Perché NO

no

Domenica prossima andrò a votare e voterò NO. Sarà un NO convinto, come ti càpita raramente quando vai a votare.

Vorrei poter dire, come chi mi sta accanto ed è la persona in assoluto più intelligente che io conosca, che se voto NO è perché non mi fido di questa gente che sta al Governo del Paese, ma il fatto è che sono un inguaribile sentimentale e che sono rimasto affezionato al bicameralismo perfetto e non voglio che me lo tocchino. Oh!

La mi’ nonna Angiolina diceva sempre che “Quattr’occhi ci védano meglio di due” e ho sempre considerato il bicameralismo come una forma di garanzia di trasparenza e controllo reciproco da parte delle due Camere. C’è chi mi dice che abolendo il Senato si risparmia. Ma io non voglio che lo Stato risparmi, perché la democrazia costa, ed è un costo che dobbiamo sostenere tutti. Al limite si riducano i privilegi e gli stipendi dei parlamentari. Oppure se ne abbassi il numero, se proprio ci si tiene, ma è pericoloso mandare all’aria una funzione per mettere fuori uso i suoi funzionari.

E’ una riforma, quella di Renzi e dei suoi sodali, che puzza dalla testa e mettere le mani sulla Costituzione è un po’ come metterle sulla pressione sanguigna, si finisce sempre per combinare dei disastri e io voglio continuare a vivere in un paese in cui il bicameralismo sia l’ordinaria amministrazione, non un lusso.

Per questo domenica prossima voterò NO. Poi alle 22 mi siederò in poltrona e aspetterò la vittoria di quelli del SI’ (tanto, se piove di quel che tuona…)

Il congiuntivo non è una malattia degli occhi

-Prof. posso chiederle una cosa?
-Sì, se solo i tuoi compagni facessero silenzio…
– “Facessero”, Prof.? Casomai “Farebbero”!

(desolazione)

E’ morto Remo Ceserani

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La morte di Remo Ceserani costituisce un grande dispiacere per tutti coloro che abbiano avuto il privilegio di incrociarlo alla Facoltà di Lettere di Pisa, con gli occhiali spessi e le borse piene di libri sotto il braccio.

Ma, soprattutto, è una pena sapere che se n’è andato, con la modestia che lo contraddistingueva, l’autore de “Il materiale e l’immaginario”, immenso laboratorio di lettura di testi e di analisi critica, che dalla fine degli anni ’70 costituì uno schiaffo morale all’editoria scolastica più spicciola per il rigore, la serietà e la scientificità con cui analizzava il testo letterario e proponeva i materiali di studio a corredo. L’idea era ciclopica, 10 volumi e una dimensione culturale del tutto diversa dai manuali di letteratura per la scuola superiore tradizionalmente intesi. I testi fatti a pezzi, frantumati, per vedere cosa c’è dentro e come funzionano, gli apparati critici sempre rigorosi, una attenzione per la letteratura straniera (spesso i testi poetici venivano proposti anche in versione originale in nota) che è raro trovare in altre antologie.

Io sono stato uno dei fortunati che hanno studiato Dante sul famoso terzo volume del “Materiale e l’immaginario”, l’edizione grigia, che dovrei avere da qualche parte e che ho trovato, a prezzi da vero strozzinaggio, su Amazon per 215,74 Euro.

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Era un testo faticoso (era faticoso anche trasportarlo, in senso fisico, voglio dire), ma si capiva, e si sentiva che quel libro su cui si studiava aveva una marcia in più, che alla fine quello che restava non erano solo nozioni, ma metodo, puro metodo. Non erano solo contenuti, non spiegava solo chi era Dante e cosa avesse scritto, ma insegnava ad approcciarsi al Poeta così che tutto quello che ne veniva fuori era una sudata scoperta che restava impressa nella mente in modo permanente.

Per questo la morte di Ceserani è più di una perdita, perché viene a mancare chi ha saputo guidarci lungo i sentieri della conoscenza.Se volete saperne di più leggetevi l’articolo “Ceserani e la scuola” di Romano Luperini. L’ho trovato con licenza Creative Commons, quindi ve lo posso redistribuire. Servirà a farci sentire Ceserani ancora più vicino. Finché il dolore non lascerà spazio alla consapevolezza dell’insegnamento.

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Del primato dei libri di carta

libri

Distribuisco e-book (o, meglio, testi digitalizzati, chè v’è la sua differenza) da una decina di anni, attraverso il sito gemello www.classicistranieri.com. Diciamo quindi che dell’argomento ne mastico un pochino. E che mi sono sentito tante, troppe volte rivolgere la (preoccupata) domanda “Ma l’e-book soppianterà il libro di carta?”

Giusto ieri sono incappato in un breve scritto di Richard Stallman (ve lo riporto nel file PDF in fondo, o guardate quanto sono gentilino!) sul pericolo di (certi) e-book. Ma non ci voleva certo Stallman per ricordarci che il libro di carta ha un vantaggio enormemente più grande, quasi incolmabile, sull’e-book che si acquista su Amazon (spesso a prezzi quasi corrispondenti alla versione cartacea, per cui tanto vale…).

Stallman fa giustamente notare che si può comprare un libro di carta pagandolo cash e mantenendo il più completo anonimato. Su Amazon dovete dare il vostro nome e cognome, il vostro indirizzo e un recapito di posta elettronica e questo non è certamente un bene.
Un libro di carta ha una tecnologia conosciuta e “aperta”, il corrispondente per Kindle è in un formato chiuso e proprietario.
Una volta acquistato un libro di carta potete portarlo a casa, nasconderlo nella libreria e ritirarlo fuori tra 20 anni per leggerlo, sarà sempre lo stesso oggetto e sarà sempre leggibile. Sfortunatamente non sappiamo ancora se fra 20 anni esisteranno applicativi che ci permettano di leggere i libri acquistati oggi su Amazon. Anzi, per dirla tutta, non sappiamo neanche che fine faranno i formati storici come il PDF. Come dico sempre, la Bibbia di Gutenberg è ancora leggibile dopo oltre 500 anni, abbiamo bisogno di tecnologie che ci garantiscano la sopravvivenza delle informazioni per almeno un tempo equivalente.
Col libro di carta potete cedere alcuni dei vostri diritti a terzi. Per esempio potete prestarlo a un amico. O rivendervelo, se proprio ci tenete. Non vi illudete di fare la stessa cosa con l’e-book di Amazon perché semplicemente non è possibile.
Ma soprattutto: col libro di carta non siete controllati da nessuno ed è impensabile pensare che chi ve lo ha venduto possa d’un tratto cancellare da remoto tutte le informazioni che vi sono contenute.

Ci sono, poi, le ragioni di quelli che i libri li sniffano. Io non ho mai capito che gusto ci trovino ma anche qui mi sono sentito dire più volte “Vuoi mettere l’odore dei libri nuovi?” Non ci ho mai capito un accidente, cioè, non ho mai capito perché la gente trovi tanta soddisfazione nell’usmare volumi e mi sono sempre chiesto se il godimento che gliene deriva è altrettanto marcato quando li leggono, ma c’è di tutto a questo mondo e dunque vanno bene anche certi feticismi.

Nessuno si preoccupi, dunque, il libro di carta ha lunga vita e sta benissimo. E se non credete a me leggete quello che ha da dire Richard Stallman.

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Lasciate in pace Elena Ferrante

ferrante

Elena Ferrante è una delle scrittrici più di moda in questo momento in Italia.

“Di moda” non significa necessariamente che sia anche una delle più promettenti. Ha successo, e tanto basti a circoscriverne l’identità.

Perché quello di “Elena Ferrante” è uno pseudonimo (qualcuno si azzarderebbe anche a definirlo un eteronimo) dietro al quale si cela una persona non ben meglio identificata che pubblica i suoi romanzi con la casa editrice e/o e vende un numero considerevole di copie.

Nulla di nuovo, in fondo. L’anonimato, o lo pseudonimato, se si preferisce, esistono e sono disponibili per chiunque li voglia usare. E la sedicente Elena Ferrante li usa da almeno venticinque anni. Venticinque anni in cui nessuno è stato capace di risalire alla sua vera identità, venticinque anni trascorsi senza rilasciare un’intervista, senza mostrarsi in televisione, senza fare niente di niente se non scrivere e, appunto, vendere. E’ questa la caratteristica che la distingue da altri pseudo-anonimi, come il collettivo Wu Ming di cui si conoscono nomi e cognomi dei componenti.

Recentemente Elena Ferrante sta diventando oggetto di un vero e proprio bombardamento, anche mediatico, da parte di chi vuole scoprire chi veramente si celi dietro a questo (bel) nome (sì, perché se lo è scelto anche bello, bisogna dirlo).

Ha cominciato Marco Santagata. Professore, romanziere, insigne petrarchista, filologo e, di recente, esperto per la selezione dei concorrenti del Rischiatutto di Fabio Fazio (“vedi giudizio human come spess’erra”?) che dopo una disamina dei romanzi di Ferrante identificava in Marcella Marmo la scrittrice su cui è andato a raccogliere ogni sorta di indizio. Smentita categorica da parte dell’interessata, che è una persona dal carattere mite e riservato e che ha preso con una buona dose di ironia tutto l’interesse che si è scatenato sulla sua persona.

Poi è stata la volta del Sole 24 Ore, che ha addirittura pubblicato un’inchiesta, ripresa anche dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung e da The New York Rewiew of Books per arrivare a puntare il dito contro Anita Raja, moglie del più noto Domenico Starnone. Il Sole 24 Ore pubblica i dati relativi agli introiti della casa editrice e/o evidenziandone l’impennata proprio negli anni del boom editoriale della Ferrante, incrociandoli con quelli di Anita Raja, che non collimerebbero con il ruolo di traduttrice freelance rivendicato dall’editore, che ha pagato a Raja oltre sette volte quanto corrisposto nel 2010.

E’ una serie di operazioni assurde e senza senso. Da Santagata ci saremmo aspettati magari una critica sui singoli romanzi e, che ne so, una valutazione sul loro valore letterario, cioè se quello che scrive Ferrante sia letteratura cólta o di massa. E’ un argomento interessante, ma nessuno ne parla. Si è preferito tramutarsi in novelli Sherlock Holmes, impegnati a vivisezionare anche la più minuscola delle suggestioni letterarie per poi approdare a conclusioni sbagliate. Dal Sole 24 Ore, poi, ci saremmo aspettati un po’ più di rispetto per la privacy: ammesso e non concesso che Elena Ferrante sia Anita Raja non è carino (no, proprio no) andare a vedere quanto guadagna per soddisfare una curiosità che farebbe solo bene a rimanere tale.

Perché, diciamocelo fuori dai denti: a chi interessa sapere chi è Elena Ferrante? A nessuno, certamente. E perché insistere con questa determinazione a ravanare nel torbido dell’incertezza, per dare un volto a chi un volto ha deciso di non averlo?

E pensare che a me Elena Ferrante nemmeno piace!

Dylaniati da un Premio Nobel

hurricane

Certo che il Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan ha fatto incazzare parecchi!

L’obiezione più ovvia e scontata che i rosicatori muovono a Zimmerman è che la sua non sarebbe letteratura, o che i suoi testi con la Letteratura scritta con la majuscola abbiano ben poco a che vedere. Naturalmente nulla di più sballato e sbagliato. LA domanda, tanto per cambiare, è sempre la stessa: i testi delle canzoni sono delle poesie? Sì, senza dubbio. Poi ci sono delle poesie di qualità e delle poesie da tirare alle ortiche. Il connubuo tra i versi e la musica, almeno in senso moderno, risale ai trovatori provenzali e ai trovieri in lingua d’oil. Erano i cantautori o gli chançonniers di allora. Alcune delle loro canzoni (le chiamavano proprio così) avevano dei bei testi, altre zoppicavano un po’, ma oggi studiamo Bernart de Ventadorn, Guglielmo IX, Jaufré Rudel e altri direttamente nelle antologie scolastiche, oltre che nei corsi universitari di filologia romanza. Chi deride Bob Dylan oggi sono gli stessi che invocano dignità letteraria per Fabrizio De André.

E tanto per citarne uno, quelle di Dylan non sono solo canzonette. Non sono nemmeno soltanto canzoni di protesta, chè Dylan ha cantato storie di persone (“Hurricane”), storie d’amore (“Romance in Durango”), storie di speranza (“I shall be released”). E ho nominato solo le canzoni che mi piacciono di più.

Un amico ha scritto recentemente su Facebook che chi parla male di Dylan oggi probabilmente non è in grado di elencare nemmeno dieci brani incisi dal cantautore americano, e io sono perefttamente d’accordo con lui.

Poi uno dice: “Ma Bob Dylan è un antipatico!” Senz’altro. Anche chi lo osteggia non brilla per simpatia. Ma lui ha vinto il Nobel e gli altri no. O come ci son rimasti?

Copyright: in pubblico dominio le opere di Adolf Hitler. Per Anna Frank bisogna continuare a pagare

"Mein Kampf dust jacket" by Unknown author of dust jacket; Adolf Hitler author of volume - This image is available from the New York Public Library's Digital Library under the digital ID 487722: digitalgallery.nypl.org → digitalcollections.nypl.orgThis tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information.English | français | Nederlands | русский | Türkçe | 中文 |+/−. Licensed under Public Domain via Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg#/media/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg

“Mein Kampf dust jacket” by Unknown author of dust jacket; Adolf Hitler author of volume – This image is available from the New York Public Library’s Digital Library under the digital ID 487722: digitalgallery.nypl.org → digitalcollections.nypl.orgThis tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information.English | français | Nederlands | русский | Türkçe | 中文 |+/−. Licensed under Public Domain via Commons – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg#/media/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg

Ad ogni inizio d’anno, assieme allo scintillante Concerto di Capodanno dal Musikverein di Vienna e alla sua pallida e tisica imitazione della Fenice di Venezia, va in onda il tradizionale dibattito sulla scadenza dei diritti d’autore e su quali autori siano caduti in pubblico dominio.

Per intenderci, dal primo gennaio dopo il compimento dei 70 anni dalla morte dell’autore, chiunque può duplicare, distribuire, tradurre, pubblicare e perfino vendere (se qualcuno glielo compra) un testo di quell’autore.

I conti sono semplici: dal 1 gennaio 2016 sono di pubblico dominio gli scritti di tutti coloro (non necessariamente scienziati o letterato o filosofi) che sono morti nel 1945. Tra cui quella bella faccia di Pasqua dello zio Hitler. Dura lex sed lex, ma se qualcuno intraprendesse (e non è detto che qualcuno non l’abbia già intrapreso) la trascrizione del “Mein Kampf” e la sua messa in linea sarebbe perfettamente legittimato a farlo. Ovviamente in tedesco. Ma, ugualmente, se qualcuno conoscesse così bene il tedesco da essere in grado di tradurre in modo decente tutto il libro, potrebbe metterne in linea una versione in italiano, in francese, in inglese, o quello che sia.

Hitler in pubblico dominio, dunque, che ci piaccia o no.
Quello che invece non ci piace è il fatto che i diritti del Diario di Anna Frank, la vittima che, pure, sarebbe caduta in pubblico dominio assieme al suo orrendo carnefice, siano stati procrastinati fino a tutto il 2049. Tutto ciò per una dichiarazione della Anne Frank Fonds, la società svizzera che gestisce i diritti d’autore dell’opera, secondo la quale il Diario sarebbe frutto della collaborazione dell’opera del padre di Anna, Otto, morto nel 1980.

Si noti bene che nelle copie cartacee, sia in lingua originale, sia nelle innumerevoli traduzioni fin qui apparse, viene indicata come unica autrice Anna Frank e mai il padre Otto, sia pure come coautore.

L’intolleranza è gratis. Per le testimonianze di vita e di morte bisogna ancora continuare a pagare.

Un post non fa blog

Un post non fa blog. Ma nemmeno due o tre, se è per quello. Quindi se oggi, dopo cinque mesi di silenzio, trovate qualcosa di nuovo sul blog, non è necessariamente detto che sia ripartito con i ritmi di un tempo. Anzi, a dire il vero non è nemmen detto che sia ripartito tout-court, ma solo che avevo un argomento che mi sembrava interessante su cui scrivere.
Il motivo di tutto questo silenzio è molto semplice: avevo e ho altre cose a cui pensare, non necessariamente più importanti ma, questo sì, “altre”. E, detto sia per inciso, le ho ancora. E nella vita bisogna fare delle scelte, per cui accontentatevi. O via…

Vorrei essere come Paolo Attivissimo

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Lo avrete già capito, ma è un po’ di tempo che scrivo sempre più di rado sul blog. Credo si tratti di un fenomeno assolutamente normale, in fondo il blog ha 12 anni, ha sfornato oltre 4000 post dei più vari e variegati argomenti e può a buona ragione permettersi un momento di crisi, di lentezza e, diciamocelo pure, di disinteresse.

Non è solo una questione di blog, è lo stesso mondo virtual-realistico del computer in sé a interessarmi sempre di meno. Pazienza, avrò altre cose a cui pensare. In fondo non devo nulla a nessuno, non scrivo il blog per nessun’altro motivo che non sia la mia personale soddisfazione, e me ne frego di quella dei lettori.

Poi c’era anche chi si alzava la mattina, si portava la colazione davanti al PC e prima di andare al lavoro si immergeva in ciò che scrivo. Erano soddisfazioni elevate all’ennesima potenza, non mi era mai capitato di accompagnare un caffellatte con dei frollini integrali, ma c’è chi ha fatto anche questo. E mi dispiace che si tratti di cose ed abitudini e che formino ormai parte del passato. Non vi voglio nemmeno stare a dire se e quando la mia voglia di pestare i polpastrelli sulla tastiera comincerà a riprendere ritmi più regolari e, quindi, più rassicuranti per voi (io sto bene anche così). Tra l’altro, non so se l’avete visto, ma praticamente non c’è più nulla di cui parlare. E ora lo so che mi direte “Ma no, c’è tanto da dire su Renzi, sulla Grecia, su Tsipras…!” Ecco, appunto, allora si può anche stare zitti.

Vorrei darvi delle certezze, ma non ne ho. Non ce ne sono. E quelle poche a cui posso aggrapparmi non mi interessano. Potrei, inoltre, fare affidamento su quella concezione stakanovista del lavoro sul web a cui spesso ho fatto riferimento, violentandomi a scrivere un post al giorno. Ma è, appunto, una forma di autoviolenza che non so nemmeno quanto durerebbe. Se non sono bravo a scrivere per ispirazione naturale fuguriamoci per (auto)costrizione!

Ecco, vorrei avere la volontà, disponibilità e capacità di Paolo Attivissimo. Per chi non lo conoscesse, Paolo Attivissimo è un blogger con una attività strepitosamente copiosa sul web (credo che il suo vero lavoro sia quello di traduttore informatico): mantiene un blog in cui parla di bufale in rete, ipotesti di complotto, questioni e problemi aerospaziali, ha una collaborazione con la Gazzetta dello Sport, raccoglie il meglio del suo materiale in libri che mette in linea gratuitamente, partecipa a conferenze e interviste, ha una trasmissione sulla Radio Svizzera, una moglie, tre figli un gatto, e io non ho mai capito come cavolo faccia a far combaciare tutto. Ma, ecco, sì, vorrei tanto essere COME lui, compresa la sua residenza in Svizzera (io muoio di caldo!) e quel suo simpatico termine “pizzaware”, coniato per le richieste di donazioni collegati ai suoi siti (perché a LUI le donazioni vengono fatte, a ME invece no, nemmeno se al posto di un pezzo di pizza vi chiedessi due fette biscottate e un misurino di plastica di marmellata di albicocche come quelli che dànno in ospedale). E’ capacissimo di scrivere un articolo su “Come premere il tasto INVIO del PC” con allegria, leggerezza espositiva e sense of humor, il che non guasta. Ecco, io invece sono solo capace di scrivere tre quattro osservazioni brevi e amareggiate sull’approvazione de “La buona scuola”, ottenuta da parte del governo Renzi, ma devo comunque trovarmi contento, perché se invece che sul blog avessi scritto tutto su Facebook o su Twitter a quest’ora non se ne sarebbe più ricordato nessuno. Ma non è l’argomento (politico o informatico) a fare la differenza, quello che spicca negli articoli e negli interventi di Attivissimo è questo stato d’animo giocherellone che prende in giro prima di tutto se stesso (definendosi “il Disinformatico”) facendo finta di non intendersi della materia di cui parla, mentre invece se ne intende parecchio. O, quanto meno, meglio assai di quanto possa fare un utente medio.

Ma non sono Paolo Attivissimo, e sicché il blog ve lo tenete così com’è. Anzi, con un gestore appena appena invidiosetto. Oggiù!

La brutta cosa con un bel nome

cuore

Alla fine la brutta norma con un bel nome è passata anche alla Camera dei Deputati e si accinge (speriamo con un po’ di disgusto) a diventare legge dello Stato.

Hanno aspettato l’estate, quando in piazza poteva esserci tutt’al più un manipolo di insegnanti agguerriti e col dente avvelenato, ma poca, pochissima roba rispetto allo sciopero unitario del maggio scorso.

Al Senato, se possibile, era andata perfino peggio: avevano messo la fiducia, strumento di prevaricazione sul Parlamento, di  per far passare la figura del preside plenipotenziario e onnipotente e per cancellare dalla faccia della terra le graduatorie, che erano l’unico mezzo di garanzia di trasparenza che potesse esistere. Certo, perfettibile ma efficiente.

PAsseranno ancora molti, moltissimi anni, prima che un governo onesto si renda conto della dannosità che i suoi predecessori hanno reso legge e corra ai ripari.

Per ora, mutande di bandone e faccia di ghisa, perché non farà mai troppo male.

Laura o della morte laica

laura

Ritratto presunto di Laura, la donna amata dal Petrarca.

 

Laura è il nome convenzionale con cui chiameremo una ragazza belga di 24 anni.

Le piacciono il caffé, il teatro e la fotografia, ma soffre di una grave forma di depressione da sempre e morirà l’estate prossima. Ha deciso, e la giustizia del suo paese le ha dato ragione, di volerla fare finita con la sua intollerata e intollerabile sofferenza psichica.

Non che Laura non abbia provato a curarsi, si è perfino internata in un centro di cure psichiatriche, ma senza esito. Sono svariati i suoi tentativi di porre fine da sola alla propria vita, a quella che considera “una guerra quotidiana dal giorno in cui venni al mondo”. Adesso ha potuto accedere alle procedure per l’eutanasia (regolamentata in Belgio dal 2002) attraverso il parere unanime di tre medici che hanno certificato la sussistenza di una «sofferenza fisica e/o psichica costante, insopportabile e implacabile».

Al di là di questo, è Laura che ha e deve avere il diritto di porre fine alla sua esistenza se questa non è più degna di essere vissuta. E se sia degna o no, lo stabilisce lei per prima. Poi i medici e l’apparato giudiziario.

La morte, quella di Laura come quella di ciascuno di noi, è un qualcosa che non ha nulla a che vedere con qualunque senso di colpa o di religiosità. La morte è laica per definizione, così come laico deve esere lo stato che regolamenta l’accesso all’eutanasia, in modo che chi vuole andarsene lo faccia nel modo più dolce e indolore possibile.

E adesso non c’è più nulla da fare. Nessuno potrà fermare il meccanismo liberatorio e liberante che dovrebbe essere proprio di un qualsiasi stato di diritto (cioè non il nostro), anche se qualcuno ci sta provando. E’ il professor Wim Distelmans a dire che in Belgio il 3% delle persone che in Belgio accedono all’eutanasia in un anno sono sofferenti di gravi disturbi psichiatrici.

Ora c’è solo da lasciarla andare.

 

“Se non ti fa bene male non ti fa di certo”

Dagherrotipo di Samuel Hahnemann, fondatore dell'omeopatia. Pubblico Dominio.

Dagherrotipo di Samuel Hahnemann, fondatore dell’omeopatia. Pubblico Dominio.

Sarà capitato anche a voi (citazione cólta per chi ricorda Sylvie Vartan, cioè tre o quattro) di avere un amico, un parente, un conoscente, un collega di lavoro, un vicino di casa, un Testimone di Geova o chi per loro che almeno una volta nella vita è entrato nei flussi di chi ha provato le cosiddette medicine alternative sotto forma di globulo intriso, compressa, sciroppino, tintura madre, intruglio figlio, gocce, tisane, decotti.

Io ho il massimo rispetto nei confronti di chi decide di corarsi con l’omeopatia, l’ayurveda, le erbe, i fiori di Bach e chi più ne ha più ne metta, ma sono personalmente convinto dell’inefficacia di questo tipo di approcci e che se effetto benefico c’è stato, è da addebitarsi solo ed esclusivamente all’effetto placebo. E comunque la persona in questione, nel decantarvi le meraviglie dell’approccio alternativo rispetto a quello allopatico (sottolineando magari implicitamente che i bischeri siete voi che vi fate caricare di medicine, mentre loro usano solo cose naturali, come se una cosa naturale per il solo fatto di esserlo sia automaticamente anche efficace) vi dirà: “Prova, tanto se non ti fa bene male non ti farà di certo!”

Ecco, qui mi irrito. Giuro che ho pensato che per questa frase se ne andassero a quel paese delle amicizie granitiche di vecchia data e non c’è niente di più doloroso. Anche perché la persona che ti parla in questo modo è realmente convinta di stare facendoti un favore. Invece non è così. Perché la prima cosa che mi aspetto da un medicamento è che funzioni. Voglio dire, se soffro di cefalea, allopatico o no che sia il rimedio che assumo, poi dopo devo stare meglio. Voglio dire, mi deve fare bene per forza, non esiste il “male non ti fa di certo”. Perché il “far male” si verifica anche se la porcheriola naturale non mi fa nessun effetto. Proprio perché se l’effetto è zero, mal che mi vada io continuo a star male. Se io ho la febbre e assumo un antitermico poi la febbre mi deve passare. O diminuire. E’ questo che mi aspetto da qualsiasi “rimedio” tradizionale o alternativo che sia.

Perché nell’approccio medico se prima c’è il proverbiale “non nuocere”, dopo ci deve essere per forza il “curare”. In questo senso trovo molto bella l’espressione di “principio attivo” che troviamo nella medicina tradizionale. “Attivo”, non inerte. “Attivo” vuol dire “che agisce” e se agisce poi stiamo meglio.

Dunque, viva la cara vecchia chimica! Che se non ci fa star bene qualcosa la fa di sicuro.

La scuola büóna

Illustrazione originale da "Cuore" di Edmondo De Amicis. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cuore_-_pic_7.png

Illustrazione originale da “Cuore” di Edmondo De Amicis. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cuore_-_pic_7.png

E’ lo iato quella cosa
che al dittongo lunga suona
e trasforma tu’ ma’ buòna
nella büóna di tu’ ma’.

(Ettore Borzacchini, anima nobile)

 
E’ accaduto sabato scorso che Matteo Renzi, intervistato, tra le altre cose, sul tema della riforma della scuola, abbia detto “Qualcosa non ha funzionato”. Ma va’? Davvero?? O come se n’è accorto?? “Il colpevole sono io, riaprirò la discussione”, e questa è la premessa necessaria all’atteggiamento dirigenziale (o, per meglio dire, dirigista) che dovremo aspettarci. In breve, si parla, si discute, si fa pubblica ammenda degli errori, una marcia indietro prudenziale, si ascoltano tutte le parti in causa, poi si fa quel che ci pare.

Qual è, dunque, il busìllisi del contendere? Certamente non le assunzioni. Quelle è una sentenza della Corte Europea a imporle. E’ un dispositivo del 26 novembre che impone che i precari vengano stabilizzati dopo 3 anni di supplenze annuali. Sono stati individuati 148.000 lavoratori aventi diritto e il Governo, misteriosamente, ne ha stabiliti 100.000. Ma Renzi e compagnia cantante hanno dovuto accettare che quella sentenza fosse l’unico contenuto legislativo scritto da mano diversa dalla loro.

Il quid è un altro, è una scuola che si vedrà trasformare in azienda, con la figura del Dirigente Scolastico cui sarà data carta bianca sull’assunzione diretta dei docenti, dei collaboratori e sulla nomina dei supplenti. Sarà il festival dei clientelismi, dei favori, dei privilegi per i parenti, degli appoggi politici e perfino dei favori sessuali.

Sarà la scuola che avrà via libera perché lo dicono loro. Perché discutere discutono con tutti. Ma quanto a decidere decidono loro e solo loro.

Il cielo sopra Berlino

"Berlinermauer" di Noir dal de.wikipedia.org. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons - http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Berlinermauer.jpg#/media/File:Berlinermauer.jpg

“Berlinermauer” di Noir dal de.wikipedia.org. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Berlinermauer.jpg#/media/File:Berlinermauer.jpg

 

Io Juventus-Barcellona l’ho vista sulla ZDF, il secondo canale televisivo tedesco.

Onde evitare di dovermi appisolare di fronte al pacato e compito andamento teutonico della telecronaca, ho abbassato completamente l’audio del satellite e ho alzato quello della radio sintonizzata su Radio Uno. L’effetto era che la radio dava notizia dei gol, ma con le immagini li vedevo con quei 5-6 secondi di ritardo.

Poi il mio solerte lettore Malfanti Aristide mi ha fatto sapere che trasmettevano il tutto su Canale 5, ma non importa, mi sono creato il mio servizio pubblico personalizzato e tanto fa.

Se ne parla ancora di questa partita in cui mi sono ritrovato a tifare Barça perché non se ne poteva più, perché una lezione alla Juventus dei miracoli e dei colpi di culo ci voleva. Se ne parla ancora, dicevo, perché c’è ancora chi vuol dire che la Juventus ha perso, sì, ma è uscita dal campo a testa alta (che io questa cosa qui mica la capisco tanto bene, uno può uscire con la testa un po’ come gli pare ma se ha perso ha perso), che si sono visti sprazzi di bel gioco (sì, ma quello che conta è il pallone che entra in rete) e che il migliore in campo è stato senza dubbio Buffon (che infatti si è visto passare quattro gol di cui cui uno annullato).

Se si va avanti così vorrà dire che la Juventus avrà vinto un pochino di partita, che gli altri sono stati bravissimi, imbattibile, ma anche la Juve ha giovato con il cuore, tant’è vero che Pirlo ha pianto. Hanno fatto una buona partita, potevano anche vincerla se le cose fossero andare in un altro modo (questa è una delle frasi calcistiche più spese di tutto il lessico dell’inutilità di cui il calcio è permeato), complimenti agli avversari ma gli juventini non sono stati da meno. Già, solo che hanno perso.

E sarebbe anche l’ora di stenderci un velo pietosetto, che una partita non è pane e i discorsi intorno ad essa non sono filosofia. Oggiù.

La riforma della scuola

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