Bannare stanca

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E’ successo a me.

l’altro giorno, sul mio account Twitter/Facebook (tutti i miei tweet appaiono su FB automaticamente) ho inserito un intervento che, come è mio solito, non era particolarmente gentile con Fabrizio De André. Era il giorno dell’anniversario della sua morte e volevo andare un po’ in direzione ostinata e contraria anch’io.
Mi risponde un utente che, senza per nulla entrare nel merito di quello che avevo scritto (abitudine piuttosto radicata nell’utenza Facebook) fa un apprezzamento (“scherzavo”, dirà più tardi) sulla mia vita privata.

L’apprezzamento dell’utente (di cui ometto il nome, ma tanto tutto ciò di cui parlo è pubblicamente disponibile) mi fa saltarei gàngheri. Perché un [pre]giudizio sulla mia persona e sulle mie relazioni familiari quando ho espresso semplicemente un’opinione su un compositore di canzonette? Non è dato saperlo o forse sì. L’utente stava scherzando e stai a vedere che adesso la colpa è anche mia che sono troppo permaloso (sì).

Decido di togliergli l'”amicizia”, questo brutto nome con cui i facebookari chiamano quelli che più appropriatamente dovrebbero dirsi i CONTATTI. Tanto, mi dico, sarà poco male, potrà comunque, come tutti, leggere quello che scrivo e intervenire quando vuole (vedete cosa si ottiene a essere troppo buoni?)
Ma non basta. L’utente insiste e allora decido di fare una cosa che faccio molto di rado: bannarlo.
Un ban su Facebook, per intenderci, esclude a vicenda i due “contendenti” dalla reciproca visione dei contenuti e dall’accesso ai commenti.

Scrivo anche un post (solo su Facebook, in quanto più lungo dei 140 caratteri previsti da Twitter) in cui spiego cos’è successso. E faccio Nome e Cognome dell’utente bannato. Per carità, nessun tipo di offesa, solo il fatto che avevo bannato il signor Nome e Cognome e perché.

Apriti cielo e spalàncati terra!Mi giunge un tweet da un certo signor Nickname che non faccio fatica a ricondurre al signor Nome e Cognome di cui sopra (già, ma non ne ho la benché minima conferma). Mi dice che è scorretto che io inserisca nome e cognome del signor Nome e Cognome in un post dopo averlo bannato (scorretto? Forse, ma non vietato), mi invita ad eliminare il post (non si vede proprio il perché, è legittimo che io parli con chi voglio di chi ho bannato e perché) e mi diffida dal ripetere (ripetere cosa non è chiaro, a parlar male di De André?). Il tutto “ora”. Cioè subito. Cioè immediatamente, poco importa se uno guarda le notifiche di Twitter una volta la settimana.
Gli rispondo chiedendogli nome e cognome. Mi sembra corretto e doveroso. Non me li fornisce e decido di non rispondere oltre. Questo blog e i miei account Twitter e Facebook vanno sotto il mio nome e cognome e non vedo perché non posso pretendere altrettanto dai miei interlocutori.

Tutto questo per un ban. Che, voglio dire, è una cosetta semplice, quasi da nulla. Succede tutti i giorni. Mi è successo decine di volte di essere bannato da gruppi di discussione, mailing-list, newsgroup (tremendi questi, se almeno esistessero ancora) e quant’altro, non ho mai diffidato nessuno e, soprattutto, non ho mai fatto conderazioni personali sulla vita familiare di nessuno.

Ma si sa, c’è chi batte i denti, chi prende il ritmo e chi ci balla sopra.

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