A Livorno qualcuno era comunista

A Livorno “Il Partito” era “il Partito” e “il Partito” non poteva che essere il Partito Comunista Italiano, che non solo ci era nato, ma ci aveva messo radici solidissime.

Finché ci bazzicavo io, a Livorno “Il Partito” non aveva mai perso un’elezione comunale. E guai a chiamare “il Partito”, che so, la Democrazia Cristiana. Esisteva, certo, svolgeva una onesta, caparbia, onorevole ma inutile opposizione.

Quelli che erano del “Partito” spesso amavano adornarsi il petto (non so se anche il crine) di catene a maglia assai doppia, in oro massiccio, che ciondolavano una falce e martello sulla canottiera riempita di patacche di unto e maleodorante di sudore. Qualcuno di supporto aveva anche l’immagine dorata della Beata Vergine di Montenero, anticipando un certo cerchiobottismo di maniera.

I comunisti a Livorno andavano alle feste de l’Unità (quando era ancora l’organo del PCI, ma, soprattutto, quando era ancora il giornale fondato da Antonio Gramsci, non questo quotidiano medioborghese che di gramsciano ha solo un vago sentore e un ricordo sempre più sbiadito), bevevano vino rosso nei fiaschi, o se lo mettevano nei bicchieri erano bicchieri con la falce e il martello anche quelli, parlavano di Togliatti, di Berlinguer, di “Terradioboiacini” e quando morivano si facevano portare al Cimitero dei Lupi, una bella falce e martello sulla lapide tanto per mettere subito le cose in chiaro.

Quelli giovani, quei comunisti che facevan parte della FGCI (che non era la Federazione Italiana Gioco Calcio per un improvviso inganno di acronimi), eran riccioluti e brufolosi, con gli eschimi addosso e una paccata di volantini tra le braccia, di prima mattina davanti alle scuole. Gli eroi son tutti giovani e belli.

E te (cioè io), livornese volgare in quanto studente inserito in un mondo assai più grande e complesso, non potevi dirti battezzato se prima non eri andato a studiare alla biblioteca dei Portuali, luogo di cultura alternativa che possedeva migliaia di volumi, un bar dove bere una spuma da cento e un silenzio sufficiente per poterci ruttare in mezzo gli effluvi della suddetta spuma.

Ora ho letto di una signora, tale Nicoletta Batini, 43 anni, che lavora al Fondo monetario internazionale, due gemelle, dottorato in Finanza Internazionale, PhD ad Oxford in Economia Monetaria, “sapeva fa’ ‘a sottrazione, ‘a divisione, ‘a moltiplicazione, sapeva ‘e capitali di tutt’o munn’ e sonàva pure ‘o pianoforte!” (1) che vorrebbe fare qualcosa per la sua città e si candiderà alla carica di sindaco.

Dopo aver trascorso un pezzetto del suo sentiero politico tra i Grillini, ha optato per il Partito Democratico. Dice che “Oggi, purtroppo, Livorno è depressa. Ha bisogno di una svolta, proprio come nella politica e nel governo dell’Italia che Matteo sta dando.” A giudicarla da questa esternazione la candidatura di Nicoletta Batini non appare avere molte chance, visto che Renzi sta perdendo già le elezioni con le regole scritte da lui stesso assieme a Berlusconi ora che Casini si è rinfilato nel centro-destra. E se arriva il corrispondente dell’Italicum a Livorno si sta ulteriormente benino, sì.

(1) Massimo Troisi in “Ricomincio da tre”

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