Dante era un cantautore. I testi della canzone d’autore nelle antologie scolastiche

Screenshot da www.ilfattoquotidiano.it

Silvano Rubino, nel suo blog per “Il Fatto Quotidiano” intitolato “Franceschini: le canzoni nelle antologie? No grazie”, ha (ri)posto una questione stradibattuta. Ovvero, in soldoni, se sia o meno opportuno che i testi della canzone d’autore vengano riproposti come materia di studio (e, di conseguenza, di lettura e insegnamento) nelle antologie scolastiche a uso degli studenti.

Rubino dice che no, non è proprio opportuno. E scrive:

” (…) una canzone (se è canzone d’autore)  non è una poesia, è un connubio inscindibile di testo e musica, dove l’uno sorregge e compensa l’altro.”

e poi

“I cantautori non sono poeti e quindi il loro posto non è nelle antologie scolastiche. Questo non significa che non debbano essere insegnati a scuola, anzi. Ma devono essere insegnati nella loro identità di artisti che si sono espressi in quella particolare forma d’arte che si chiama, appunto, canzone. Quindi vanno fatti ascoltare nella forma canzone, con la musica.”

Ora, quando andavo alle medie (che comincia già ad essere qualcosina come una quarantina d’anni fa), avevo un’antologia che includeva i testi de “La guerra di Piero” e “La ballata del Miché” di Fabrizio De André. In breve, potevo già tastarmi ampiamente i coglioni da adolescente. Quindi l’inserimento dei testi della canzone d’autore nelle antologie scolastiche è piuttosto consolidato.

Ma Rubino non scrive che alcuni dei cosiddetti “poeti” che leggiamo nelle nostre antologie, dallo stesso Dante agli stilnovisti, dai trovatori provenzali a Ludovico Ariosto e a Torquato Tasso, componevano versi che erano frequentemente (per non dire obbligatoriamente) accompagnati dalla musica. E’ inutile che vi spieghi che lo stesso termine “sonetto” significa “piccolo suono” o “breve melodia”. Tutto era musicato. Le tre parti della Divina Commedia si chiamano “Cantiche”, ovvero “raccolte di canti” perché “canti” sono, appunto, le unità del poema. E si accompagnavano con la musica non solo per dare loro un aspetto più compiuto, ma anche e soprattutto per ricordarli (e tramandarli) meglio.

In breve, Dante era un cantautore.

Si potrebbe obiettare che la musica di Dante e compagnucci della parrocchietta è perduta. Che non sappiamo come nel Trecento si cantasse la Divina Commedia. Quindi dobbiamo accontentarci di leggere i testi. Questo è vero fino a un certo punto. Ad esempio le melodie venivano spesso ripetute e una stessa melodia poteva accompagnare più composizioni (pensiamo, ad esempio,  alle tenzoni dello stesso Dante Alighieri). Poi, soprattutto per i trovatori provenzali, le musiche sono state ritrovate e oggi possiamo ascoltare Arnaut Daniel così come lui veniva cantato dai suoi contemporanei. O giù di lì. E se si va a vedere bene, termini come “Sonetto”, “Canto”, “Ballata” o “Canzone” sono ampiamente usati come definizione di genere (ora me la tiro un po’).

Senza pensare che se dovessimo riportare in un contesto scolastico brani come la “Canzone dell’amore perduto” di De André bisognerebbe anche spiegare agli alunni che la musica non è sua ma di Telemann. No, via, meglio continuare a riportare i testi.

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