta di mercanti. I suoi venivano da Gaeta; da un secolo circa erano andati ad esercitare il commercio a Livorno e il padre di Ubaldo da quella città era passato a Pisa, dove aveva sposata la figlia del proprietario di una fabbrica di tessuti. Prima era divenuto direttore di quella fabbrica e poi proprietario alla morte del suocero. Il pittore Rossetti era spesso nelle redazioni dei giornali per invitare i redattori a visitare i suoi quadri: il povero artista sperava, facendo parlare di sè, di attirare nel suo studio quei ricchi forestieri, dai quali attendeva la fortuna. Ubaldo Caruso ricevè un giorno il Rossetti e lo assicurò che presto lo avrebbe visto allo studio. Il Caruso era da poco nel giornalismo e non trascurava occasione per farai conoscere, per obbligare quanti si rivolgevano a lui; per questo si affrettò a mantenere la promessa e un dopopranzo, terminata la cronaca, andò dal Rossetti. Lo studio del vecchio artista era messo con un certo gusto; non vi erano oggetti di valore, ma le stoffe antiche un po' sbrandellate coprivano i muri, le porcellane di Venezia erano posate sui mobili tarlati; e sui divani erano gettati dei tappeti turchi molto vecchi. Tutte quelle tinte miti si fondevano in un tutto armonioso, che accarezzava dolcemente l'occhio e faceva da cornice a una stupenda figura di giovinetta che, seduta davanti all'artista, sopra un ripiano di legno, servivagli di modella per una Desdemona. Ella arrossì lievemente vedendo entrare un estraneo e sollevò il capo dai guanciali che le facevano da sostegno. --Il signor Caruso, redattore del _Tempo_,--disse il vecchio stringendo la mano con effusione al giornalista.--Mia figlia minore, la mia Maria. Ubaldo gettò uno sguardo sul quadro, che rappresentava Desdemona in atto di ascoltare il racconto delle battaglie di Otello, lo lodò immensamente e disse che se quel quadro era riuscito così, era merito non solo dell'autore di esso, ma anche della bellezza della signorina. Il vecchio artista, lieto di quelle lodi prodigate all'opera sua e alla figlia prediletta, non permetteva più che l'Ubaldo se ne andasse. Con quella parlantina tutta propria dei veneziani, ei gli manifestava le sue speranze, speranze che i disinganni non erano riuscite a scemare, gli parlava con fede dell'arte, delle consolazioni che dà a chi l'ama e la coltiva, e ripetevagli sempre: --Che peccato che il signore non sia artista! Il Caruso pareva che prestasse molta attenzione alle parole del Rossetti, ma invece guardava molto la bella Maria, la quale lo accompagnava nella visita allo studio strascinando sul pavimento un vecchio vestito di antica stoffa gialla, che aggiungeva maestà alla imponente figura di lei e ne faceva meglio risaltare i nerissimi capelli chiusi nella reticella d'oro. Ella, al contrario del padre, parlava pochissimo, ma la sua voce era così dolce, così carezzevole, che chi l'udiva credeva sempre di sentire susurrare all'orecchio parole affettuose, che scendevano dritte al cuore, e la parola ella accompagnava con un abbassare così lento delle pesanti palpebre da far credere a chi la guardava, che ella capisse il fascino che esercitava, e quasi ne fosse vergognosa. Ubaldo Caruso s'invaghì subito di Maria, e non potendo dirle quello che gli ispirava perchè la ragazza non si scostava mai dal padre e ogni tanto posavagli in atto carezzevole la testa sulla spalla, la guardava di continuo e le faceva salire a vampe il rossore fino alla fronte e alle orecchie. Naturalmente l'Ubaldo scrisse il giorno dopo sul _Tempo_ un articolo molto laudativo per il Rossetti e trovò modo di vantare la splendida bellezza della figlia, che aveva servito di modella al quadro di Desdemona. In redazione si burlarono molto di lui per l'ammirazione tributata a un artista invecchiato nell'oscurità, ma i colleghi dell'Ubaldo andarono allo studio del Rossetti e tutti rimasero incantati della figlia. Intanto il pittore dedicò a colui che gli aveva procurato tutte quelle visite di giornalisti una grande riconoscenza. Non si sentiva più ignorato e questo lo doveva ad Ubaldo, e glielo diceva e glielo dimostrava ammettendolo in casa sua, in mezzo a quella numerosa e geniale figliolanza, dove la miseria non era riuscita a offuscare la serenità e l'allegria. Era d'autunno e a Venezia affluivano molti forestieri del Nord, diretti a Nizza, a Cannes, a Roma e a Napoli. Mercè le preghiere dell'Ubaldo, due altri cronisti parlarono del Rossetti e del suo ultimo quadro, che fu venduto davvero a una signora russa, e l'artista ottenne commissioni da altri forestieri. La gioia del vecchio non ebbe limiti, come non ebbe limiti il suo affetto per Ubaldo. Lo trattava come un figlio, come il suo figlio prediletto, e non faceva altro che parlare di lui, mentre il giovane approfittava della ospitalità accordatagli in casa Rossetti, per dimostrare il suo amore a Maria, la quale accoglieva quegli omaggi senza entusiasmo. Non era amore, amore nel senso alto e nobile della parola, quello che ella ispirava ad Ubaldo; era un capriccio, una passione sensuale che, appunto per la impossibilità di esser soddisfatta, si faceva irritante e prendeva del vero amore tutte le apparenze. In quella famiglia onesta, dove le ragazze erano sempre circondate dai genitori e dai fratelli, era impossibile pensare a una seduzione, e Maria, modesta e onestissima, non avrebbe commesso mai un fallo, anche se fosse stata dominata dall'amore, e amore non ne provava per Ubaldo, come non ne aveva mai provato per nessuno. Era stata assuefatta a pensare che una ragazza non deve amare altri che l'uomo che i genitori le presentano come sposo; aveva veduto le sorelle inoltrarsi negli anni, senza mai far parlare di se, senza mai soggiacere a una passione, serbando sempre il cuore al marito, che un giorno speravano le avrebbe tolte di casa per far di loro buone e oneste madri di famiglia, e Maria voleva fare come le altre. Così quando Ubaldo le diceva alla sfuggita qualche parola d'amore, ella abbassava le pesanti palpebre e arrossiva, non già perchè il cuore fosse turbato da quelle parole, ma perchè le parevano un insulto al suo pudore di donna. Ella non osava rispondergli duramente, perchè divideva la gratitudine che il padre aveva per lui, e capiva che quel benessere relativo di cui godevano era opera di Ubaldo, capiva che se le speranze del vecchio e di tutta la famiglia erano state una volta appagate, lo dovevano a lui, ma non lo incoraggiava punto e si manteneva modesta e pudica come era stata sempre. Quel contegno e il vederla sempre irritavano la passione di Ubaldo per Maria. Egli, dopo un anno di tentativi inutili per farsene una innamorata, avevala chiesta al vecchio pittore il quale avevagli detto: --Ma prendila, prendila subito, è la più bella cosa che possiedo e sono lieto di dartela. Il Rossetti nel dir questo non aveva pensato alla famiglia di Ubaldo la quale avrebbe dovuto farsi viva e mandare il consenso, e neppure alla possibilità che Maria rifiutasse l'offerta. Dalla parte di casa Caruso l'ostacolo fu appianato con una gita a Pisa del figlio, il quale come tutti i figli unici ottenne il consenso quando disse che se non poteva sposare Maria si sarebbe ucciso. Dalla parte di Maria la resistenza fu più lunga e più seria. Una lotta tremenda si combatteva in lei fra il desiderio di contentare il padre, che tanto desiderava quel matrimonio, e la voce della fede che le diceva di commettere una specie di sacrilegio sposando un uomo che si burlava della religione e al quale sarebbe stata unita soltanto dal vincolo di un contratto civile. Ubaldo si accorse che Maria con lui si sarebbe mantenuta sempre sulla negativa, perchè non lo amava e non si sarebbe mai lasciata intenerire dalle sue preghiere. Allora cessò d'importunarla con suppliche e con lettere, e si mise alle costole al padre, e tanto e così bene seppe raggirarlo, che un giorno il Rossetti con le lagrime agli occhi supplicò la figlia di sposare Ubaldo. Maria non seppe resistere e lo sposò, facendosi per altro giurare che le avrebbe lasciato piena libertà di praticare la religione cattolica e che i figli che sarebbero nati dalla loro unione avrebbero tutti avuto il battesimo e sarebbero stati educati religiosamente. Ubaldo promise tutto quello che Maria voleva, e Maria lo amò appena sposatolo perchè ella era di quella pasta di donne che non sanno voler bene che al marito. Per due anni quell'unione fu felice, ma poi, morto il padre del Caruso e trovatosi Ubaldo possessore di alcune decine di mila lire, lasciò il posto modesto occupato fino a quel giorno nella redazione del giornale _Il Tempo_, e volle andare a Milano con la speranza di trovar lavoro più lucrativo in quel campo più vasto del giornalismo italiano. Quella risoluzione del marito cagionò a Maria un vivo dolore. Ella non era mai uscita da Venezia, non aveva mai lasciato passare un giorno senza andare a casa dei suoi, e ora doveva abbandonare la città, che era il suo mondo, la famiglia che adorava. Nonostante, non importunò Ubaldo con i suoi rammarichi e le sue lagrime. Ella ubbidì senza lamentarsi, poichè l'ubbidienza era la sua virtù, e poichè credeva che la moglie non dovesse avere altra volontà che quella del marito. A Milano, Ubaldo prese un bel quartiere in via Brera, lo ammobiliò con eleganza, volle che la moglie si vestisse bene, e per i primi tempi non fece altro che le corrispondenze per _Il Tempo_ di Venezia. Questa sua qualità di corrispondente lo mise in rapporto con molti giornalisti; si seppe presto che aveva un piccolo patrimonio e una bellissima moglie, e la sua casa divenne un punto di ritrovo. Tutti gli facevano delle cortesie, era invitato, aveva continuamente palchi per i teatri ed ebbe anche l'offerta di entrare nella redazione della _Gazzetta di Lombardia_, giornale pettegolo che basava la sua diffusione sullo scandalo, ma che non viveva floridamente e cercava sempre il mezzo per tirare avanti un altro trimestre. Ubaldo Caruso accettò l'offerta e fu ben lieto di poter scrivere di politica e di non sentirsi più chiamare cronista. Però ebbe a pagare a caro prezzo quella soddisfazione. Nei giorni di bisogno il direttore della _Gazzetta_ ricorreva a lui, gli faceva credere che presto gli avrebbe potuto restituire la somma che gli chiedeva, portando a termine questa o quella combinazione finanziaria, e Ubaldo dava senza lesinare, cullandosi nella speranza che alla fine il giornale gli sarebbe rimasto. E su quella speranza basava tutti i calcoli per l'avvenire, si vedeva diventato di punto in bianco un uomo influente, un uomo che i ministri dovevano trattare da pari a pari, che dirigeva l'opinione pubblica, aveva influenza sulle elezioni e poteva aspirare a tutto. Un giorno la _Gazzetta di Lombardia_, gli rimase infatti, perchè il direttore non sapeva come tirare più avanti e non poteva rendere al Caruso le somme prese in prestito da lui. Quel giorno per Ubaldo fu un giorno di gioia, seguito da molti di grande amarezza. Egli tenne gli antichi redattori per avere il piacere di farla da direttore e proprietario con quelli che erano stati suoi colleghi, e dette al giornale un carattere di opposizione al governo, al municipio, alle autorità, sperando di farsi ascoltare, e, sonando sempre a vituperio, di reclutare lettori in tutta la grande falange dei malcontenti. Ma questo calcolo, che è giusto quando un giornale si appoggia a un partito, e ha molti mezzi per parare i colpi che gli vengono dal governo e dal suoi sostenitori, è sbagliato quando un giornale non ha base politica, non è sostenuto da nessuno, è povero e chi lo dirige non conosce l'arte del ricatto che sfugge all'azione del Codice penale. Le poche migliaia di lire che restavano ad Ubaldo furono inghiottite in breve tempo dalle spese quotidiane, dai processi per diffamazione, da tutto quel patrimonio di passività che il vecchio direttore aveva lasciato come sola eredità al nuovo. Ubaldo, non sapendo come rimediare, si dette a giocare alla Borsa; ebbe da principio la disgrazia di vincere, giocò allora con più ardore, perdè, perdè sempre, perdè tanto che a una liquidazione a fine mese non potè pagare le differenze e fu affisso alla Borsa. Senza credito, senza mezzi, senza il giornale, non sapendo a qual partito appigliarsi, fece le valigie e andò in Svizzera lasciando a Milano la moglie e il bambino, che eragli nato da poco più di un anno. La dolce creatura, che aveva sopportato così serenamente la miseria nella casa paterna, non ebbe una parola di rimprovero nè un pensiero di biasimo per il marito che l'abbandonava. Lasciò che i creditori prendessero tutto ciò che vi era in casa, e si ridusse a vivere in una modesta cameruccia, benedicendo l'uomo che per cinque anni le aveva procurato una esistenza comoda e avevale fatto conoscere i piaceri della vita. Prima di dar fondo alle poche centinaia di lire che ella economizzando aveva messe da parte, cercò una occupazione. Sapeva dipingere i fiori ed ebbe lavoro da una fabbrica di terraglie. Ma una bella donna come Maria, che per qualche tempo tutti avevano veduta alle prime rappresentazioni ai teatri, alle inaugurazioni e a ogni festa ove il giornalismo è invitato, non sparisce senza che qualcuno non s'informi di lei, non sparisce senza essere rimpianta. Molti amici del marito la cercarono, seppero dove stava, che vita sacrificata ella faceva e vollero aiutarla e consolarla, ma ella onesta com'era, respinse sdegnosamente tutte le offerte, cercò di sottrarsi a ogni persecuzione e lavorò sperando in giorni migliori. Ubaldo, dopo aver passato alcuni mesi molto travagliati in Isvizzera, ottenne da certi parenti ricchi, che aveva a Livorno, i mezzi per andare a Parigi sperando di divenire colà il corrispondente di qualche giornale italiano, e dopo lungo attendere vi riuscì mercè la sua pertinacia. Ma appena ottenuta quella occupazione egli si lasciò trascinare a far vita dispendiosa, giocò, si indebitò di nuovo fino agli occhi e dovette lasciare Parigi, come aveva lasciato Milano, e venne diritto a Roma, dove capita tutta la gente che non sa che cosa fare altrove; venne a Roma senza mezzi, ma ricco di esperienza acquistata, e ricominciò la vita del corrispondente. Non era un bello scrittore, ma l'amarezza, il fiele che lo rodevano, lo spingevano a raccogliere tutte le voci che potevano recar disdoro a qualche personalità spiccata, a macchiare qualunque individuo o istituzione. Egli fu presto conosciuto nei ritrovi serali dei corrispondenti al telegrafo; le sue corrispondenze furono lette, ebbe dei duelli con esito favorevole per lui, e fu temuto e guardato dai compagni come un flagello, del quale sarebbe stato opportuno di liberarsi, senza saper come. I modesti guadagni che faceva non bastavano ad appagare le sue abitudini costose e così cercò di mischiarsi in qualche affare, fece acquistare dei terreni, ma ancora non era pago e cercava, cercava sempre il mezzo di far fortuna, quando credè di averlo trovato la sera della cena elettorale di don Pio. Capì che nel principe l'ingegno era molto inferiore all'ambizione, e che le forze non gli sarebbero bastate per farsi eleggere e poi per sostenere da solo il mandato, e sognò di rendersi indispensabile a lui, di essere la sua mente, l'anima di quell'uomo, che parevagli soltanto un fantoccio animato dalla vanità. Fabio lo aiutò mirabilmente proponendo l'acquisto del giornale. In quei due anni Ubaldo si era poco rammentato della moglie. Egli sapeva che la povera donna lo avrebbe amato sempre e che la sua onestà l'avrebbe protetta da qualsiasi pericolo. Qualche volta a Parigi uscendo la mattina da una casa di giuoco dopo aver guadagnato alcuni rotoli di monete d'oro, era andato al telegrafo e aveva mandato alla moglie qualche centinaio di lire. In quell'ora triste gli pareva di vedere la sua bella Maria intenta a dipingere terraglie, stanca, assonnata, e quella visione non gli dava tregua finchè il telegramma non era partito; poi non pensava più a lei, afferrato di nuovo nell'ingranaggio delle preoccupazioni incessanti. Ora l'aveva ritrovata sempre bella e serena, senza che dalla bocca di lei fosse uscita una parola di rammarico per quei due anni di abbandono. E appunto quella dolcezza di cui ella dava prova aveva intenerito il cuore cinico del marito, che, rivedendola, se ne era incapricciato come prima di sposarla. Ma ora ella non ispiravagli soltanto un rinnovamento di desiderio; gl'incuteva anche rispetto, rispetto per la sua onestà e per il suo dolce animo femminile, ed egli la circondava di un culto, credeva in lei come si crede in una idea incarnata in una persona. Egli non volle in quel momento di confusione prolungare l'impaccio di Maria e prese il cappello per uscire insieme con lei, quando donna Teresa, che aveva osservato a distanza la bella creatura, le si avvicinò e dissele: --Io non ho il bene di conoscerla, ma dopo i discorsi che ho inteso fare non posso ignorare che ella è la moglie del signor Caruso; perchè invece di toglierci suo marito, non accetta ella pure il nostro invito? Merla arrossì e alzò i suoi occhioni in faccia al marito. --Dal momento che la signora duchessa è così cortese di pregarti, accetta pure,--le disse Ubaldo. In quel momento entrò correndo l'onorevole Carrani, gettò il cappello sopra una sedia e stendendo la mano al principe, esclamò: --Dunque la posso chiamare collega, dunque abbiamo vinto, vinto, stravinto! Sa che il presidente del Consiglio è su tutte le furie, che ha chiamato il Prefetto e il Questore e li ha rimproverati del loro poco zelo? Ora _La Stampa_ diverrà il primo giornale d'Italia, e l'avvenire è nelle nostre mani. L'onorevole Carrani parlava con impeto, aveva le movenze pronte e il corpo singolarmente agile e smilzo. Negli occhi gli brillava l'intelligenza e sulla bocca aveva sempre un sorriso sardonico e iroso. Ora l'idea di aver procurato una pena al presidente del Consiglio, che odiava perchè lo aveva voluto escluso dal rimpasto ministeriale, qualificandolo come elemento di disordine, lo consolava di molte amarezze ingoiate con rabbia, e la speranza di combatterlo con piena libertà nel giornale di cui era l'anima, la speranza di abbatterlo un giorno e di esser presidente in sua vece, lo ubriacava quasi. --L'onorevole Carrani,--disse il principe presentando l'uomo politico alla madre e alla signora Caruso, che erano rimaste a parlare insieme. --Spero che ella pure vorrà pranzare con noi; stasera è un pranzo giornalistico e tutti quelli che hanno contribuito all'elezione di Pio debbono bevere lo _champagne_: via, signore, andiamo a metterci a tavola. La duchessa Urbani infilò il braccio in quello dell'onorevole Carrani, mentre don Pio offriva il suo a Maria e s'incamminava prima attraverso il cortile e poi su per le scale. Donna Camilla, leggendo un libro di preghiere, aspettava nell'ampia sala da pranzo. Nel sentire aprire la porta si alzò e fece alcuni passi, ma alla vista di tutta quella gente rimase perplessa, e alzò in faccia al marito uno sguardo freddo e interrogativo. --La signora Caruso,--disse don Pio per tutta risposta.--Sono eletto e ho invitato tutti coloro che mi hanno aiutato in questo lavoro d'Ercole. --Io non ho fatto nulla,--disse Maria inchinandosi dinanzi alla principessa, che la salutò freddamente. La duchessa presentò alla nuora l'onorevole Carrani, ed ella appena chinò la testa dinanzi a lui. Intanto i servitori, diretti dal maestro di casa, avevano apparecchiato per i quattro invitati e dopo cinque minuti don Pio conduceva a tavola Maria, faceva sedere il Carrani fra la madre e donna Camilla, e indicava al Rosati il posto in mezzo alla moglie e alla signora Caruso, ponendosi a fianco Ubaldo, che rimaneva collocato così fra lui e la duchessa. A don Pio se mancava la cultura seria, non mancava però la perfetta educazione e la scienza di saper ricevere e di fare con garbo squisito gli onori di casa. Nessuno si sentì a disagio quella sera a pranzo a casa Urbani, neppure Maria, che metteva per la prima volta il piede in una casa aristocratica e conosceva allora tutta quella famiglia. La duchessa pure sapeva ricondurre la conversazione sugli argomenti che potevano interessare il Carrani e il Caruso, e avendo sentito dall'accento che Maria era veneziana, le parlava con entusiasmo di Venezia lodando la grazia e la cortesia delle donne di quella città. L'intelligenza della duchessa, il suo talento d'assimilazione, che è un dono di razza e che quasi tutti i gran signori possedono, le teneva luogo di coltura, e, ragionando di politica, d'arte, di affari, ella non si trovava mai a corto di parole e d'idee; quella sera, in cui voleva fare effetto su tante persone nuove, seppe far valere tutte le sue qualità e destò un vero entusiasmo nel Carrani, nel Caruso e in Fabio Rosati, col quale aveva avuto frequenti abboccamenti nei giorni antecedenti. Don Pio non badava alla madre; egli era sotto il fascino della bellezza di Maria, della sua freschezza d'impressioni, di quella maniera ingenua e schietta di esprimerle, di quella grazia che fa delle veneziane le donne più attraenti d'Italia. Tutti erano lieti a quella tavola, tutti lo dimostravano. Lieti dell'avvenimento della giornata, lieti di quella improvvisata, lieti dei discorsi scambiati, meno che donna Camilla. Pareva che ella non capisse ciò che dicevano, non le importasse di nulla, che biasimasse l'allegria, e l'occhio freddo di lei si staccava a stento dal piatto. Rispondeva con monosillabi se interrogata, e pareva che col suo contegno freddo e compassato dicesse ai convitati: "Stasera vi tollero perchè mi siete imposti, ma non siete miei pari e non ho nulla di comune con voi." La freddezza della principessa della Marsiliana non alterava per altro la generale allegria. Si beveva e si parlava senza badare a lei, e la banda, accorsa nel cortile del palazzo, suonava un pezzo dopo l'altro sperando di avere un bel regalo dal principe, mentre Ubaldo esponeva la necessità di dare un grande sviluppo alla _Stampa_, di farne un giornale pieno di notizie telegrafiche dalle capitali estere e dalle città italiane, un giornale che non avesse rivali per informazioni. Con molta chiarezza egli esponeva il suo piano. _La Stampa_ doveva accogliere tutte le lagnanze, tutte le accuse contro le amministrazioni pubbliche. Anche se poi fosse costretta a smentirle, pure la sfiducia restava negli animi e bisognava sopratutto sfiduciare il paese, assuefarlo a dubitare del governo e degli uomini che erano al potere, se si voleva rovesciarli e portare al timone un partito più spinto di cui il rappresentante non poteva essere altri che l'onorevole Carrani. Il deputato progressista approvava naturalmente le parole di Ubaldo ed egli continuava nella sua esposizione. _La Stampa_, egli diceva, doveva penetrare in tutti i paesi di provincia, e questo si poteva ottenere interessandosi a tutte le questioni locali, questioni di elezioni comunali, questioni di abusi di funzionari pubblici, pettegolezzi. Doveva inoltre e sempre sostenere tutti i membri dei partito progressista e radicale... --Radicale!--esclamò la duchessa. --Sì,--rispose Ubaldo inchinandosi,--perchè oggi siamo progressisti, poichè questo partito, fra quelli ammessi, è il più avanzato; ma domani possiamo essere radicali, se il partito radicale acquista terreno, distrugge la sfiducia che hanno in esso tutte le persone d'ordine... --Come me,--osservò scherzando la duchessa. E l'Ubaldo ridendo a denti stretti, rispose: --Precisamente. --Sfiducia che io non divido,--osservò l'onorevole Carrani, che era accusato appunto dalle persone d'ordine, di far l'occhiolino a quel partito. --In fatto di religione,--continuò Ubaldo accomodandosi la lente e senza badare alle occhiatacce che gli lanciava Fabio,--bisogna combattere il Papato con le stesse armi con cui si combatte il governo; far morire la fede screditando chi la predica. La principessa della Marsiliana, cui nessuno fino a quel momento aveva badato, si era alzata, e, inchinando leggermente la testa, pallida in volto come una morta, si avviava per uscire. --Camilla!--disse il principe con voce di rimprovero. Fabio Rosati era balzato in piedi e accompagnava la principessa, senza che ella neppur lo guardasse. Un servo corse a spalancare la porta e la richiuse dietro a lei. --Mio Dio, che cosa ho mai detto?--domandò Ubaldo guardando in faccia tutti i commensali. --Niente, niente di male,--rispose il principe ridendo col suo riso cinico.--Lei ha dato argomento alla principessa per dieci confessioni e per altrettanti esercizi spirituali. --Continui a esporre il suo programma,--disse la duchessa che ascoltava attentamente. Maria, turbata dalla scena muta di donna Camilla, da quell'atto di scortesia fatto agli invitati, era impallidita e aveva guardato il principe in atto supplichevole. --Scusi,--le disse don Pio sottovoce stringendole la mano,--tutti abbiamo una afflizione da portare, io ho quella,--e volgeva l'occhio alla porta dalla quale donna Camilla era uscita. --Poveretto!--disse Maria, non sapendo bene se il principe con quella confessione voleva alludere allo stato mentale della principessa, o alle esagerate opinioni clericali di lei. Ma il dubbio le entrò nell'animo che donna Camilla fosse pazza. --Inoltre,--continuò Ubaldo,--noi dobbiamo accaparrarci gran numero di lettori solleticando anche le passioni. --Come sarebbe a dire?--domandò la duchessa che non perdeva una parola. --Le passioni letterarie,--soggiunse Ubaldo,--e questo si potrà ottenere accaparrando lo scrittore più in voga, che pagheremo lautamente e che scriverà quello che gli parrà. Presentato dal principe egli potrà entrare in tutti i salotti romani. Potrà vedere quello che nessun giornalista vede: svelare Roma aristocratica, Roma vera a tutti gli italiani, e quella cronaca avrà per il borghesuccio, per l'impiegato, per il provinciale una singolare attrattiva. In quanto a romanzi, si debbono pubblicare soltanto quelli di Zola. --Saranno molto istruttivi per le ragazze e i ragazzi specialmente!--disse la duchessa ridendo. --Non fa nulla, la nuova generazione è assuefatta a saper tutto, a non scandalizzarsi di nulla. Ora è una ipocrisia quella di far credere che i ragazzi e sopratutto le ragazze non sanno; esse sono più istruite di noi; la _Stampa_ deve distruggere tutte le ipocrisie. --Il mio amico Ubaldo ha perfettamente ragione ed ha capito la missione di un giornale d'opposizione come nessuno l'ha capita fin qui,--disse l'onorevole Carrani. Era la prima volta che Ubaldo ai sentiva chiamare amico dall'ex-ministro e gongolò dentro di sè, mentre col capo ringraziava dell'approvazione. --Ma questo giornale costerà sette o ottocento mila lire l'anno!--disse la duchessa che aveva una speciale disposizione per il calcolo e una grande pratica di affari. --Se costasse anche un milione,--rispose Ubaldo,--questa somma non sarebbe gettata. _La Stampa_ fra un anno tirerà centomila copie, incasserà duecentomila lire dalla quarta pagina, permetterà al suo proprietario di partecipare a tutte le grandi combinazioni finanziarie e sarà sostenuta dal partito. --Il nostro è povero,--osservò l'onorevole Carrani. --È povero ora, ma non sarà più tale fra sei mesi. Noi ci varremo delle vacanze parlamentari per acquistar diffusione, avremo un redattore in ogni luogo di bagni, in ogni stazione climatica, e, mentre ci accaparreremo i lettori fra il pubblico ricco e ozioso, troveremo mezzo di scovare una questione, o più questioni, che destino una eco fra gli italiani di tutte le province; per esempio, chiederemo l'abolizione della tassa sul sale, commoveremo il pubblico col quadro della miseria dei poveri pescatori dell'Adriatico e del Tirreno, costretti a fare il contrabbando di quell'alimento necessario pur non mangiare i fagioli senza sale; faremo il quadro dei miseri abitanti del Veneto, obbligati a mangiare la polenta sciocca, cotta nell'acqua; parleremo della pellagra, della scrofola, di tutti i mali che nascono da quella privazione, e tanto faremo, tanto tempesteremo che al riaprirsi della Camera dovrà farsi una crisi, e se il vecchio canuto, che ora la fa da dittatore, dovrà conservare la presidenza del Consiglio, dovrà accogliere nel seno del gabinetto degli uomini, che noi gl'imporremo, e allora il partito non sarà più povero, allora _La Stampa_ avrà appoggi materiali. --Ma lei è un Talleyrand!--esclamò la duchessa che non aveva perduta una parola di quel discorso. --No, signora duchessa, sono un ambizioso, senza mezzi e senza capacità. Appartengo a una famiglia che si è arrabattata in ogni tempo e in ogni luogo, non per conquistare beni ideali, ma per assicurarsi l'agiatezza, e, come se la disdetta che pesa su questa famiglia volesse esercitare su di me la sua legge di continuità, io sono stato sempre schiacciato dalla mancanza di mezzi, dalla mancanza di coltura, dalla mancanza di energia. Per questo io espongo a loro il mio programma perchè se ne impossessino, perchè lo svolgano, e lo applichino salvandolo dalle mie mani incapaci a tanto lavoro. Ubaldo continuò: --Lei, principe, ha i mezzi, ha l'intelligenza e ha l'energia,--disse ninnando la testa con fare cortigianesco dinanzi a don Pio,--lei, onorevole Carrani, ha la forza, la coltura, l'influenza. Io non sono, e non voglio essere altro che lo sbozzatore di una colossale statua moderna, loro sieno gli artefici che danno alla statua l'impronta dell'arte, l'impronta del genio! Alzò la coppa ricolma di _champagne_ e stese il braccio verso il principe e verso l'onorevole Carrani. Tutt'e due cozzarono il bicchiere e la duchessa accostò pure il suo a quello del signor Caruso e degli altri. Maria, con gli occhi luccicanti dalla gioia esultava vedendo il marito dar prova d'intelligenza, vedendolo ascoltato e apprezzato da gente altolocata. Fabio solo taceva umiliato e il sentimento della sua inferiorità gli metteva nell'animo una grande tristezza. Aveva sognato di essere lo scalino del quale il principe si sarebbe servito per salire, e invece vedeva un altro, più intelligente, più esperto, più abile di lui, chinare la schiena volonterosa e offrire a don Pio il mezzo d'inalzarsi. Le lodi per il discorso di Ubaldo, per la chiarezza con cui vedeva il lavoro da farsi e il premio da conseguire, non finivano più. Il principe, l'ex-ministro, la duchessa bevvero alla salute di lui, poi alla salute della bella signora Caruso, e rimasero lungamente a parlare dopo aver preso il caffè. Don Pio, ora che la principessa aveva abbandonato il campo, raddoppiava le attenzioni per Maria. Scelse le più belle fra le rose che ornavano la tavola e gliene formò un mazzo, e quando ella disse al marito che era ora di andare a casa, don Pio ordinò che fosse attaccato il _coupé_, l'accompagnò fino in fondo alle scale, e baciandole la mano con molta galanteria, le domandò il permesso di andarla a visitare. --Mia cara,--disse Ubaldo a Maria quando furono entrambi seduti nel _coupé_ del principe della Marsiliana,--se non faccio fortuna è perchè sono nato sotto una cattiva stella, o c'è qualche iettatore che mi ha preso di mira. --Come ti voglio bene!--gli disse la buona donna posandogli la testa sulla spalla e pensando solo al trionfo del marito e non al suo. Donna Camilla, che vegliava nella sua camera solitaria, che non si coricava mai prima di aver sentito uscire Giorgio dalla stanza di don Pio, attese anche quella sera inutilmente il marito, e divorando senza piangere la rabbia che provava per tutti quei cambiamenti sopravvenuti in casa Urbani negli ultimi giorni, per tutti quegli intrusi che erano entrati nel palazzo, e soprattutto per quella bella creatura che attirava tutta l'attenzione di don Pio e nella quale intuiva una rivale, non potè dormire neppure quando fu sicura che tutti si erano addormentati, e non potè pregare. Ella rimase tutta la notte alzata a pensare all'avvenire che l'attendeva, un avvenire molto più triste del passato, un avvenire di completa solitudine e di tremendo abbandono; e spaventata dal quadro che la sua fantasia le poneva dinanzi agli occhi, ripeteva a sè stessa stringendo i denti: --Sono una Grimaldi, devo lottare, e per il nome che porto e per la razza che rappresento, e non devo abbandonare il mio posto. VI. Sul di dietro del palazzo Urbani, e dove un tempo sorgeva un gruppo di case destinato ai famigliari della antica casa, ora inalzavasi un edifizio, nel quale il ferro e il cristallo rappresentavano una parte importantissima. Le colonne, che servivano di ornamento fra una finestra e l'altra, i terrazzi, i pilastri, tutto era in metallo, mentre le immense superfici di cristallo, collocate una accanto all'altra facevano somigliare quella casa a un acquario. Una sera, sette mesi dopo che don Pio della Marsiliana era stato eletto deputato, quella casa, che nel centro della facciata portava scritto a caratteri dorati _La Stampa_, scintillava di luce. Sul cornicione correva un filo di fiammelle di gaz e quell'ornamento luminoso si ripeteva lungo tutti i terrazzi, giro giro alle tre porte grandiose, una delle quali metteva alla redazione, una all'amministrazione e la terza alla tipografia, che occupava tutto il sottosuolo e dalla quale si sentivano partire i boati delle macchine in azione. Quella sera, ogni momento giungevano carrozze che deponevano invitati e signore sotto l'ampia tettoia di cristallo, e molti uomini in cravatta bianca salivano continuamente lo scalone coperto di tappeti e ornato di piante. In tutta la città erano stati diramati inviti per l'inaugurazione della prima casa che un giornale possedesse a Roma, ma quegl'inviti più specialmente erano stati accettati dai deputati, dagli artisti e dai giornalisti. Gli onori di casa erano fatti da Ubaldo Caruso e da Fabio Rosati, i quali pareva fossero fra loro pane e cacio, benchè, gelosi com'erano uno dell'altro, si disputassero continuamente alla sordina il dominio sull'animo di don Pio. Il redattore-capo e il cronista, tutti e due in giubba e cravatta bianca, stavano in cima alle scale, in un salottino che metteva nella grande biblioteca, e lì salutavano quelli che giungevano, si presentavano scambievolmente le persone che non conoscevano; e se arrivava una signora, erano pronti a offrirle il braccio per condurla in sala, dove Maria, seduta sopra una ottomana fra la moglie dell'onorevole Carrani e donna Teresa Sorani moglie di un ex-presidente del Consiglio, accoglieva col suo fare schietto e disinvolto le signore che le venivano presentate, e sapeva farsi ammirare da loro, come si faceva ammirare dagli uomini. Ella indossava un vestito di merletto nero, non aveva altro che due perle agli orecchi, e in testa un grande cappello Rembrandt, dalla tesa spiovente, coperto di lunghe penne di struzzo. Con una mossa di persona freddolosa, che le dava tanta grazia, ella si riportava ogni tanto sulle spalle la pelliccia di velluto amaranto guarnita di martora, e quella mossa la faceva somigliare a una donna impaurita, che cercasse rifugio in qualcuno, in qualcosa. In fondo all'ampia sala, la cui pareti erano rivestito di scaffali, dove don Pio aveva fatto collocare la biblioteca di casa Urbani, era preparato un pianoforte a coda per gli artisti dell'Apollo e del Costanzi, che dovevano cantare dopo il ballo. Don Pio, dritto in un angolo, parlava con due principi, onorevoli come lui, e con altri tre o quattro deputati meridionali appartenenti al patriziato. Appena il principe era in mezzo a giornalisti, voleva far loro capire che non li considerava suoi pari, e se poteva circondavasi di antichi conoscenti. Anche quando era negli uffici di redazione, gli piaceva di far da principe, di far sentir la distanza che correva fra lui e i plebei, e Fabio Rosati, che aveva capito quella debolezza, si era affrettato a trattarlo d'"Eccellenza" e i nuovi redattori venuti da altri giornali avevano fatto altrettanto. Soltanto Ubaldo aveva continuato a chiamarlo "Principe", e non perchè gli costasse fatica a pronunziare quella parola di cui si abusa nel mezzogiorno d'Italia, ma perchè gli pareva a sua volta di stabilire una distanza fra sè e gli altri redattori della _Stampa_, trattando il principe della Marsiliana con maggior familiarità. In quei sette mesi Ubaldo aveva scossa la naturale inerzia, e si era dato ad applicare il programma di don Pio, e nell'applicazione di quel programma aveva dato prova di una grande pertinacia. _La Stampa_ non era giunta a tirare centomila copie, ma già da tre era salita a quarantamila, cifra altissima rispetto agli altri giornali della capitale. Nei teatri, nei caffè _La Stampa_ era nelle mani di tutti, e il pubblico si interessava alle polemiche violente che vi si facevano anche per le quistioni più insignificanti. Messi sulla via dell'opposizione a oltranza, tutti i redattori pareva che avessero acquistato nuova energia in quella battaglia continua in cui l'on. Carrani e Ubaldo si sostenevano, il primo trattando le quistioni di politica interna, e soprattutto le quistioni di economia nelle quali era competentissimo; il secondo attaccando la politica incerta del Governo rispetto all'estero, e le quistioni municipali. Il principe discuteva, approvava, era soddisfatto della influenza che gli dava il suo giornale, e pagava, soprattutto pagava. L'edifizio per la redazione della _Stampa_ gli era costato ottocentomila lire, e il giornale in sette mesi ne aveva ingoiato altre trecentomila, ma ora aveva una tipografia bellissima, quattro macchine rotative, aveva abbonati, lettori e credito in tutte le parti d'Italia. Le notizie che a caro prezzo _La Stampa_ si procurava nei Ministeri, qualche volta avevano l'onore di una smentita ufficiale, o di una rettifica e allora don Pio gongolava, e il signor Caruso più di lui. Egli voleva che il giornale incutesse timore ai governanti, voleva che non movessero foglia senza pensare alla censura accanita della _Stampa_, e a questo in parte era riuscito. Come era riuscito a farsi, che un'antica lite fra il Municipio e la famiglia Urbani per la sistemazione di una strada laterale al palazzo, fosse composta all'amichevole, e che il Municipio pagasse per l'espropriazione di una striscia di terreno due milioni sonanti, che avevano coperto le spese di costruzione, e le spese vive del giornale, senza che il patrimonio Urbani ne risentisse nulla. Incoraggiato da quel primo successo, don Pio non sognava altro che speculazioni. Ubaldo gli aveva fatto intendere che Roma doveva prendere maggiore sviluppo edilizio, gli aveva fatto intravedere che a Roma sarebbero accorsi abitanti da tutte le parti d'Italia, e che conveniva preparare abitazioni per questa nuova popolazione. Don Pio non aveva fatto il sordo; aveva comprato ovunque, e specialmente fuori di Porta Portese, dove nel progetto che sostenevano col giornale, avrebbe dovuto sorgere la nuova stazione ferroviaria. E non solo aveva comprato terreni, ma aveva messo mano a costruire diversi villini, dentro un parco cinto di mura, villini che guardavano il Tevere da un lato e avevano allo spalle il Gianicolo. In questo disegno di acquisto di terreni, di costruzione di grandi case operaie, e nello stesso tempo di case signorili, don Pio era sostenuto da Fabio, il quale aveva un fratello ingegnere, giovane senza clienti; egli sperava di poterlo occupare presso il principe. La duchessa, donna accorta, aveva messo in guardia don Pio contro la febbre di acquisti e di costruzioni che lo aveva invaso, ma il principe era ormai su quella via sulla quale non si ragiona più, dove gli ostacoli non sono visibili per l'occhio che è fisso sull'avvenire, ed è abbagliato dal guadagno che la speranza gli promette. Il patrimonio ereditato dal padre, tutto in vaste tenute nella pianura, in ricchi possessi in Sabina, in Maremma e nell'Umbria, in Abruzzo, in palazzi, in case, non pareva a don Pio che costituisse la ricchezza. Era un patrimonio che non si poteva alienare dall'oggi al domani, di cui godeva soltanto le rendite, ma non era la ricchezza, non i titoli di rendita, i fogli di Banca, i conti correnti negl'istituti di credito, tutto quello che permette a chi ne è possessore di levarsi tutti i capricci, d'ingolfarsi in tutte le speculazioni, di giocare non con l'avversario davanti, ma di giocare sul tappeto verde mondiale della Borsa, dove le poste sono spaventose e le differenze a fine mese possono mettere in mezzo di strada, anche un principe della Marsiliana. Quella era la ricchezza che sognava don Pio, e Ubaldo promettevagli che l'avrebbe acquistata con _La Stampa_ e con la speculazioni edilizie. E l'on. Carrani si guardava bene dal co