Diffamazione: onore e oneri di Marina Morpurgo

Questo blog ha molto a cuore il tema della diffamazione.

Sarà anche perché anni addietro qualcuno ha avuto il ghiribizzo di chiederne il sequestro integrale a fronte di alcuni contenuti suppostamente diffamatori (nel senso che erano loro che lo supponevano), il cui contenuto offensivo non è mai stato dimostrato e mai lo sarà.

Al di là di questo anche la diffamazione è un tema scottante, perché rappresenta il limite entro il quale contenere quella libertà di espressione di cui vi sciacquate la bocca (sì, proprio voi) quasi fosse acqua benedetta.

Fatto sta che ieri, mentre stavo leggendo la stampa on line, ho trovato un rimando di “Repubblica” a un articolo de “L’Espresso” intitolato “A processo per un commento su Facebook. Ora il giudice deve decidere se è diffamazione.”
Poi il sottotitolo: “Il caso della giornalista Marina Morpurgo, che ha criticato sul suo profilo una campagna pubblicitaria con protagonista una bambina, arriva in tribunale. E a rischio è la libertà di espressione”.

Lì per lì ho pensato anch’io che mentre in Francia si muore di matita, qualcuno in Italia continua a friggere inutilmente nelle padelle dei pubblici ministeri ma poi ho cambiato rapidamente idea.

Andiamo per ordine:
Marina Morpurgo ha ricevuto un avviso di chiusura delle indagini preliminari (almeno così si evince dall’articolo) per violazione del comma 3 dell‘art. 595 del Codice Penale: diffamazione aggravata dal mezzo di diffusione.
– L’accusa è quella di aver “offeso l’onore” della Scuola di Formazione Professionale Siri, “denigrandone su un social network la campagna pubblicitaria”.

Bene. Anzi, male. Andiamo a vedere di quale campagna pubblicitaria si tratta: è quella che vi ho messo in evidenza. Fa vedere una bambina intenta a truccarsi come se fosse un’adulta, sormontata dalla scritta “Farò l’estetista, ho sempre avuto le idee chiare”. La soluzione grafica non mi piace, ma quali cosa avrà detto di così penalmente rilevante la Morpurgo da far scattare l’intervento del P.M.?
Ecco qui: “Anche io ho sempre avuto le idee chiare: chi concepisce un manifesto simile andrebbe impeciato ed impiumato… I vostri manifesti e i vostri banner sono semplicemente raggelanti… Complimenti per la rappresentazione della donna che offrite… Negli anni Cinquanta vi hanno ibernato e poi risvegliati?”

E qui, se all’inizio, come vi dicevo, mi è venuta la voglia di difendere la Morpurgo, come stanno facendo in molti in rete, mi è passata.
A prescindere dalla citazione disneyana che indubbiamente alleggerisce il supposto intento diffamatorio (“impeciato e impiumato” ricorda Paperon de’ Paperoni, per chi abbia dimestichezza con Carl Barx), quello che salta agli occhi è che si riferisce non già al discutibile manifesto ma alle persone che quel manifesto hanno ideato. E’ sul “voi” che punta il dito, non sul “esso”. In breve, in Italia si può dire che il politico Tale ha detto o fatto una michiata, ma non si può dire che è una testa di minchia. Una stupidaggine può farla anche una persona intelligentissima, ma questo non significa che sia uno stupido.

L’articolo de L’Espresso riporta, poi, alcuni brani dalla memoria difensiva dei legali della giornalista: ora ve ne riporto alcuni stralci con un breve commento (che ganzo che sono!)

“Con riferimento a Facebook o a social network analoghi, per il reato di diffamazione a mezzo stampa, la Cassazione non si è ancora pronunciata.”
E che c’entra? Non c’è bisogno che esista un precedente in Cassazione per procedere (se no nessuno verrebbe più processato, o verrebbero processati solo coloro che hanno un precedente giurisprudenziale). Il comma 3 dell’art. 595 dice che “Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516″. Parla di “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”. E Facebook è un mezzo di pubblicità.

“Le espressioni incriminate sono state riportate sulla pagina personale della Morpurgo, frequentata esclusivamente da suoi amici. Le comunicazioni lì pubblicate non sono visibili a tutti, ma solo al gruppo di amici del titolare della bacheca. Difetterebbe, quindi, il requisito strutturale richiesto dal comma 3 dell’articolo 595 del codice penale
L’obiezione appare debolissima, perché si ha diffamazione quando “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione”
“Comunicando con più persone” immagino voglia dire almeno due oltre a chi sta diffamando. E quindi l’accusa cadrebbe se la giornalista avesse un solo amico su Facebook.

Insomma, io non la vedo poi tanto l’espressione di un libero diritto di critica, certamente non c’era la volontà espressa di diffamare, anche se le espressioni non sono esattamente gentili, ma che c’entrano le persone con lo scopo della giornalista che in un’intervista dichiara di essersi “limitata a rappresentare la mia indignazione per la maniera in cui veniva ancora considerata la donna, a dispetto di tutte le battaglie di emancipazione degli ultimi decenni”?

Per farla breve, io ritengo che l’accusa della Procura possa reggere in giudizio. Vorrei tanto che non reggesse, ma purtroppo sono convinto dell’esatto contrario. Il che è una bella gatta da pelare in questi giorni in cui la gente si ammazza o muore per il diritto a dire cosa le pare e a non essere neanche criticata.

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